No, sennò mi arrabbio.

La rabbia è un sentimento affascinante, necessario e deleterio.

Ti fa muovere, ti dà energia e voglia di riscatto. A volte è ottimo preludio per del gran sesso. Più spesso, la rabbia meno nobile, che non viene sfogata, è quella che diventa rancore, quella sottile sensazione di: TI PRENDEREI A CRANIATE, che prima o poi tramuta in non ricordo perché ti avrei preso a craniate ma sarebbe più la fatica di farlo quindi mi auguro che qualcuno lo faccia per me.

Non è edificante, ma la proviamo tutti e non si guadagna molto a far finta di niente, nel dire “Mio Dio, non dovrei perdere tempo così che non ne vale la pena”. Ma figuriamoci. Ammiro chi riesce a farlo, ci provo io stessa e non dirò che sono tutte stronzate. Quando qualcuno in cui credi davvero fa qualcosa che ti fa uscire dai gangheri, la faccenda si complica perché subentra la delusione ed è automatico reagire crollando.

Ti arrabbi, ma non sempre ci si può concedere il lusso di sbroccare. L’importante sarebbe cercare di non chiuderti a riccio, un pericolo molto concreto quando sei stato ferito.

Tempo fa un’amica mi raccontava delle difficoltà che incontrava a spiegare ad una persona a lei molto cara che è troppo buona e che questo atteggiamento porta gli altri ad approfittarsene. Ci ho riflettuto molto, calandomi in entrambi i panni, ma tutta la mia comprensione andava verso l’altro. “Prova ad immaginare” – pensavo tra me e me – “è come se dicessi che non si riesce a fare a meno di essere presi a schiaffi e che ci si prova pure gusto. Come puoi tu, persona a me cara, dirmi che dovrei essere più stronza se probabilmente dello stesso atteggiamento ti sei approfittata anche tu in qualche momento? Quindi se tu mi sei accanto, come posso io sapere quale ruolo ha giocato la mia disponibilità nel fatto che ci siamo avvicinati?”

Essere gentili è un bene prezioso e un’arma a doppio taglio. La quotidianità, come ti imbruttisce, ti imbastardisce. Se sei disponibile di natura è difficile cercare di non esserlo, perché non è un difetto riconosciuto, anzi. Diventa una caratteristica negativa con l’apprendimento che un comportamento che giudichi accettabile (la gentilezza) non trova una pari risposta. A volte essere disponibili aiuta ad essere ben visti. In fondo, tutti cerchiamo l’aiuto in persone alla mano, certo non siamo portati a farlo in persone inaccessibili. Quando cresci capisci che è tutto un gioco a farti vedere menefreghista. Prima devi capire come menartela a scuola, per assomigliare ai fighi, poi devi capire come menartela al lavoro, per assomigliare a quelli che all’inizio detestavi. Quindi che si fa?

In un mondo utopico quello che dovrebbero insegnare a bimbi e (soprattutto) bimbe, da piccoli è di continuare a dire sani, fermi NO. Senza urlare. A mostrare dissenso, a mettere paletti prima di arrivare alla rabbia. Non ho ancora capito perché invece di inutili ore di educazione civica e religione, invece di promuovere la competizione, che tanto poi si apprende in vita, non si insegni la gestione creativa dei conflitti. Perché non si tratta il conflitto come qualcosa di inevitabile e ma curabile e perché non si insegna la forza della risata? E soprattutto perché alla mamma dicevo no a qualsiasi cosa e poi ne ho perso l’abilità?

Perché la verità è che tutti vorremmo dire no e non possiamo. Bisogna dire di sì e non farlo con il muso, perché se lo fai col muso tanto vale non dirlo. A seconda delle situazioni, sappiamo quanto costa un “No” e che potremmo perdere un’occasione o avere grane con l’altra metà del cielo. Ma alla lunga costa di più dire sì che non pensi. Ognuno si paga in crampi e rughe.

Meglio essere pragmatici: l’unica cosa che dobbiamo valutare è se i Sì che non vorremmo dire sono compensati da un riconoscimento dello sforzo o del compromesso. Per parlare meno astruso, se il gioco vale la candela.

CockyNut

Coconut BrownieLa cucina è uno dei miei modi per far sbollire la rabbia. Il caso di questo dolce, fatto d’urgenza. Trovo le ricette al cocco insignificanti e stucchevoli, ma in casa non avevo altro che cioccolato e cocco. Quindi c’ho aggiunto il caffè, energizzante come la rabbia, che almeno smorzava la dolcezza.

Sbattere due uova con 230 grammi di zucchero, unire 100 grammi di burro sciolto, 120 grammi di cioccolato fuso (sciolto con 50 ml di caffè), 200 grammi di farina di cocco, 1 cucchiaino di lievito e vanillina. Mescolare bene e versare in una teglia rettangolare foderata di carta forno. Poi per 20 minuti ai soliti 180°. Una volta pronta, tagliare a cubotti.

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Una quattro stagioni, grazie.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Io toglierei “le mezze”. Non ci sono più stagioni. Punto. Io definisco tutto in base alle stagioni, per me la vita dovrebbe seguire il corso naturale del tempo atmosferico. Per questo gli orari lavorativi dovrebbero essere diversi a seconda delle regioni geografiche. Ne consegue che idealmente sarebbe lo stile di vita a doversi adattare all’alternanza dei cambiamenti climatici, non viceversa. Il giorno che mi ascolteranno avremo vacanze come quelle dei signori andalusi qui sulla sinistra.

Ho sempre sostenuto che tutte le stagioni – perlomeno nella loro forma stereotipica – hanno un loro fascino. L’inverno è una stagione adatta al raccoglimento, il momento ideale per essere concreti, per fare. La primavera è la stagione di quelle serate indescrivibili in cui l’ormone sprigiona dagli alberi in fiore, quella in cui gli amici allergici muoiono ma si ostinano comunque a uscire perché anche loro sono in overdose di voglia di vivere. L’estate è il periodo bipolare: dei bagordi, degli eccessi e della necessità di riposo, della vita di notte e delle tapparelle abbassate di giorno.

Apple and Caramelized Orange Pound Cake

Unseasonal: Apple and Caramelized Orange Spicy Pound Cake

Poi l’ultima, la mia preferita. Sono una persona autunnale. Amo il tepore crepuscolare, quello che inizia dagli ultimi strascichi d’estate, passa per il colore delle foglie e finisce con il fragore delle caldarroste. Ecco, a me piace quel calore delle giornate di estate indiana, le domeniche d’ottobre regalate, in cui ti stringi agli amici, agli scampoli di vita da gustare attraverso tinte più calde e tenui. Ritengo che l’autunno sia la metafora perfetta di ciò che è importante nella vita. Un’occasione per vivere con la saggezza dei vecchi anche quando sei giovane – e, cosa non di poco conto – senza i relativi acciacchi. Sai che sta iniziando tutto di nuovo, rifai bilanci, rifai propositi e via!

Quest’anno, inutile dirsi, il tempo atmosferico ha sconfinato dalle solite chiacchiere da ascensore, ha avuto una preponderanza assoluta nella testa della gente. Incombeva un grigiore, diffuso ovunque, che ha permeato questo debutto primaverile, a mo’ di ficcante colonna sonora dell’incertezza che stiamo vivendo. Come se la primavera dovesse simboleggiare il ritorno alla vita e alla speranza su più livelli, il sole era diventato una specie di divinità inafferrabile, un Godot che se non altro poteva contribuire a migliorare l’umore.

Anch’io non ne potevo più, eppure una parte di me era segretamente sollevata. Quando arriva la primavera non sono mai pronta, quasi che ogni anno mi cogliesse di sorpresa. Son sempre stata al contrario, d’inverno abbastanza sana e in primavera devastata pur non soffrendo di una sola allergia. Alla stregua di un’adolescente indispettita inizio a mangiare come non ci fosse un domani, ribellandomi alla prova costume. Stranamente, d’inverno dimagrisco. Un po’ come se mi adattassi all’esplosione della vita, godo come un maiale nell’attaccarmici fino all’ultimo piacere che ha da offrirmi.

Il proposito per quest’anno è quello di approfittare dei mesi caldi in maniera diversa. Primavera, o forse dovrei dire estate a questo punto, è sinonimo di risveglio, di spontaneità, di meno riflessione e più azione. Altro che aprile dolce dormire, quest’anno voglio agire.

Come diceva Totti: life is now. Cercherò di ripetermelo più spesso. Anche con l’accento burino.

Io e noi

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Mi sono innamorata. Di un libro. Dai colori forti e lontano dal tipo di letture confortanti verso le quali tendo naturalmente. Il libro in oggetto è “L’egoismo è finito. La nuova civiltà dello stare insieme.” Giusto perché se qualcuno stava pensando Guerra e Pace o simil-depressione russa, ecco, no.

In soldoni, il libro riporta esempi in pillole delle ultime tendenze co-qualcosa. Cohousing, coworking, coliving. I co-co-co, quelli buoni però.

Ho sempre creduto che la parola “noi” nascondesse un potenziale estremo, fortissimo. Un Io, rovesciato, alla Enne. Enne volte Io. Un potenziale quasi spaventoso.

Non ho mai creduto invece nel prendere tutto ciò che si può in un dato momento se va a discapito altrui. Perché se tutti facessimo così, non ne verremmo più a capo.

Non credo neppure nell’egoismo come movente delle nostre azioni ed ogni volta che vedo una disconferma a questa mia PeterPanesca teoria, beh, ci resto. Non so chi avesse ragione tra Rousseau o Hobbes, e poco mi tange scoprirlo. Come spesso accade, condividono entrambi una fetta della medesima torta-verità. Che l’uomo nasca egoista o lo diventi per sopravvivenza, la tendenza naturale per me dovrebbe essere quella di guardare al tutto e non al singolo, tendenza esercitabile purtroppo solo a posteriori dalla maggior parte di noi.

Sottoscritta inclusa. Tantissime delle cose, persone ed idee che vivo con pathos estremo (solo mentale), si ridimensionerebbero se mi ricordassi sempre di ciò in cui credo. E anche questo è egoismo.

Io non pratico alcuna forma di volontariato. Mai resa protagonista di un gesto al servizio degli altri. Non ho mai fatto l’animatrice in parrocchia, servito in un ospizio, salvato delfini e non ho nemmeno il pollice verde, perbacco.

La mia scelta anti-egoistica, a volte frutto di un consapevole sforzo altre semplice riflesso incondizionato, è quella di non alimentare la tensione e ridurla ove possibile. In modo silenzioso e spesso non in prima persona, ma dietro le quinte. Anche nei gesti insignificanti. A volte non ci riesco, per dirla in politichese, ci sono sempre margini di miglioramento.

Se si sceglie di vederlo, tutti noi osserviamo a cosa porta il disseminare volontariamente sentimenti negativi. C’è sempre una scelta nel reagire ai soprusi.

Ti pestano, e che fai, non ti incazzi? Certo, ti incazzi e vorresti urlare a tutti quanto senti ingiusto ciò che ti sta accadendo. La mia spiegazione è che c’è sempre un perché. E se il perché non lo giustifichi con una volontà divina, come nel caso dell’eretica sottoscritta, lo giustifichi a te stesso. Dicendoti che ci deve necessariamente essere qualcosa in cui incappare durante il percorso per assomigliare sempre più alla persona che vuoi essere.

Bisogna saperci rispettare anche quando sentiamo che gli altri non lo fanno. Come? Non urlando per farci sentire di più, ma scegliendo di stare zitti, di porgere l’altra guancia o semplicemente di andarsene. Perché alla fine forse rimarrai meno impresso nella memoria della gente, ma resterà sempre un alone, quello della sensazione che le persone hanno provato con te. Non ti sei mai fatto mettere i piedi in testa, anche se a volte gliel’hai fatto credere.

Per alcuni, la maggior parte, tutto ciò è frutto di codardia. Non lo escludo del tutto, e non dico che il mio personalissimo metodo sia quello giusto, né auspico utopicamente che tutti lo pratichino.

Se non ci fossero escrementi egoisti al mondo, in fondo, non servirebbe nemmeno parlare di altruismo.

E lo ammetto, sarebbe un mondo migliore, ma più noioso.