Never Let Go

E alla fine arriva lei.

Regina indiscussa delle opere incomplete, campionessa olimpica delle frasi lasciate a metà, leader nel settore del “Ti voglio ma non ci provo”, esperta riconosciuta a livello internazionale del lanciare il sasso e ritirare la mano.

Passo per paraculo, per chi mi conosce poco. In alcuni casi lo sono pure, verso chi mi conosce poco. In realtà la mia inconcludenza è frutto della paura di essere quella di cui un giorno al telegiornale i vicini intervistati diranno “Aveva tante potenzialità ma non le ha sfruttate”. Anche altre cose influiscono, ma non divaghiamo.

Mi accendo con facilità, in preda all’innamoramento verso un’idea. Poi qualcosa si perde. Così è successo con questo spazio, nato in un momento in cui avevo urgenza di dire mille cose senza dare loro forma. In questi mesi il cervello non mi si è anestetizzato, si è frammentato più del solito, e non ho più avuto la concentrazione o l’esigenza di scrivere. Mo’ si riparte.

Ed ecco di cosa scriverò, prima di riprendere in mano tutte le bozze, iniziate ed ogni tanto limate, in questo periodo di assenza. Scriverò delle ripartenze. Non voglio più bozze nella mia vita.

Ripartire da zero è più facile che ricostruire. Finché lasciavo incompiuti tre, cinque, dieci articoli compravo un dominio e mettevo in cantiere altri progetti. Ero nella situazione, comune a tutti, di quando l’entusiasmo iniziale scema e ti senti sul piano inclinato per cui sai che ritornare in cima ti risulta più difficile (e noioso) che lasciarti andare e rialzarti verso una nuova sfida.

Riprendere un progetto significa guardarlo con occhio critico ma clemente allo stesso tempo. Sono spesso sulla difensiva riguardo al mio lavoro, ascolto e accolgo le critiche ma non reagisco bene, per la paura sopra citata e affini. Le uniche critiche che arrivano davvero al punto, quelle efficaci, sono le mie. Sono dell’opinione che sia necessario lasciar fare degli errori per imparare a non farli. Questo perché i propri sbagli, perché vengano riconosciuti, è necessario che vengano identificati come tali. Quindi per capire che qualcosa non va devi prima farlo male e riconoscerlo. Certo, sai che ammazzare è sbagliato, non hai necessariamente bisogno di andare dietro le sbarre per non farlo. Ma non sai a priori come gestire un gruppo, affrontare una malattia, educare un figlio, avere una relazione o imparare a stare al tuo posto. Devi poter tentare, cadere e ripartire.

Con le persone è davvero difficile farlo. Quando arrivi al punto di non ritorno, anche se hai capito i tuoi errori, qualcosa s’è rotto o comunque non hai più possibilità/voglia/intenzione di riparare. Non credo nella minestra riscaldata e con gli amici richiede una gran dose di fatica e maturità portare avanti qualcosa che si è incrinato.

Coi progetti che sono solo tuoi hai più fortuna. Ai progetti non devi chiedere scusa, non ti tengono il broncio se hai bisogno di allontanarti da loro e se li tratti male. E tu non serbi loro rancore.

Ta-dan! Non si diventa mai qualcosa, si è sempre in divenire. Allora perché è tanto difficile accettare i fallimenti, che spesso appaiono più pesanti da dentro che da fuori, e non prenderli invece come incidenti di percorso, a volte perfino necessari? Tanto vale anche piantarla di incolpare gli altri di come ci sentiamo quando sbagliamo. La verità è che agli altri interessa il giusto dei nostri successi e persino dei nostri fallimenti. Triste, nell’egocentrico mondo in cui viviamo, ma vero.

Riguardando The Breadcrumble posso dire di aver visto dove si poteva migliorare. Per chi leggeva le pippe psico-socio-filocose, rimarranno eccome. Per chi si è sempre chiesto se fosse un blog di cucina, la risposta è no. Ma ho deciso che condividerò lo stesso la ricetta che accompagna il post, evidenziandola alla fine, così che si possa fare “Skip”.

Anni di Internet e disturbo dell’attenzione saran pure serviti a qualcosa. Buona rilettura/cottura!

Piña Nel Crumble

Pina Colada CrumbleQuesto era un pretenzioso crumble di banane e mango con latte di cocco. Quando ho letto la ricetta, l’unica associazione mentale che il mio lato alcolemico ha prodotto è stata la Piña Colada. Perciò (e assolutamente non per risparmiare, eh) ho sostituito il mango con l’ananas e il latte di cocco con il Rum Malibu, quello al cocco, che gli ha dato quello sprint in più e che era già in casa. Nasce il Piña Crumble, di una facilità imbarazzante e dal risultato garantito.

Riscaldare il forno a 180°, tagliare a rondelle 4 banane mature, metterle in una ciotola e irrorarle con un po’ di succo di un limone perché non anneriscano. Tagliare mezzo ananas a tocchetti (va bene anche già tagliato della Del Monte) e mescolarli alle banane. Aggiungere 100 ml di rum e un cucchiaio di latte. A parte via di crumble: mescolare con la punta delle dita 80 grammi di burro ammorbidito con 80 grammi di farina, 100 g di farina cocco, 30 grammi di zucchero di canna e 40 grammi di zucchero normale per ottenere il composto sbricioloso. Mettere la frutta su una pirofila, ricoprirla col crumble, infilarla nel forno caldo per 25 minuti o finché non diventa dorata.

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In Florentia Veritas

It’s the second time I literally feel the urge to start writing when out of town.

This is how it goes: the thoughts form faster than I can even acknowledge their presence and I feel a spark ignite inside me. Once again, I was tossing and turning around in my once-arranged-for-the-sleepover, now current-status-updated bed and the light struck me but I could not really grasp what it was. Sure enough, I was reading a harsh, thought-provoking book, but I could tell it wasn’t related.

Although I am growing stiff and unfamiliar with the language, the one thing I knew is that this post had to be written in English. The reason is easily explained. Florence was my first link to America and has played the part up till now. Whenever I go there, English words are all over the place and I cheerfully adapt to this trend.

I’ve come to think that if I lived in Florence, I would definitely keep my English fluent.

Italian Style Burger

Hamburger “di Ciccia”.

I had a undecided start with this town. The first time I visited Florence was the hottest, most humid day one could possibly imagine. Late July, 2008. I was interviewing for my student exchange visa to go to Boston. Tourists flooded the town as if it were their last day on Earth and all they felt like doing was come eye-level with David’s muscular body. I couldn’t help but feel relieved when the day was over.

Some years passed after this false start, I have made it a habit to visit two lovely people I met in Florence every two or three months. Florence is not just a city, nor is it one of the three spots people feel worth visiting in Italy: the Three-Cities-Area (Venice-Florence-Rome) which pretty much sums up Il Bel Paese for foreigners.

Florence is a State in itself. A Florentine has a natural birthright, which puts him or her beyond all the rest. Something you cannot describe until you actually see it in action, but clearly visible to anyone who would notice.

I’ve always thought that places have a way of speaking to you. If you allow them to permeate your whole body and soul you end up feeling almost mesmerized by the feeling a city conveys to you. You’re twice rich. There’s nothing that puts you more at your place than going places. You feel ridiculed in your once firmly ideas and you start questioning them, feeling like they’re somewhat diminished.

As it goes, after two years of intense relationship with F-town, we are at a turning point. Florence is speaking with a softer voice, as if we’ve mutually grown to expect the other’s presence, but without having adopted me.

It’s a more mature kind of love now. Whenever I go I crave the food, the colors, the air, the harmony and I know my way round. I’m not going to Florence to breathe through my green (or reddish, or cream or whichever Florentine-colored) lung anymore. I’m not going there to be amazed or to escape. I belong there, as an external observer.

Like every old couple, we enjoy the time we spend together, but we know we’re too different to merge. So what I do is worship her. Whenever I go I pay my respects to an old flame, because I think Florence is there to be admired and caressed. She expects you to do that, like you would in a courtship process in which she would never, no matter how hard you try, give in.

In ombra

Questo post ha avuto una gravidanza travagliata. Dopo che tutte le mie energie sono state assorbite da me stessa, un pensiero torna lì. A quel momento di un anno fa in cui salutavamo una donna dallo spirito coriaceo e anticonvenzionale. Accoglievamo la quiete che segue la tempesta e raccoglievamo le forze, ognuno a suo modo.

Fatico ad essere banale nei momenti sdolcinati (o sdolcinata nei momenti banali) e questo perché ho trovato una correlazione tra chi è sdolcinato e chi non riesce ad entrare in contatto davvero con le proprie emozioni. Le mie sono ben nascoste, quasi sempre negate a parole, eppure tradite in pieno dalla mia poco allenata Poker Face.

Ci si lavora ed è, come dire, un work in progress.

Wine

The Heirloom

L’ho già detto da qualche parte, io ringrazio sempre ed è un aspetto di me che entra nella revisione del work in progress di cui sopra. Con lei non l’ho mai fatto, ne cercavo inutilmente l’approvazione e litigavo come una vipera. Eppure facevo chilometri a piedi solo per sedermi sulle sedie di paglia colorata e ascoltare rapita i suoi racconti. Credo di aver sviluppato con lei la mia capacità di ascoltare e la silenziosa soddisfazione quando a parlare non c’era più nessuno.

In molti dettagli tutto è ancora vivido, nel verso delle tortore, nel profumo di bucato, nel vino che ho deciso di esplorare molto da vicino, negli strambi modi di dire stranieri o dialettali. Nel karkadé che mi scopro a comprare in una torrefazione, nell’Earl Grey con cui infarciamo i dolci. Nelle cartoline, che non ho più mandato a nessuno.

Quest’anno l’avrei di certo stupita, e con questo immodesto pensiero mi ci cullo. Per lei eravamo quelle particolari, quelle che dovevano sperimentare sempre. Quelle poco assennate. Vero, ed era questo essere così diverse tra noi che ci portava a rapportarci.

Un anno fa si chiudeva un momento intenso, che non ci ha permesso di assaporare a pieno ciò che stava accadendo. La malattia è stata un turbine di adrenalina a rilascio costante, notti insonni che rincorrevano giorni frenetici. Nella vita di ognuno di noi prima o poi capita: momenti, che a volte possono durare anni, in cui i ritmi non sono dettati da te e vivi in funzione di altri.

Quando ti lascia qualcuno con cui hai avuto un rapporto intenso e conflittuale non può che essere altrimenti. Ma la vita non si ferma, mai. Ci sono i primi giorni di fervore, seguiti da quelli di inquieto silenzio. Poi tutto si muove di nuovo e quando qualcuno bussa alla tua porta, ti devi ritornare ad aprire, per forza. Anche quando frigni, piagni e ti lagni. Anche là c’è qualcuno che ti vuole bene e che c’è oggi e domani potrebbe non esserci più. In quel caso puoi decidere che farne di quella persona. Quando meno te l’aspetti, arriva qualcosa che ti sconvolge in maniera pesante. E la giostra riparte.

Quest’anno la giostra si è fermata spesso, in alto come succede alle ruote panoramiche dei film, con quel senso di vertigine e impotenza del non poter far nulla se non aspettare che qualcosa si rimetta in moto da sè. A fianco a me non c’era nessuno con cui dovessi avere chiarimenti o sordide scappatelle. Questi momenti mi son serviti per fare pulizia mentale e rendermi ricettiva: in particolare se c’è qualcosa che ho “bevuto” quest’anno è la luce che si accende negli occhi di chi fa le cose con passione! La stessa luce ha illuminato me, spingendomi pian piano a muovere i primi, stentati, passi verso quella che so essere la mia direzione.
Iniziare ad accettare la banalità dei sentimenti che ci rende tutti uguali è uno di questi passi.
1 a 0 per me nonna.

Happy-Go-Lucky

Happiness is real only when it is shared.

Ta-da-da. I am going to start off once again with a quote, taking a leaf out of the person I once was’ book.

Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

Pacman: Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

The quote comes from Into the Wild, a movie I saw once and never even attempted to rewatch again. A peculiarity that is indeed very unsual for me since I’m used to watch movies and read books over and over again. It’s not that I didn’t like it, on the contraty I digged it. I loved it so much and at the same time I was – how can I put it? – affected.

Into the Wild is a tale of the rejection for a normal life, recounted through a personal journey to find a truer meaning to his life. Possibly due to just how much I could relate to Emile Hirsch character, Christopher McCandless, soon to become Alexander Supertramp. Back at the time when the movie hit theaters, I was getting ready for one of my most intense experiences. Sure, I was not going to burn 25 grands and cut off all relations, but trying to live alone on the other side of the world felt like an adventure to me.

Attributed to Supertramp, the quote is the climax of the movie and self-discovery journey itself. Right before passing away, when he realizes there is quite literally no turning back and he feels more desperate than he would ever have imagined, he has an epiphany. He thought he would find a deeper meaning to it all, by refusing to take part in a society he judged corrupted and hypocritical, only to discover that real happiness comes from functional, heart-warming connections. Exactly what he had shunned.

I envisioned what would happen after my return. I could almost anticipate that I would come back after a similar discovery, except for the fact that I would be a) hopefully not dead due to a toxic wild potato poisoning b) going back to an ordinary life with obvious needs for readjustement.

What happened instead is that I went back home with a heart filled with memories I could never have imagined and a fridge magnet reading out:

True happiness lies within you.

The magnet is now hidden on the bottom of a metallic shelf, whereas the first quote still pops up triumphantly in any profile of my online being.

As it turns out, real life is all about compromising. Duh. I know, it’s not so much as a breakthrough piece of information. Still, I am pretty sure I am not the only one who finds it hard to balance relationships. So you have to work your way into adapting yourself.

I have been struggling all these years to find a resolution between the two opposite takes. Truth be told, I still have no clue. My deepest nature, my core, is much more inclined towards the first quote yet there are times when I really cannot include other people whom I love in my own picture of “looking for happiness”. Very often I am tempted to go Alexander Supertramp again and restart it all over. The real challenge behind all this is that you have to let them know you care about them, hoping they’ll understand your burn out, or just your needs.

One day I’ll find the winning streak and balance or I’ll die trying. Hopefully not after a wild potato intoxication. In the meantime I’ll use potatoes to find balance in a sweet recipe. Enjoy!

More breakfast, no more fast breaks

Mince Pies

Late Xmas Treat: Mince Pies

Having breakfast with something I created is one lovely treat that keeps telling me I’m doing the right thing. Following the correct path. I’m not just jumping on the foodie bloggers bandwagon. If I were, I would definitely force myself to post recipes way more often. I am doing what I take pleasure in. It is this certainty that makes me get my butt of the couch when I get home after work (and after working out!) to make cakes and cookies.

My family, generations of sweet-toothed individuals, almost stopped buying sweets and cookies. We live off the ones we bake. I couldn’t be prouder of myself.

These days my mind goes back to the frenzied, packed December and the end-of-the-world madness. I kept toying with the idea that I spent my life making the most out of my time, without rushing, and that, had the world actually ended, I was satisfied with the experiences I had lived so far. And then I thought: “Where would I want to be now?”. What would you have done? Who would you’ve run to? Cell phones out of the way and everything.

I answered, picturing myself. If the world had ended, I would have died having breakfast. That’s right. Breakfast is my happiness ritual.

Quite predictably, I did not actually spend December 21st having breakfast. I celebrated the event having some friends over gather over a bottle (read: a bit more) of their favorite drink and some awkward questions.

That night I did not relax until it was time to go to bed, no wonder it took me a while to cool off. And then something happened. As 2012 was quickly and confusedly coming to an end, I couldn’t help to feel relieved and yet, something was not quite right. I kept feeling like I spent the remainings of last year running against time and without being fully concentrated, rather just going by.

Usually, I want to make the most out of my time, even if it implies laying on the couch just reading a book or having a pleasant, flowing, conversation. I want to feel I am doing what I want to do. I know it’s unrealistic to have such an expectation. At times like these, time is gold. We get paid for the time we spend at the office. Well, in most companies. If we work freelance, we mostly get paid on an hourly basis. Hence, time is luxury.

That’s why I love breakfast and I have always thought that who doesn’t agree with me on that is not familiar with earthly pleasures. Of course, when I was in high school I had no time to spare in the early morning rush, when I woke up in the mornings it was always too late not to feel nautios at the mere idea of ingesting anything.

Now I simply have to get up in the morning and eat, it’s not just that it’s the first thing I need to do because my body tells me so. It is the remarkable sign of the fact that I have time and I want to spend it taking care of myself. I’ll have time to catch those last five minutes’ sleep. When I’ll be six feet under.

What is not coming along in my journey through 2013 is the sensation to be wasting time. Time flies even when you’re not having that much fun. Time flies, or should I say, passes you by, when you are not focused on where you want to get in life. This is the proper age to figure all this stuff out, society has taught us. As Muse would have it “Time is running out”. Whether it’s time left for enjoying the previously mentioned earthly pleasures, or just time left for accomplishing whatever we want to be.

This is the only lesson I am ever going to learn about the Maya-media-hype and collective mania and from two or three losses of the past year. “The problem is, we think we have time” goes the saying.

It sure is one thing I have not yet mastered, but hope to improve day by day. I am letting people I invested my time on go. And, finally, without feeling like I regret a single moment.

Acceptance, this is what they call it. Time to move on.

Rapporti A3

Cantucci coi Pistacchi

Almond-Pistachio-Nut Cantucci: three times down to earth.

Dopo il passaggio della Befana, si riaprono i battenti. La vecchia ha bruciato tutto ciò che c’era da bruciare. Oggi l’anziana signora passa anche per di qua, dando fuoco (simbolico) alle ultime vestigia del 2012.
Affido a lei tre piccole lettere, scritte per altrettante persone che hanno fortemente segnato l’anno appena trascorso e accomunate dal solo fatto che non faranno parte del mio 2013 e degli anni a venire. Età diverse, generi diversi, estrazioni sociali diverse; eppure ognuna mi ha aiutato a capire qualcosa in più di me stessa. Scrivo idealmente a loro perché sono sempre più convinta che il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi è quello di prenderci del tempo per dare un senso alle persone a cui noi abbiamo dato senso.
La vita è spesso cinica. Le persone che ci fanno muovere quasi mai sono quelle che se lo meritano e coloro che invece non consideriamo meriterebbero la nostra attenzione. Eppure entrambi i movimenti, di caccia e di fuga, ci fanno avanzare.

Per te: Ti capisco, in fondo io e te condividiamo qualcosa. L’abbiamo capito dal primo momento. Condividiamo la paura, l’onestà verso gli altri e la disonestà verso noi stessi. Ci siamo riconosciuti anime affini fin dal principio, parliamo lo stesso linguaggio. Non ci saremmo mai stancati di parlare, eppure è successo. Ti stanchi, ti arrabbi, tutto cambia e la vita riprende il sopravvento. Come per altri rapporti, a me compete accettare il risultato, lo status quo, quello che ti ho spesso esortato a fare. A lungo ho cercato di lottare, ma non sempre esiste un compromesso. Mi hai insegnato questo, ossia che la diplomazia arriva fino a un certo punto. Quindi meglio accettare che, per quanto sarebbe bello, le cose non sempre vanno come vorremmo e se non possiamo far niente per cambiarle, l’unica cosa su cui possiamo intervenire è la nostra reazione e guardare a quello che di buono è rimasto. Ti auguro tutto il meglio e che un giorno tu possa diventare una persona all’altezza delle proprie potenzialità. Perché se lo capisci tu, c’è una grande possibilità che possa farlo pure io.

Con te: Ti volevo coraggiosamente, ingenuamente, bene, come quando cercavo di darti un po’ di quello che credevo essere il mio coraggio. Ho riscoperto alcuni lati di me che ora tornano ad essere solo latenti e non ho mai perso la mia unicità. Relazionarmi con te ha messo a nudo e confermato alcuni timori, ma sono contenta che a prevalere sia sempre stato il mio spirito di sopravvivenza. L’insensatezza di tutto quel che è successo è stata così spiazzante che io non ho fatto niente, e ne sono tuttora felice. Un giorno, non so ancora quando, fare pace con gli errori altrui mi porterà a far pace coi miei e a guardarmi allo specchio senza autogiustificarmi, ma vedendo qualcuno che ha sbagliato, si è scusato e si è perdonato. Mi hai ricordato in cosa credo, ossia che chi crea delle aspettative deve assumersene le responsabilità. Mi hai fatto vedere che i timori mentali non sono appannaggio mio, anzi, li hai quasi ridimensionati. Ero lì, ma non mi hai mai sentito. Non ci siamo mai guardati negli occhi, lo sguardo era inconsapevolmente rivolto alla meta. Il più comune degli sbagli.

Senza di te: Sei per certi versi la mia nemesi, ma sei dentro di me. Come io non posso fare a meno di essere come sono, tu non puoi fare a meno di essere come sei. Per noi andare d’accordo è arduo, ma è grazie a persone come te che esistono persone come me. E viceversa. A mio modo ti porterò sempre dentro, sollevata solo della lontananza che permette il sereno distacco. So che quando si sente di stare male non si vuole ascoltare chi ti incita a capire come poter star meglio, perché il dolore è una coperta confortante; inoltre ti sembra che nessuno sia in grado di capire il tuo stato d’animo. E allora ti incazzi. Quello che capita anche quando senti di vivere un’ingiustizia. A tutti piace avere l’approvazione degli altri, essere coccolati e al centro dell’attenzione. Ma tale atteggiamento non può protrarsi a lungo, tanto meno andare a discapito di coloro che hai attorno. Il mondo cercherà spesso di fotterti, come reagirai starà solo a te. Vedere te mi ha ricordato che anch’io cado in questa trappola. Solo grazie a persone come te mi ricorderò di come ho scelto di reagire io. Grazie.

E ora, cali pure il sipario. Benvenuto 2013.

E se trovo le radici?

Anzitutto devo assolutamente andare dal parrucchiere. Che devo rifarmi la tinta.

E se trovi le radici in un dato luogo fisico e non solo sui capelli? Tipo la tua città? Lo senti, dentro. Allora so’ cazzi. Particolarmente visto e considerato il momento storico.

Domenica mattina: mi giro e mi rigiro tra le sontuose lenzuola di questo bell’albergo di Milano, città che oggi appartiene solo ai turisti, ai consueti invisibili e ai milaneeeesi che han dovuto rinunciare al ponte di Sant’Ambrogio.

Milano è città d’elezione per molta, moltissima gente. Questo suo essere mamma adottiva un po’ restia, ostile ed accogliente al tempo stesso, il suo essere non luogo mi affascina e mi rende familiare un posto che altrimenti faticherei a digerire. Quest’anno la capitale della moda italiana ha giocato un ruolo chiave nella mia vita, fonte di piccole soddisfazioni, svolte professionali e non solo.

Chi ha studiato comunicazione prima o poi a Milano ci dovrebbe passare per emergere, per “farcela”. Banalmente, è il primo posto in Italia dove non c’è il paron che vuol far da sè perchè tanto scrivere xe bravi tutti, come pensano in tanti. La Madonnina invece io l’ho sempre rifuggita. Anzitutto, è troppo dorata e a me il luccichio eccessivo non garba. Quand’era il momento non mi ci sono buttata a capofitto ed evidentemente non è scritto al momento che io passi per di là. Ci respingiamo, a volte accarezzandoci sfuggevolmente, ma consapevoli che il nostro destino non è quello di stare insieme.

Sì, sto ancora parlando di una città.

L’ho girata spesso in solitario, Milano. Stavolta accompagnavo un’amica, che sta intraprendendo un percorso di cui sono orgogliosa e che si riflette in ciò che emana la sua personcina vulcanica. Sarà che ora come ora fatico a trovare la mia di lava da eruttare, ma, come prevedibile, il brulicare di gente sconosciuta, il freddo pungente, il sole d’inverno mi hanno galvanizzato.

Milano da Bere

Milano da Bere. Adagio.

Sono stata girovaga e inquieta a lungo. Ora come ha detto la mia compagna di viaggio tra lo spazientito e l’affettuoso: “La nuova Chicago è dentro di te.” Poteva dire Boston, o Valencia. Da quando sono tornata non mi è mai rispuntata la voglia di fuggire altrove. Adoro viaggiare, possibilmente per periodi lunghi per immergermi nella cultura locale. In ogni città mi sento a mio agio e dopo meno di un giorno è come se la conoscessi da subito. E qui ritorniamo al fatto che mi piace scoprire camminando. È un dono, o perlomeno io lo considero tale, quello di poterti calare ovunque con la voglia di “carpire” tutto ciò che c’è attorno a te e lasciare che sia il luogo a parlarti. A volte sembro strana, ma ne vado orgogliosa assai.

Eppure ho bisogno delle mie radici. Non escludo di potermene andare via, magari anche a breve. Non si può escludere nulla, perfino Berlusconi scende di nuovo in campo. Dev’essere il campo di Holly e Benji, quello che non finisce mai, lungo come l’emisfero terrestre. Spero che i gemelli Derrick gli entrino a gamba tesa.