Grazie Graziella

La settimana scorsa tutti in America hanno detto “grazie”. Prenotato tacchini da venticinque pound, preparato chili di gelatina alla frutta da servire col sopra menzionato pennuto. Hanno cenato, giocato, e ciarlato a lume di candela e sono andati a nanna presto. Solo per poi svegliarsi alle tre di notte per il Black Friday e riversarsi nell’indifferenza più totale a fagocitare nuovi acquisti, bruciando calorie e buoni sentimenti accumulati il giorno prima.

Ma Grazie, Graziella. Davvero.

Il Ringraziamento è una bella festa, nel senso autentico. Per quanto finto-puritana, è un’occasione per la quale una nazione intera in perenne movimento si ferma per dire “Grazie” per tutto ciò che ha. Ho avuto la fortuna di partecipare ad un Ringraziamento nel tipico quadretto della famiglia americana del New England e mi sono sentita a casa. Subito. Per quanto io rimanga sempre perplessa riguardo alle milioni di contraddizioni che caratterizzano l’America, lo spirito easygoing e l’ospitalità made in USA sono il set giusto per questo tipo di festa.

Io ne ho fatto una versione un po’ particolare. Senza rendermene conto, sabato sera ho fatto una cena con persone a me molto care con il reale, ma celato, intento di ringraziarle. Io sono un piccolo orso di città: fatico a dire “Ti voglio bene” senza poi dover sdrammatizzare l’intensità delle parole. Devo aver degli antenati anglosassoni e non solo per il colore della pelle.

“Grazie” però lo dico a volte a sproposito. Come “Scusa”. Sono due parole che ho usato con persone che non si meritavano né l’una, né l’altra. Come per la parola “Amore”, ecco, se utilizzi questi tre termini troppo spesso, perdono di significato e a volte divengono armi a doppio taglio. Specialmente Amore.

Ecco perché non ho ringraziato esplicitamente con tintinnio del coltello sul bicchiere da champagne le persone care sopra citate. I grazie che seguono rimarranno i più autentici, quelli che non dirò a caso. Scritti, faranno da contraltare a tutti gli altri, consoni o meno, sentiti o altrettanto meno, che ho detto a voce.

Ho poche persone da ringraziare veramente, ma anche quelli a cui ho fatto applausi a scena aperta quando se ne sono andati, sono da ringraziare. Frase trita e ritrita, ma pur sempre vera: ognuno ti rende ciò che sei. Difficile far cambiare idea alle persone a te vicine, difficile anche cercare di far capire che tu sei molto più (e a volte molto meno) di quello che credono loro.

Io ringrazio chi ha inteso che ci sono alcuni valori per me imprescindibili, chi ha compreso che non mi riconosco più nella persona che ero tempo fa, che ho i miei tempi elefantiaci, che passo dall’essere pedante e pesante all’essere lieta e lieve.

E ringrazio chi accetterà i cambiamenti che attraverserò, pur essendo sempre lì, gioirà con me e per me dei periodi felici e reagirà come vorrà quando attraverserò quelli meno felici.

Champagne

Classy Champagne in less-than-classy Ice Box

Ringrazio amiche e amici con i loro difetti, perché l’accettarli e riderci sù, ma dicendoseli, rende autentico il rapporto. Ringrazio chi a sua volta vede i lati peggiori di me e mi vuole comunque bene.

Tutti i grazie che potrei dire sono – e devono essere – il qui ed ora della mia vita.

Ho passato un periodo schiacciata dalla pesantezza delle esigenze altrui e, peggio ancora, dalle mie interiorizzazioni di aspettative altrui. Intanto urlavo dentro, con la sola voglia di vivere il momento senza paranoie sul futuro o retaggi passati. Vivere con leggerezza perché i piani futuri, anche se non possiamo fare a meno di farne, non hanno alcun senso.

Il “Grazie” più importante è questo. Quello di esserci, qui ed ora.

Dopotutto, c’è pure crisi. Amen e…cin cin.

Creativity is single

Lady Gaga has been right all along.

Remember the one time she said that she wasn’t having any sex because she felt somebody might take away her creativity through the act of sexual intercourse? Well, those weren’t precisely her words, but for the sake of PG-related content, you get the point. All throughout 2012 I have been cherishing the same concept, toying with the idea that somehow relationships and creativity might actually interfere with one another.

When I am in a relationship, most of my creativity is devoted to the current crush, whom I so badly want to be a character of my romance that I put all my effort into getting to know him better so as to come out with brilliant ways to awe him. I put it there, and in planning for two and stuff like that, whereas I find the creative side I need to exercise because of my job to be sloppier, like it’s always missing something. Just like all my crushes, who have always (so far) been missing something that was either: a) creativity b) somebody else c) well, I’ll just leave at b).

But, you see, this fits. All the heart-felt break-ups or just the jerks that come across your dating life, contribute in making you -well, how can I say this? – a more interesting person. I’ve come to believe this is related to the fact that when you’re single, you’re wittier. Your brain is sharper. Your body and mind are both more inclined to perceiving things all around you and all your project-defining ability is concentrated on your world.

“Charlie Brown must be the one who suffers, because he’s a caricature of the average person. Most of us are much more acquainted with losing than winning. Winning is great, but it isn’t funny”

Charles Schultz, October 2, 1975

This by no means imply that I’d rather be Groucho Marx and alone than happily ever after with some brilliant guy. In that case I’d settle for being just a little less funny. Despite the very tight armour I usually come with, I am romantic to the bone, and I’ll always go for love, if I feel it’s worth it.

Taralli dolci al Vino Rosso

Combo Breaker: Tarallucci al Vino Rosso

When you have a functional relationship, you’re winning. You have one part of your life that’s up and running, possibly helping you go through bad stuff. And that’s a huuuuge side. This is not a future-spinster oh-you-are-so-lucky-to-have-someone take. What I mean is that if you actually form a functional bond it’s not just because you’ve worked your butts off not to give in to “temptations”.

I know two or three couples that are like that. Both partners enhance the other’s creative sides and have a very high opinion of their significant other, while being pretty damn funny all the same. It’s because these couples are composed of people who both kept their individuality allowing the other half to do the same.

As for me, creativity now is single, drinks red wine and has lots of fun with different people that allow her to ignite the sparks of her mind.

While picking every now and then from the cookies tin.

Chakra Chan

Nessun essere umano può sopportare in eterno l’esperienza stordente della propria impotenza.

Rollo May

Manipura.

Non è una nuova inchiesta della magistratura italiana. Nemmeno l’ultima crema per le mani con ingredienti bio. Manipura è il nome…rullo di tamburi….del Terzo Chakra.

Ricadendo perfettamente nello stereotipo di persona alla ricerca di se stessa, nel bel mezzo della seconda adolescenza che colpisce quelli della mia età, mi sono buttata su una miriade di attività che prima non volevo/avevo il tempo di affrontare. Da qui le mie attuali passioni per due antipodi da palestra di tendenza: Zumba e Yoga. Bipolari, ma funzionali a darmi entrambi il sorriso. Ieri ho fatto delle corse, allucinanti, per saltare dalla prima al secondo. Sentivo di doverci andare, anche se era solo un recupero, che cercavo di incastrare tra mille cose.

Con una deviazione rispetto al percorso iniziato nella mia prima lezione, circa tre settimane fa, ieri mi introdussero al concetto del terzo chakra e come lavorarci. Senza aver mai sentito parlare di chakra in vita mia. Per chi è poco esperto, come la sottoscritta, dei sette chakra, fatevi un bagno Zen. Qui segue solo un estratto di quello che rappresenta il terzo:

“In questo chakra brilla il sole del potere personale. Una delle funzioni di Manipura è il mantenimento del fuoco che produce il calore umano. Quando questo fuoco è vivo e forte sono garantite queste qualità: autostima, allegria, autonomia, autodisciplina. Coraggio nell’affrontare i rischi. Forza di volontà. Desiderio di trasformazione e miglioramento.”

Fuffa new-age? Forse. Ma, come dissi nel post precedente, ognuno sceglie in cosa credere e se il qualcosa in oggetto lo fa stare bene e non rompe a nessuno, ben venga.

Ho sempre pensato di avere troppo senso del ridicolo per salire su un palco. Ultimamente mi sto lanciando, smettendo del tutto le ultime vestigia dell’adolescente vergognina. In interviste a caso e in rappresentazione figurative di guerrieri su tappetini Yoga ormai affumicati d’incenso.

Mentre visualizzavo quel guerriero, cercavo di non ridere mentalmente. Ammetto che il primo impulso sarebbe stato quello, soprattutto dopo essere rovinata a terra causa equilibrio precario. Poi invece mi sono calata nella parte, realizzando che ho passato buona parte della mia vita recente bloccata. Bloccata dal timore delle conseguenze delle mie azioni, dal far male o dal ferire qualcuno. I blocchi sono comodi. Ti rifugi in una specie di no harm zone. Ho sempre creduto che il dolore altrui fosse una scelta evitabile, sempre e comunque. E ho agito di conseguenza, nei rapporti personali e professionali.

Orange Cake

AsprAmante: heart-shaped Orange Cake with Orange Icing

Ebbene, fate e folletti mi hanno abbandonato da un bel po’ e il magico mondo dei puffi in cui la precedente affermazione è valida e possibile, beh, non l’ho ancora scoperto. Invece è tutto una dinamica a due o più e qualcuno prima o poi verrà necessariamente ferito come conseguenza delle tue azioni. L’ho visto e perdonato negli altri, quindi nella teoria. Non l’ho mai applicato nella pratica, con me stessa. Ho ferito involontariamente un milione di volte, ma sempre per la paura di non gestire correttamente o razionalmente le situazioni. Ma se sono abituata a vedere le persone sparire, tanto da considerarle quasi di passaggio nella mia vita, perché ancora non mi libero di certi schemi e non la faccio finita con ‘sti blocchi? Che tu compia o non compia un’azione, qualcuno starà male lo stesso. Quindi coi miei tempi, sto iniziando ad autoinsegnarmi ad essere più impulsiva.

Eccolo qui, il mio guerriero simbolico, mentre domenica scorsa affonda con piacere il coltello nel meravigliosamente asprigno dolce all’arancia che avevo creato.

La verità è che ci sono tante, troppe, cose aspre nella vita da mandar giù, che se a volte non apri la bocca, foss’altro che per farle prendere aria, te le becchi tutte tu.

Sweet 16

Establishing who you are as a person can be tricky. I’m not talking about whether you like meat or if you like a little sugar in your coffee. I am referring to sound principles, a.k.a. your core beliefs.

I choose what to believe in. I don’t have a specific religious faith I feel like I belong to, even though if you happen to be born and raised in Italy, you were 99,9 % likely baptized and all that follows in Roman Catholic paths designed for young people. Here are some of my pillars, concepts that sum up the experiences, people and places that have made my journey so far.

I believe that if you do something right, then somehow it fits. There’s someone/something bigger than us that has the wider scheme. There has to be. I like to think that, I just don’t think it’s up to me to be wasting time giving HIM/HER/IT names or trying to have other people convinced that whatever they do, they should be doing it because of something they were told to do. Nevertheless, I deeply respect religious people, because there’s some entity they name, talk to, gather on behalf of, and eventually can resort to when everything falls apart.

Ironic as it may sound, I have always been surrounded by fervently Catholic people. I have been diminished so many times, in my not-knowing-how-to-define-it spirituality, but I hold no grudge. I loved talking to most of them about religion, even when we argued. I stick to what I think. I believe that whatever comes your way, you have to try to become the best you can be. There’s never a second chance to get the first one right. We screw up, and as long as we’re humble enough to say it out loud (possibly, to the people who suffered or were involved in our misdoing), that’s fine. As long as next time we screw up, just a little less.

This is the life we get. If Hindu religion is right, well then, the more, the merrier. Since we don’t know for sure if we get another shot and are actually better off as rats or snakes, this is the only sound chance we have. As far as I’m concerned everyone is free to believe in heaven, in reincarnation, in Karma and so on. Basically, whatever gives them hope.

I believe there’s always something more than meets the eye and that everyone can be a better version of the persona that they are letting other people see. I have never, not once, been wrong. Yet. There was always something more to people I met than they were letting on. Where I’ve been wrong is when I thought there were more positive sides worth seeing in the person. On the other hand, sometimes I mistrust people because I don’t value them enough or I cannot read “through them”. Those were the times when I loved to admit that I was wrong in the first place.

Chai Shortbread

Spice ‘n Butter up your life: Chai Shortbread

I believe in forgiveness. I am not Mother Theresa, so it’s not that easy. I believe in a deeper meaning associated with forgiveness, that only comes after one develops the ability of letting go and is possible if said one is programmed to feel human sympathy. Read: we ALL screw up. Sympathy for the Devil (inside us).

I also believe in numbers. Yes, it’s stupid, yes, it’s superstition. No, I don’t have a logical-mathematical intelligence, so that’s even pretty strange. Anyway, I do. When you choose what to believe in, you end up seeing patterns in casual things. Mine include two numbers, my numerical yin and yang.

I believe in change, but this comes as no surprise. This is the salt in life. Or the spice. For a little of that, look on your left. Enjoy!

Beato il beota

Altresì noto come un beato cammino. Che tutto è, tranne quello di Santiago o altri cattolicamente connotati.

Sono sicuro che hai migliaia di cose pratiche di cui occuparti. Probabilmente le tue giornate sono ancora piene come negli ultimi mesi. Ma spero che troverai il tempo per fare quello che considero essenziale per il tuo benessere: vagabondare senza meta e meravigliarti. Anzi, direi che vagabondare e meravigliarsi dovrebbe essere il tuo motto. Anche se solo per qualche momento rubato tra un impegno serio e l’altro, concediti un’avventura nell’ignoto e la meraviglia davanti a tutte le cose curiose che incontrerai. Cerca di essere pronto a cogliere tutte le stranezze che stimolano la tua fantasia, i piaceri esotici che stuzzicano il tuo desiderio di novità e il fertile caos che ti fa uscire di testa nel modo più giusto.

Citazione tratta dal mio appuntamento settimanale con la Bibbia degli oroscopi indie, Rob dell’Internazionale. Molti lo conoscono, lo attendono pazienti ogni giovedì e lo amano. Perché? Perché fa esattamente ciò che un oroscopo dovrebbe fare: non dire una beneamata fava di niente, o perlomeno nulla di risolutivo, ma con classe e citazioni astruse. Chapeau.

Un incrocio fra un motivational d’ispirazione moderna e una Sibilla, in pratica.

Riserverò quel che penso sull’astrologia ad un altro post, onde evitare di dilungarmi più del dovuto. Per ora prendo spunto dal contenuto dell’oroscopo che, caso vuole, fotografa l’istantanea della mia vita qui e ora. Giusto lo scorso fine settimana ne ho approfittato per ben tre volte per andare a piedi ovunque dovessi andare, centro città incluso, per lasciarmi stimolare dall’ambiente.

Io cammino, ovunque. Non corro, non ho mete da raggiungere, pazienza o dedizione. Non fa parte di me, anche se ammiro chi si autodisciplina tanto dal farlo. Mi sono riproposta di darmi più obiettivi e provare a correre, ma non sarà mai il mio elemento. Il mio è la camminata. In altre epoche avrei impersonato perfettamente un dandy, passeggiando ore per il parco, conversando. Quindi quando ne ho l’occasione, quando godo del lusso di gestire il mio tempo, lo faccio. E mi guardo intorno, beota.

Adoro questa parola: “beota”. Oltre al mio consueto amore per le parole desuete e assurde, mentre la pronunciavo mentalmente, l’ho scomposta. Beota è formato per tre quinti della parola “beo”. “Io mi beo di qualcosa” descrive esattamente ciò che accade ogni volta che cammino senza avere fretta. Se ci pensate, “beota” è pure l’anagramma di “beato”, come giusto ora realizzai. Last but not least, in veneto, qualcosa xe beo (per dire che è bello). Rifletto e scompongo tutta la realtà, esattamente come faccio con le parole, ed è per quello che adoro camminare.

Anzi, io adoro proprio vagabondare, mi piace perdermi, anche se il percorso è sempre quello, eppure ogni volta c’è qualcosa di nuovo. Un sorriso diverso, una coppia che si bacia, due amici che si incontrano (sottofondo musica di Natale) oppure mi lascio trafiggere dalle scenate casuali, anche squallide. Quando abitavo a Chicago affrontavo il windchill e ho rovinato un maledetto paio di stivali col tacco, pur di fare un’ora e mezza a piedi per andare a lavoro in centro. Un po’ complice il fatto che lo stile di vita americano mi stava facendo diventare una gran bella pagnotta, me ne giravo ovunque, assaporando quello che vedevo. Ripeto, il lusso del tempo. A casa, lo stesso. Parafrasando un mio mito cinematografico, ovunque vada, io ci arrivo camminando. Colonna sonora di Forrest Gump e stessa espressione sveglia.

Cookies

Milk Chocolate and Whatever Nuts Cookies

Ed eccoci arrivati a come ciccia la cucina in tutto ciò: il dolce di questa settimana rispecchia la bellezza delle scoperte e degli incidenti di percorso. Partita in pompa magna, avendo pure preannunciato al circondario l’arrivo dei cookies al cioccolato bianco e pistacchi, a metà impasto mi ritrovo con del cioccolato al latte. Memo per le prossime volte: mai comprare cioccolato la cui confezione non richiami esattamente il colore del contenuto stesso. Se sei beota, tendi a non leggere necessariamente tutto. O se cammini, a furia di guardarti meravigliato attorno, pesti una merda. Poco importa, grazie alla macchina oliata e tra le risate mie e del mio sous chef di fiducia, abbiamo rivisto la ricetta, scoprendo abbinamenti con frutta secca a caso dalla ormai fornitissima dispensa.

Il segreto della felicità è avere gli occhi di un bambino, per stupirsi ogni giorno della bellezza che ci circonda.

Falling from Grace (Kelly)

Last Friday I went to see Mika perform in town.

I planned to go with someone I was hanging out with a few months ago, then realized I wouldn’t go anymore. Instead, in what was an unexpected turn of events I went – last minute – with a pretty nice company. Loved it. But you should already know I love unplanned situations.

The concert? Not bad, at all, despite all the smirks from my indie/hipster/nerdy coworkers.

Two hours of pure joy. Mika has kind of disappeared from the scene and his performing his first record brought along a whirlwind of memories, which I allowed myself to be swept in, especially when I was being a good girl and rehearsing his songs at ear-deafening volume while driving on the road to the venue.

It brought me back to 2006, which, aside from the memorable month when Italy and his just-for-the-occasion united citizens experienced post-World Cup-victory elation, was a very bipolar year. At least for me. I had just turned twenty. I remember I was torn between two paths in my life, the one people had always thought I wanted to go for and the one which I had grown to know and love and thought would pay off more later in life, you know, when I would finally hit the corporate world. Bullshit. Both of them.

I remember pretty well what happened at that time. I struggled to make one decision that was actually pretty easy to go for, feeling as if my whole life would depend on what I would choose. My life turned, at first slowly, and then I couldn’t stop, it felt like everything inside myself just clicked and I just wasn’t the same person anymore.

Just like now, six years later. Yet there’s a difference, this time I know all choices are, to some extent, reversible. Still, I feel like I have come to a halt in life. I’m at a turning point, the end of which is unclear to me. But I know one thing, I feel it has more to do with attitude than actual choices. Meaning what?

Blame it on the girls, blame it on the boys.

Oh yes sir, Mika was the perfect artist to underline my uncertainty about the gender attitude to pick. Nothing to do with sexual orientation, I can say without too many doubts I am heterosexual. I kissed a girl, once, and didn’t like it (sorry, Katy).

I can relate to women, on all levels. I am one, after all, and I love being a woman. Period (included). But I get bored of girly girl talk, I don’t like chatting about shopping, handbags, lipstick, not even about cakes – I just love doing them. Big shocker alert: I also get tired of gossiping after one or two minute. And I seem to have found no work-type model, either you are the over-achieving bitch who does what she is required, bitching behind somebody’s back, to get where she wants, or you’re the oh-she-is-so-nice-and-helpful kind of type and people feel they might shit on your head and you’ll reply with a smile.

Men, on the other hand, are another species I easily connect to (ok, I must stop the sexual innuendos), but cannot really appreciate. I don’t think the answer for a young professional woman lies in acting like a man. I don’t know what you think about that, but if you ask me, I would say it needed to be the other way round.

Male and female minds are not only biologically, but also socially programmed to think differently and oppose the other sex. As to why is that, I have no clue, though I have read extensively on the subject. In fact, gender-related debates are my all-time favorites. My sister likes to tease me for the fact that I always come up with stuff like: “That’s something a woman would notice” or “Only a man would say something like that”.

I need to step up in my own defence. I am always for accepting the opposites, respecting them and making them co-exist. Stereotypes are truths for people who cannot take in complexity. Ok, ok, stereotypes have some kind of truth to them. But now I’m through with that. While I struggle to understand how to deal with men at work (and outside the office) and decide the kind of woman I want to be, I’ll just stick to cakes. I’ll keep you posted though on my Casablanca dilemma.

In the light of PC and equal opportunities and all the Marissa Mayers and stay-home dads I will ever hear of, I’m representing this post not just with one, but with two cakes I recently made.

The first has more feminine elements, has layers of grated apples and buttery flavor, simple on the outside yet complex inside.

The second one is the Alpha male of Italian cakes (no flour and hard, alcoholic ingredients) and comes from Naples.

Yin and Yang. Lick off the spoon while you pick your cake.

Apple Pie Coconut Crumble

Apple Pie with Coconut and Brown Sugar Crumble

Torta Caprese all'Arancia

Cointreau Caprese

Good Morning America.

Raisin Pancake

Nuts – Raisin’ Pan-America: memories from my Chicago life.

Earlier this morning I woke up to my usual green tea cup, turned the TV on and watched Obama go through his victory speech for the second time in his and our lives. I watched Obama in his Chicago, which somewhat still feels like “my” Chicago (just a few lines more and you’ll understand why), all the people cheering with joy and the usual Hollywood style parade show that is American politics.

My mind couldn’t help going back to four years ago. I was in Boston as an exchange student when Obama was elected for the first time, and I admit I let a tear streak down my face when the news broke in. We were at a friend’s house taking in every word of the newly-elected president. Everyone was estatic and we all ended up going to Harvard Square to celebrate outside. A few days later, realization of what happened struck me and sure it is one of the first things that pop up in my mind when I think of my first U.S. stay. For as much as I can mingle with Americans without my foreign self being noticed at first, I feel deeply European. And even more so, since last year, when I lived in Chicago for three months. In Europe, especially in the Southern part, we actually “live” the outside spaces of our urban life, not just the inside of our apartments and we are used to hang around in little squares or sip drinks in pavement cafès and stuff like that. Fancy things aside, we are used to go out and celebrate, argue, or occupy. Go public. Well, at least, we were. It is (was) in our DNA, but somehow I could not see that in the young and old Americans I had met when I was in the U.S.

Then we went out, in the streets, and met other people, who were strangers and would surely go back to being strangers once the emotion had lifted. Still, we were there.

I have become a bit lazy in keeping up-to-date with American internal affairs. I’m not jumping on Obama’s America’ bandwagon and say that I want to move there on the spot. This is America’s choice, it has little to do with our personal lives overseas.

Obama is just a man, a lawyer turned politician, who, at a very young age (especially if you look at it from an Italian point of view) took the once-grand remains of the late superpower nation after the cocky Bush era and made the only thing that was possible. Speak to the people and inspire. Show them credibility and give them hope that “change”, however almost utopia, was possible.

Here’s my point. The most meaningful things in life come if you first think you can’t do them and then you change your attitude and say you can do them. And struggle hard to get them right.

Well, not that I know him personally or anything, but Obama is not an individual, it’s a symbolic reflection of what people need to believe in. I don’t believe we can actually change unless something inside us changes, unless the change in on a personal, daily-basis level.

I don’t know if Obama is as good as his word. I just know people need to be inspired. So I saw no better way to emphasize his re-election, than underline my personal “Yes, I can” and think of all the things that I keep making excuses for and do them straightaway.

I’ll sum up with something I came across in FIVE THINGS TO DO TODAY. I thought I’d share, since all five points resemble the mini bucket list I’ve written down a couple of months ago, when my own “Yes, I can” plan started.

  1. Say I love you TODAY to those you do love…you never know when it could be the last time you get to say it to them.
  2. Get a good night’s sleep. With it you can think clearly, work hard on your goals and move forward in to your real dreams.
  3. Nothing is forever. If you lose everything, start rebuilding TODAY and don’t let it destroy YOU.
  4. Do something meaningful that you keep putting off. You will be happier for it.
  5. Face your fears and carpe diem! This is your life! Take control of it and live it the way you want it to be. In the end, it will be you alone and whatever you do now to plan for that future is what YOU will have. So be bold and daring! Love yourself enough to be generous in creating what is most important to you! Then you will have something wonderful to share…

Eppur si muove

Iniziare un nuovo cammino ci spaventa, ma dopo ogni passo ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimaner fermi.

Roberto Benigni

Apple-Kiwi Plum Cake

Introducing Kiwela: la merenda di quando improvvisi. Tutto.

Sapete una cosa? Gli hobby passano di mano in mano. Si tramandano, come se ognuno di noi avesse il bisogno di processare perdite o lutti in maniere impensabili. Amanti abbandonati sublimano la perdita prendendo in prestito i rispettivi interessi mentre figli e nipoti, rimasti orfani da adulti, si cimentano in attività manuali che caratterizzavano il fu caro.

Ecco che ieri ho provato, con qualche tentennamento, a re-interpretare una cosa che mia nonna faceva con maestria, il plum-cake, imparato alla perfezione a furia di dover fare un dolce al giorno per mio nonno. Una volta divenuta troppo stanca (o furbescamente pigra) quel furetto di donna, si è seduta sugli allori della mia passione per l’improvvisazione culinaria, aspettandosi ogni domenica un dolce – possibilmente – diverso.

Quella donna smilza, tabagista e tagliente che ho imparato a chiamare nonna, tutto era tranne che il classico modello di amore uno si aspetterebbe.

I ricordi più vivi che ho di lei sono simil-traumi infantili. Riguardano il colore arancione, che una volta mi disse di non osare mettermi mai più perchè mi moriva addosso (ero troppo pallida) e da allora è diventato il colore complementare a quello che indosso sempre. Molti eventi importanti della mia vita sono stati decorati visivamente d’arancione e la gerbera arancione è il mio fiore preferito.

Ricordo quando a tre anni mi sorprese a cantare a tavola. Si arrabbiò, io smisi, poi ricominciai, mi riprese di nuovo e smisi nuovamente….poi non smisi più. Cantare è la cosa che faccio più spesso, a caso, per imbarazzo, per gioia, per noia. Per reazione nervosa. Per semplice apprendimento linguistico.

Ricordo anche quando mi feci 12 km a piedi così, giusto per non comprare il biglietto del bus, per andare a trovarla. Adoravo sentire gli strampalati racconti della sua giovinezza, per così dire, inconsueta. “Bevevo” tutto quel che c’era attorno a me: la sua voce roca, i personaggi strani, i bicchieri coi fiori azzurri e i litri di karkadè.

Di ogni libro leggessi e, credetemi, una volta leggevo davvero tanto, immaginavo persone e storie prendere vita in quella casa. Mai a casa mia. Sempre nei meandri dell’appartamento dei nonni, dove ero solita rintanarmi e aprire l’armadio a tre ante specchiate per vedere milioni di bimbe, tutte col broncio che voleva essere sensuale (sì, precorrevo i bimbiminkia) o con sorrisi a 32 denti che se la raccontavano.

In questo 2012, da gennaio a giugno, due mesi di compleanni per la mia famiglia, abbiamo dapprima scoperto un male, poi accompagnato per mano una donna, energetica e testarda come un mulo, verso un posto che le faceva paura. Una paura primordiale, fanciullesca, riflessa nei suoi occhi e nel suo lento, umiliante, consumarsi. Quando continuare a lottare era inutile, abbiamo avuto paura con lei. L’abbiamo salutata alla sua maniera. Una donna che ha rifiutato di sentirsi dire dove andare perfino da morta, preferendo ad una scelta ovvia una controcorrente.

La malattia sa essere una bella stronza, nel senso Masininiano del termine. Ti porta a odiare una persona cara, che non riconosci più, ma ti può regalare momenti intensi nella regressione infantile del malato. Con mia nonna questo non è accaduto, di certo non era tipa da affidarsi alle tue cure e non ammetteva di volerne. Se le passavi il bastone da passeggio, a momenti te lo tirava in testa se non facevi come diceva lei. Com’era sempre stato con lei, era impossibile vedere l’amore, dovevi cercarlo, intuirlo e fartelo bastare. Dalla durezza che le avevano imposto certe scelte di vita, vita che non le ha risparmiato insulti neanche in età avanzata, lei reagiva così: indurendosi. Scherzando, la chiamavo “Bocca di Rosa”.

Non ho ancora avuto il coraggio di cimentarmi con il mitico “Riso alla Feltrina”, celebre piatto che noi sorelle veneravamo. Curioso come ogni volta io provi a parlare con dei vicentini di questo piatto, pochissimi lo conoscano. Ho perfino avuto il sospetto che mia nonna se lo potesse essere inventato, vecchia canaglia. Invece esiste davvero, ed è una rarità.

Lo scorso fine settimana ho visto i primi alberi di Natale dei centri commerciali (lasciamo stare, va’) e realizzato che quest’anno per la prima volta non ci sarà lei mezza brilla a sparar sentenze su chiunque. E allora, con un mesto sorriso, del plum-cake me ne sono catafottuta. Ne ho fatto una versione mia, con metà farina di farro, mele, kiwi, un po’ di burro sciolto su cui dopo ho anche caramellato mandorle e pistacchi. Cantando. So di certo cosa avrebbe detto lei: “Fai sempre cose strane tu.”

Ciao, arrivederci, ciao.

Arrivi e Partenze

Chocolate to Go

Mama always said that life’s like a box ‘o chocolates. You never know WHERE you gonna get.

Rivelazione del mattino: la mia vita somiglia sempre più ad un film. Come in una commedia romantica, le storie degli ultimi due anni, durature o meno, effettive o platoniche, sono state sconvolte da una partenza. Che fosse per dare il là ad una passione, o per decretarne la fine.

Quasi sempre, per quest’ultima ragione.

Tempo fa scherzavo con una di queste “storie” sul perché quasi tutte le canzoni raccontino proprio il momento più straziante: la fine. Qui ribadisco la mia teoria: tendiamo sempre a concentrarci su ciò che non va. Per lo stesso motivo ci rendiamo conto di amare, o meglio, pensiamo di amare di più, quando ci si allontana perché idealizziamo, e la quotidianità viene mitizzata.

Ad esser completamente sinceri, lo facciamo pure all’inizio, viviamo nel timore di investire in termini emotivi, e a volte pure economici, per la paura (o la consapevolezza) che ci si lascerà. Insomma, nessuno che si viva il viaggio, turbolenze comprese; tutto il focus è sul decollo e sull’atterraggio.

Sorprendo la me stessa bipolare nel dire che io credo sia normale pensare alle ragioni per cui vuoi stare con qualcuno, non giustificarti col mondo esterno del perché non lo molli. Altrimenti detto, viversi con consapevolezza la liason nel momento in cui accade. Non mi è mai capitato di scoprire dopo qualche mese di romanticismo di essermi follemente innamorata di un narcotrafficante con tre mogli in altrettanti stati diversi, anche se sarebbe un bell’aneddoto. Nonostante ciò, sono stata ingannata assai. Sovrastimo la mia percezione delle persone e sottostimo il mio grado di masochismo, finendo spesso per fare e perpetrare madornali errori di valutazione. Malgrado ciò – e lungi dall’esser divenuta cinica, a livello generale mi spaventa la mancanza del senso dell’altro e del compromesso di coppia.

Premessa: figlia di genitori – fortunatamente – divorziati, senza ormai particolari recriminazioni, ho visto il primo esempio di unione fallire, in un momento in cui, nell’ambiente in cui sono cresciuta, una separazione era ancora una rarità mal vista. Pace. Certo, questo forse ha contribuito a farmi diventare un piccolo miracolo di “concreta ingenuità”. Il mio approccio con l’amore e i rapporti in generale è permeato da una prudente curiosità, che non mi impedisce comunque di constatare quanto tempo sia passato da quando mi sentivo figlia di una famiglia strana e di come sia invece quasi naturale al giorno d’oggi lasciarsi letteralmente dal giorno alla notte, convinti che la risposta sia in un altro/a migliore.

In alcuni casi, gran bene innegabile. Il mondo è popolato da scroti – uomini e donne – dai quali è meglio liberarsi al più presto. In molti casi invece basterebbe fossimo noi a guardarci con occhi diversi e a smussarci insieme.

Io so sempre di più cosa voglio: una forma di relazione, quella interdipendente, che ad ora non ha trovato una piena realizzazione nelle storie passate, ma il cui solo concetto mi basta per immaginare concretamente la mia futura vita a due, che comporta più fatica, ma è tendenzialmente meglio di una lunga partita a solitario. Qual è una relazione interdipendente? Una cosa del tipo:

“Io sto bene, indipendentemente dal fatto che tu ci sia, ma se tu ci sei, sto meglio! Quindi io sono indipendente, sto bene, la mia vita funziona comunque anche se tu non ci sei, perché magari non ci siamo mai conosciuti, perché ho vissuto oltre trent’anni della mia vita senza te e quindi ho già le mie sicurezze, i miei divertimenti etc., ma da quando ho incontrato te sto meglio e quindi scelgo di vivere al meglio la mia vita insieme a te.”

Poi tremo, pensando a come si arriva ai trent’anni, un guazzabuglio di sicurezze erette a suon di paranoie – debellate o meno. Un insieme di credenze maturate sull’esperienza personale che è sì, una gran maestra (non me ne voglia la frase fatta), ma una maestra molto parziale. A volte, come in un loop, rischiamo di cadere preda dei nostri stessi demoni. Convinti che non potremo che ricalcare gli schemi – positivi o negativi – applicati in passato, non guardiamo l’altra persona per quello che è e di conseguenza non ci lasciamo trasportare e stupire.

Con queste premesse, l’amore non ti può – quasi mai – salvare. Signore e signori, sturatevi le orecchie, l’amore non è la risposta a tutti i mali del mondo. Può avvolgerti, migliorarti, spronarti, darti conforto, energia e vitalità, ma di certo non è la panacea per coloro che ricercano una risposta solo nell’amore stesso.

A meno che non viviate sul set di Serendipity (beati voi, cacchio). Più che sul set di Serendipity, io mi sento su quello di The Terminal.