More breakfast, no more fast breaks

Mince Pies

Late Xmas Treat: Mince Pies

Having breakfast with something I created is one lovely treat that keeps telling me I’m doing the right thing. Following the correct path. I’m not just jumping on the foodie bloggers bandwagon. If I were, I would definitely force myself to post recipes way more often. I am doing what I take pleasure in. It is this certainty that makes me get my butt of the couch when I get home after work (and after working out!) to make cakes and cookies.

My family, generations of sweet-toothed individuals, almost stopped buying sweets and cookies. We live off the ones we bake. I couldn’t be prouder of myself.

These days my mind goes back to the frenzied, packed December and the end-of-the-world madness. I kept toying with the idea that I spent my life making the most out of my time, without rushing, and that, had the world actually ended, I was satisfied with the experiences I had lived so far. And then I thought: “Where would I want to be now?”. What would you have done? Who would you’ve run to? Cell phones out of the way and everything.

I answered, picturing myself. If the world had ended, I would have died having breakfast. That’s right. Breakfast is my happiness ritual.

Quite predictably, I did not actually spend December 21st having breakfast. I celebrated the event having some friends over gather over a bottle (read: a bit more) of their favorite drink and some awkward questions.

That night I did not relax until it was time to go to bed, no wonder it took me a while to cool off. And then something happened. As 2012 was quickly and confusedly coming to an end, I couldn’t help to feel relieved and yet, something was not quite right. I kept feeling like I spent the remainings of last year running against time and without being fully concentrated, rather just going by.

Usually, I want to make the most out of my time, even if it implies laying on the couch just reading a book or having a pleasant, flowing, conversation. I want to feel I am doing what I want to do. I know it’s unrealistic to have such an expectation. At times like these, time is gold. We get paid for the time we spend at the office. Well, in most companies. If we work freelance, we mostly get paid on an hourly basis. Hence, time is luxury.

That’s why I love breakfast and I have always thought that who doesn’t agree with me on that is not familiar with earthly pleasures. Of course, when I was in high school I had no time to spare in the early morning rush, when I woke up in the mornings it was always too late not to feel nautios at the mere idea of ingesting anything.

Now I simply have to get up in the morning and eat, it’s not just that it’s the first thing I need to do because my body tells me so. It is the remarkable sign of the fact that I have time and I want to spend it taking care of myself. I’ll have time to catch those last five minutes’ sleep. When I’ll be six feet under.

What is not coming along in my journey through 2013 is the sensation to be wasting time. Time flies even when you’re not having that much fun. Time flies, or should I say, passes you by, when you are not focused on where you want to get in life. This is the proper age to figure all this stuff out, society has taught us. As Muse would have it “Time is running out”. Whether it’s time left for enjoying the previously mentioned earthly pleasures, or just time left for accomplishing whatever we want to be.

This is the only lesson I am ever going to learn about the Maya-media-hype and collective mania and from two or three losses of the past year. “The problem is, we think we have time” goes the saying.

It sure is one thing I have not yet mastered, but hope to improve day by day. I am letting people I invested my time on go. And, finally, without feeling like I regret a single moment.

Acceptance, this is what they call it. Time to move on.

Rapporti A3

Cantucci coi Pistacchi

Almond-Pistachio-Nut Cantucci: three times down to earth.

Dopo il passaggio della Befana, si riaprono i battenti. La vecchia ha bruciato tutto ciò che c’era da bruciare. Oggi l’anziana signora passa anche per di qua, dando fuoco (simbolico) alle ultime vestigia del 2012.
Affido a lei tre piccole lettere, scritte per altrettante persone che hanno fortemente segnato l’anno appena trascorso e accomunate dal solo fatto che non faranno parte del mio 2013 e degli anni a venire. Età diverse, generi diversi, estrazioni sociali diverse; eppure ognuna mi ha aiutato a capire qualcosa in più di me stessa. Scrivo idealmente a loro perché sono sempre più convinta che il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi è quello di prenderci del tempo per dare un senso alle persone a cui noi abbiamo dato senso.
La vita è spesso cinica. Le persone che ci fanno muovere quasi mai sono quelle che se lo meritano e coloro che invece non consideriamo meriterebbero la nostra attenzione. Eppure entrambi i movimenti, di caccia e di fuga, ci fanno avanzare.

Per te: Ti capisco, in fondo io e te condividiamo qualcosa. L’abbiamo capito dal primo momento. Condividiamo la paura, l’onestà verso gli altri e la disonestà verso noi stessi. Ci siamo riconosciuti anime affini fin dal principio, parliamo lo stesso linguaggio. Non ci saremmo mai stancati di parlare, eppure è successo. Ti stanchi, ti arrabbi, tutto cambia e la vita riprende il sopravvento. Come per altri rapporti, a me compete accettare il risultato, lo status quo, quello che ti ho spesso esortato a fare. A lungo ho cercato di lottare, ma non sempre esiste un compromesso. Mi hai insegnato questo, ossia che la diplomazia arriva fino a un certo punto. Quindi meglio accettare che, per quanto sarebbe bello, le cose non sempre vanno come vorremmo e se non possiamo far niente per cambiarle, l’unica cosa su cui possiamo intervenire è la nostra reazione e guardare a quello che di buono è rimasto. Ti auguro tutto il meglio e che un giorno tu possa diventare una persona all’altezza delle proprie potenzialità. Perché se lo capisci tu, c’è una grande possibilità che possa farlo pure io.

Con te: Ti volevo coraggiosamente, ingenuamente, bene, come quando cercavo di darti un po’ di quello che credevo essere il mio coraggio. Ho riscoperto alcuni lati di me che ora tornano ad essere solo latenti e non ho mai perso la mia unicità. Relazionarmi con te ha messo a nudo e confermato alcuni timori, ma sono contenta che a prevalere sia sempre stato il mio spirito di sopravvivenza. L’insensatezza di tutto quel che è successo è stata così spiazzante che io non ho fatto niente, e ne sono tuttora felice. Un giorno, non so ancora quando, fare pace con gli errori altrui mi porterà a far pace coi miei e a guardarmi allo specchio senza autogiustificarmi, ma vedendo qualcuno che ha sbagliato, si è scusato e si è perdonato. Mi hai ricordato in cosa credo, ossia che chi crea delle aspettative deve assumersene le responsabilità. Mi hai fatto vedere che i timori mentali non sono appannaggio mio, anzi, li hai quasi ridimensionati. Ero lì, ma non mi hai mai sentito. Non ci siamo mai guardati negli occhi, lo sguardo era inconsapevolmente rivolto alla meta. Il più comune degli sbagli.

Senza di te: Sei per certi versi la mia nemesi, ma sei dentro di me. Come io non posso fare a meno di essere come sono, tu non puoi fare a meno di essere come sei. Per noi andare d’accordo è arduo, ma è grazie a persone come te che esistono persone come me. E viceversa. A mio modo ti porterò sempre dentro, sollevata solo della lontananza che permette il sereno distacco. So che quando si sente di stare male non si vuole ascoltare chi ti incita a capire come poter star meglio, perché il dolore è una coperta confortante; inoltre ti sembra che nessuno sia in grado di capire il tuo stato d’animo. E allora ti incazzi. Quello che capita anche quando senti di vivere un’ingiustizia. A tutti piace avere l’approvazione degli altri, essere coccolati e al centro dell’attenzione. Ma tale atteggiamento non può protrarsi a lungo, tanto meno andare a discapito di coloro che hai attorno. Il mondo cercherà spesso di fotterti, come reagirai starà solo a te. Vedere te mi ha ricordato che anch’io cado in questa trappola. Solo grazie a persone come te mi ricorderò di come ho scelto di reagire io. Grazie.

E ora, cali pure il sipario. Benvenuto 2013.

Eppur si muove

Iniziare un nuovo cammino ci spaventa, ma dopo ogni passo ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimaner fermi.

Roberto Benigni

Apple-Kiwi Plum Cake

Introducing Kiwela: la merenda di quando improvvisi. Tutto.

Sapete una cosa? Gli hobby passano di mano in mano. Si tramandano, come se ognuno di noi avesse il bisogno di processare perdite o lutti in maniere impensabili. Amanti abbandonati sublimano la perdita prendendo in prestito i rispettivi interessi mentre figli e nipoti, rimasti orfani da adulti, si cimentano in attività manuali che caratterizzavano il fu caro.

Ecco che ieri ho provato, con qualche tentennamento, a re-interpretare una cosa che mia nonna faceva con maestria, il plum-cake, imparato alla perfezione a furia di dover fare un dolce al giorno per mio nonno. Una volta divenuta troppo stanca (o furbescamente pigra) quel furetto di donna, si è seduta sugli allori della mia passione per l’improvvisazione culinaria, aspettandosi ogni domenica un dolce – possibilmente – diverso.

Quella donna smilza, tabagista e tagliente che ho imparato a chiamare nonna, tutto era tranne che il classico modello di amore uno si aspetterebbe.

I ricordi più vivi che ho di lei sono simil-traumi infantili. Riguardano il colore arancione, che una volta mi disse di non osare mettermi mai più perchè mi moriva addosso (ero troppo pallida) e da allora è diventato il colore complementare a quello che indosso sempre. Molti eventi importanti della mia vita sono stati decorati visivamente d’arancione e la gerbera arancione è il mio fiore preferito.

Ricordo quando a tre anni mi sorprese a cantare a tavola. Si arrabbiò, io smisi, poi ricominciai, mi riprese di nuovo e smisi nuovamente….poi non smisi più. Cantare è la cosa che faccio più spesso, a caso, per imbarazzo, per gioia, per noia. Per reazione nervosa. Per semplice apprendimento linguistico.

Ricordo anche quando mi feci 12 km a piedi così, giusto per non comprare il biglietto del bus, per andare a trovarla. Adoravo sentire gli strampalati racconti della sua giovinezza, per così dire, inconsueta. “Bevevo” tutto quel che c’era attorno a me: la sua voce roca, i personaggi strani, i bicchieri coi fiori azzurri e i litri di karkadè.

Di ogni libro leggessi e, credetemi, una volta leggevo davvero tanto, immaginavo persone e storie prendere vita in quella casa. Mai a casa mia. Sempre nei meandri dell’appartamento dei nonni, dove ero solita rintanarmi e aprire l’armadio a tre ante specchiate per vedere milioni di bimbe, tutte col broncio che voleva essere sensuale (sì, precorrevo i bimbiminkia) o con sorrisi a 32 denti che se la raccontavano.

In questo 2012, da gennaio a giugno, due mesi di compleanni per la mia famiglia, abbiamo dapprima scoperto un male, poi accompagnato per mano una donna, energetica e testarda come un mulo, verso un posto che le faceva paura. Una paura primordiale, fanciullesca, riflessa nei suoi occhi e nel suo lento, umiliante, consumarsi. Quando continuare a lottare era inutile, abbiamo avuto paura con lei. L’abbiamo salutata alla sua maniera. Una donna che ha rifiutato di sentirsi dire dove andare perfino da morta, preferendo ad una scelta ovvia una controcorrente.

La malattia sa essere una bella stronza, nel senso Masininiano del termine. Ti porta a odiare una persona cara, che non riconosci più, ma ti può regalare momenti intensi nella regressione infantile del malato. Con mia nonna questo non è accaduto, di certo non era tipa da affidarsi alle tue cure e non ammetteva di volerne. Se le passavi il bastone da passeggio, a momenti te lo tirava in testa se non facevi come diceva lei. Com’era sempre stato con lei, era impossibile vedere l’amore, dovevi cercarlo, intuirlo e fartelo bastare. Dalla durezza che le avevano imposto certe scelte di vita, vita che non le ha risparmiato insulti neanche in età avanzata, lei reagiva così: indurendosi. Scherzando, la chiamavo “Bocca di Rosa”.

Non ho ancora avuto il coraggio di cimentarmi con il mitico “Riso alla Feltrina”, celebre piatto che noi sorelle veneravamo. Curioso come ogni volta io provi a parlare con dei vicentini di questo piatto, pochissimi lo conoscano. Ho perfino avuto il sospetto che mia nonna se lo potesse essere inventato, vecchia canaglia. Invece esiste davvero, ed è una rarità.

Lo scorso fine settimana ho visto i primi alberi di Natale dei centri commerciali (lasciamo stare, va’) e realizzato che quest’anno per la prima volta non ci sarà lei mezza brilla a sparar sentenze su chiunque. E allora, con un mesto sorriso, del plum-cake me ne sono catafottuta. Ne ho fatto una versione mia, con metà farina di farro, mele, kiwi, un po’ di burro sciolto su cui dopo ho anche caramellato mandorle e pistacchi. Cantando. So di certo cosa avrebbe detto lei: “Fai sempre cose strane tu.”

Ciao, arrivederci, ciao.