Questione di Genesis

In preparazione all’incontro che avrò tra poco, sapendo di attirare a me l’ira delle mie amiche, quoto il bell’articolo di un’altra cara amica. Parlare di violenza sulle donne è quasi inutile dato che “fino a quando comportamenti discriminatori, pregiudizi, battute sessiste e offese offriranno una solida e invisibile struttura a un rapporto squilibrato tra i sessi, continueremo ad accorgerci solo della punta dell’iceberg e non del mare che la sostiene“.

Marc Jacobs Philosophy

Marc Rules

Mi sono espressa più volte sulla ridicolaggine delle giornate mondiali. Ora scendo dalla cattedra. Ok, c’è una giornata mondiale perché c’è gente a cui è necessario ricordare dei temi importanti. Certo, averne una del “gatto” e una della “violenza sulle donne” fa un po’ ridere. Ma andiamo avanti.

Allarme banalità. Il femminicidio è notiziabile, per questo se ne parla anche dal parrucchiere, ma dovrebbe esserlo di più il fatto che esiste una parola coniata apposta per definire un omicidio compiuto ai danni di un genere che è più di metà della popolazione mondiale. Ma cosa è davvero la “violenza sulle donne”?

Violenza è un amico che fa il bullo, umiliando un’amica per far ridere gli altri. Lo è anche rispondere ad una donna che solleva un problema con lo stesso approccio: “avrà le sue cose”. Sono violenze in quanto invisibili, ma estremamente efficaci perché non percepite come tali. Esistono i corrispettivi anche al femminile, ma dato che non esiste una giornata contro la violenza sugli uomini, forse non sono così notiziabili. O frequenti.

La verità è che l’unica vera violenza è quella fatta dalle donne verso loro stesse quando accettano e considerano normali queste situazioni, che sono cavolate, che “perché non ci ridi sopra?” e lasciano andare. Ci vuole: tanto amore, o un padre che ti ascolta, o una buona capacità di dialogo o un’ottima consapevolezza di stesse. Sì, insomma, robe da niente. In alternativa ci vogliono un po’ di anni di esperienza o un grande lavoro su se stesse. Soprattutto ci vuole voglia di essere rompipalle.

Il femminismo andava di moda negli anni 70, quando era accettabile avere degli “ismi”. All’era dei Genesis. Un uomo che si rapportava con una donna dell’epoca sapeva che per portarsela a letto e farla star buona doveva sentire questi discorsi. Alla fine magari qualcuno l’ha fatto suo a furia di sentirlo. Poi sono venuti gli anni 80 e la donna è tornata più mansueta e sexy, tipo la gattina di Cosmopolitan.

Oggi una donna si scusa con un uomo quando ha un’uscita femminista. Sa di non essere sexy quando lo fa, e cerca subito di correggere il colpo facendo la simpatica, flirtando o sminuendo quello che ha detto. Sa che se va avanti con le proprie idee, anche se la discussione finirà con la sensazione che lei abbia lasciato un messaggio, il pensiero latente sarà: “chissà che qualcuno se la trombi”.

Le donne sanno che fare così le protegge dall’essere viste come virago “antisesso”. E’ normale, tutti vogliamo riprodurci e fare – spesso e volentieri – quello che serve per garantire la prosecuzione della specie. Quindi serviamo gli uni alle altre.

Eppure questa “specie” avrà sempre più problemi. Abbiamo ormoni in conflitto, biologie che cozzano e modalità di conforto differenti. Così, tra le altre. Ma, diamine, hanno fatto i soldi con “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”. Possibile che non si faccia un passo oltre “io le donne proprio non le capisco” o “gli uomini sono tutti stronzi”?

E’ difficile, è un lavoro. Lo facciamo solo quando vogliamo portare a letto qualcuno o per evitare delle rotture di palle. Ma, SVEGLIA, è l’unico lavoro il cui continuo perfezionamento garantirà l’evoluzione della specie. E, forse forse, alla lunga toglierà frustrazioni, incomprensioni, risulterà in una diminuzione dei femminicidi e infine renderà discutibile l’esistenza di una giornata contro la violenza sulle donne.

Scusa Studio Aperto, scusa Gente. Meno lavoro per te, ma più soddisfazione generale nei rapporti. Uomo-Donna. Genere-Umano.

[UPDATE] la stessa amica di cui sopra ha scritto un altro bell’articolo sull’altra risposta universale ai problemi delle donne. Suonare il piffero magico. E anche lì, la risposta alla risposta è geniale.

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No, sennò mi arrabbio.

La rabbia è un sentimento affascinante, necessario e deleterio.

Ti fa muovere, ti dà energia e voglia di riscatto. A volte è ottimo preludio per del gran sesso. Più spesso, la rabbia meno nobile, che non viene sfogata, è quella che diventa rancore, quella sottile sensazione di: TI PRENDEREI A CRANIATE, che prima o poi tramuta in non ricordo perché ti avrei preso a craniate ma sarebbe più la fatica di farlo quindi mi auguro che qualcuno lo faccia per me.

Non è edificante, ma la proviamo tutti e non si guadagna molto a far finta di niente, nel dire “Mio Dio, non dovrei perdere tempo così che non ne vale la pena”. Ma figuriamoci. Ammiro chi riesce a farlo, ci provo io stessa e non dirò che sono tutte stronzate. Quando qualcuno in cui credi davvero fa qualcosa che ti fa uscire dai gangheri, la faccenda si complica perché subentra la delusione ed è automatico reagire crollando.

Ti arrabbi, ma non sempre ci si può concedere il lusso di sbroccare. L’importante sarebbe cercare di non chiuderti a riccio, un pericolo molto concreto quando sei stato ferito.

Tempo fa un’amica mi raccontava delle difficoltà che incontrava a spiegare ad una persona a lei molto cara che è troppo buona e che questo atteggiamento porta gli altri ad approfittarsene. Ci ho riflettuto molto, calandomi in entrambi i panni, ma tutta la mia comprensione andava verso l’altro. “Prova ad immaginare” – pensavo tra me e me – “è come se dicessi che non si riesce a fare a meno di essere presi a schiaffi e che ci si prova pure gusto. Come puoi tu, persona a me cara, dirmi che dovrei essere più stronza se probabilmente dello stesso atteggiamento ti sei approfittata anche tu in qualche momento? Quindi se tu mi sei accanto, come posso io sapere quale ruolo ha giocato la mia disponibilità nel fatto che ci siamo avvicinati?”

Essere gentili è un bene prezioso e un’arma a doppio taglio. La quotidianità, come ti imbruttisce, ti imbastardisce. Se sei disponibile di natura è difficile cercare di non esserlo, perché non è un difetto riconosciuto, anzi. Diventa una caratteristica negativa con l’apprendimento che un comportamento che giudichi accettabile (la gentilezza) non trova una pari risposta. A volte essere disponibili aiuta ad essere ben visti. In fondo, tutti cerchiamo l’aiuto in persone alla mano, certo non siamo portati a farlo in persone inaccessibili. Quando cresci capisci che è tutto un gioco a farti vedere menefreghista. Prima devi capire come menartela a scuola, per assomigliare ai fighi, poi devi capire come menartela al lavoro, per assomigliare a quelli che all’inizio detestavi. Quindi che si fa?

In un mondo utopico quello che dovrebbero insegnare a bimbi e (soprattutto) bimbe, da piccoli è di continuare a dire sani, fermi NO. Senza urlare. A mostrare dissenso, a mettere paletti prima di arrivare alla rabbia. Non ho ancora capito perché invece di inutili ore di educazione civica e religione, invece di promuovere la competizione, che tanto poi si apprende in vita, non si insegni la gestione creativa dei conflitti. Perché non si tratta il conflitto come qualcosa di inevitabile e ma curabile e perché non si insegna la forza della risata? E soprattutto perché alla mamma dicevo no a qualsiasi cosa e poi ne ho perso l’abilità?

Perché la verità è che tutti vorremmo dire no e non possiamo. Bisogna dire di sì e non farlo con il muso, perché se lo fai col muso tanto vale non dirlo. A seconda delle situazioni, sappiamo quanto costa un “No” e che potremmo perdere un’occasione o avere grane con l’altra metà del cielo. Ma alla lunga costa di più dire sì che non pensi. Ognuno si paga in crampi e rughe.

Meglio essere pragmatici: l’unica cosa che dobbiamo valutare è se i Sì che non vorremmo dire sono compensati da un riconoscimento dello sforzo o del compromesso. Per parlare meno astruso, se il gioco vale la candela.

CockyNut

Coconut BrownieLa cucina è uno dei miei modi per far sbollire la rabbia. Il caso di questo dolce, fatto d’urgenza. Trovo le ricette al cocco insignificanti e stucchevoli, ma in casa non avevo altro che cioccolato e cocco. Quindi c’ho aggiunto il caffè, energizzante come la rabbia, che almeno smorzava la dolcezza.

Sbattere due uova con 230 grammi di zucchero, unire 100 grammi di burro sciolto, 120 grammi di cioccolato fuso (sciolto con 50 ml di caffè), 200 grammi di farina di cocco, 1 cucchiaino di lievito e vanillina. Mescolare bene e versare in una teglia rettangolare foderata di carta forno. Poi per 20 minuti ai soliti 180°. Una volta pronta, tagliare a cubotti.

Aiuto, lo sconosciuto.

Impressioni di settembre. Incipit a dir poco gettonato, ma sempre valido.

Per me settembre è sempre stato periodo di bilanci, inizi e speranze. Archiviato da un po’ ormai Ferragosto, giornata che considero il vero Capodanno, il mese più tenue tra tutti arriva colmo di propositi per il nuovo anno (scolastico). Qualcuno cantava della notte prima degli esami – che altri ancora dicevano non finire mai. Io aggiungo che, complici i retaggi adolescenziali, non si smette mai di considerare l’autunno il principio di tutto. Attività lavorative, sportive, ricreative; dopo la malinconia che accompagna gli ultimi strascichi d’estate, ci diamo l’ennesima opportunità per ricominciare.

Anche questo post, nato come ritorno alla progettualità settembrina, si è poi tramutato in scrittura di getto, urgente. Quasi rabbiosa. Come solo le mani che tremano possono digitare, escono fiumi di parole impellenti. Farcite di una retorica che non deve essere curata, perché a giudicarla non c’è necessariamente qualcuno, servono solo a mettere (ap)punti.

Wine Tasting

Good Life is a Lagrein Half-Full Glass

A quasi un anno da quando ho aperto questa saltuaria finestra su quello che mi frulla in testa, ho meno tempo per l’introspezione, per cucinare e per tirar le somme. Non per questo ne ho meno bisogno, anzi. Ma c’è una novità rispetto all’anno scorso.

Sono sempre stata molto orgogliosa di essere indipendente. Finché questo non mi ha fatto diventare orgogliosa, punto.

Pian piano sto imparando che non è un dramma chiedere aiuto, nonostante prima lo considerassi segretamente una debolezza. A lungo ho preteso che le persone con cui mi relazionavo fossero aperte nel dirmi ciò che volevano da me o da terzi, senza farlo veramente a mia volta.

Per paura di sembrare più piccola, di dipendere, di pesare, ho sempre cercato di fare da me. Invece dagli altri c’è solo che da imparare, anche da quelli a cui pensiamo di essere superiori. Fatico ad ammettere che ci sono molte – spesso penso troppe – cose che non so fare e che vorrei fare. A volte faccio ancora fatica a chiedere una mano e questo non perché io sia migliore di nessuno, ma perché conosco la difficoltà che mostrarsi vulnerabili porta. Aiuto, (l’ex) sconosciuto: work in progress.

Una cosa invece non ho abbandonato: i giochi di parole su più livelli. Aiuto, lo sconosciuto rappresenta anche un inno al mio amore per l’Altro, e dunque per la diversità, frutto di quell’avida e a tratti inopportuna curiosità con cui assorbo tutto quello che mi circonda. Curiosità che spero di non perdere mai.

Tutti tendiamo a pensare che stiamo bene solo con persone simili a noi. Vero, generalmente sono proprio le persone che scegliamo di portare avanti, per avere un terreno comune e anche per facilitarci la vita. Tutto scorre più liscio accanto a persone che ragionano come noi, che ci comprendono. Sono quelle più fastidiose, con una forma mentis del tutto diversa dalla nostra a portarci a fare quel benedetto “miglio in più”. Se siamo costretti a frequentarle, non può che andare a nostro vantaggio.

Buon anno!

In Florentia Veritas

It’s the second time I literally feel the urge to start writing when out of town.

This is how it goes: the thoughts form faster than I can even acknowledge their presence and I feel a spark ignite inside me. Once again, I was tossing and turning around in my once-arranged-for-the-sleepover, now current-status-updated bed and the light struck me but I could not really grasp what it was. Sure enough, I was reading a harsh, thought-provoking book, but I could tell it wasn’t related.

Although I am growing stiff and unfamiliar with the language, the one thing I knew is that this post had to be written in English. The reason is easily explained. Florence was my first link to America and has played the part up till now. Whenever I go there, English words are all over the place and I cheerfully adapt to this trend.

I’ve come to think that if I lived in Florence, I would definitely keep my English fluent.

Italian Style Burger

Hamburger “di Ciccia”.

I had a undecided start with this town. The first time I visited Florence was the hottest, most humid day one could possibly imagine. Late July, 2008. I was interviewing for my student exchange visa to go to Boston. Tourists flooded the town as if it were their last day on Earth and all they felt like doing was come eye-level with David’s muscular body. I couldn’t help but feel relieved when the day was over.

Some years passed after this false start, I have made it a habit to visit two lovely people I met in Florence every two or three months. Florence is not just a city, nor is it one of the three spots people feel worth visiting in Italy: the Three-Cities-Area (Venice-Florence-Rome) which pretty much sums up Il Bel Paese for foreigners.

Florence is a State in itself. A Florentine has a natural birthright, which puts him or her beyond all the rest. Something you cannot describe until you actually see it in action, but clearly visible to anyone who would notice.

I’ve always thought that places have a way of speaking to you. If you allow them to permeate your whole body and soul you end up feeling almost mesmerized by the feeling a city conveys to you. You’re twice rich. There’s nothing that puts you more at your place than going places. You feel ridiculed in your once firmly ideas and you start questioning them, feeling like they’re somewhat diminished.

As it goes, after two years of intense relationship with F-town, we are at a turning point. Florence is speaking with a softer voice, as if we’ve mutually grown to expect the other’s presence, but without having adopted me.

It’s a more mature kind of love now. Whenever I go I crave the food, the colors, the air, the harmony and I know my way round. I’m not going to Florence to breathe through my green (or reddish, or cream or whichever Florentine-colored) lung anymore. I’m not going there to be amazed or to escape. I belong there, as an external observer.

Like every old couple, we enjoy the time we spend together, but we know we’re too different to merge. So what I do is worship her. Whenever I go I pay my respects to an old flame, because I think Florence is there to be admired and caressed. She expects you to do that, like you would in a courtship process in which she would never, no matter how hard you try, give in.

In eXtasy

Ormai è un po’ che mi ronzano attorno segnali che sono riuscita a mettere assieme solo quand’è arrivato il lampo di genio spumeggiante. Nonostante l’arrivo (?) della primavera, da sempre sinonimo di passioni che sbocciano, oggi si parla degli amori passati. Le due lettere più temute in campo sentimentale: gli/le ex.

orange poppy muffins

Orange-me-Poppy: never know what’s behind the crust

XX: Donneeeee, è arrivato l’arrotino! L’ex del vostro lui è esattamente quello. Colei che vi aiuta ad affilare i coltelli.

In alcuni casi infatti c’è la EX, una figura mitologica che se la batte con la suocera, ma spesso più simpatica. E’ quella che ha preso una pianta e l’ha innaffiata, potando alcuni rami qua e là e che ora non ti presenta un conto salato. Mi rivolgo a tutte le donne che potrebbero leggere, siate quel giardiniere onesto. Fuori di metafora, combattete alcune battaglie fondamentali. Se non lo fate per la vostra relazione, beh, fatelo per quelle a venire. Male che vada vi ricorderanno come una che voleva essere trattata in un certo modo. Donne, siate una di quelle ex che, una volta sfortunatamente divenuta tale, sarà rispettata da chi verrà dopo di voi.

Poi ci sono Coloro-che-non-devono-essere-nominate. Quelle la cui manifestazione eterea è ovunque, pur non essendo mai esplicitata a parole, da essere alla stregua dell’anello de “Il Signore degli Anelli”. Nell’aria, nell’acqua, perfino nel nome dei biscotti che compra il vostro ragazzo. Quelle la cui assenza è talmente invadente da diventare ingombrante. In quei casi, sappiate che l’ex in realtà siete voi. Brutto scoprire che il vostro ragazzo ha una relazione, fantasma o meno, ma meglio saperlo prima.

Infine le ex-non ex: quelle che tornano alla carica ad ogni occasione pensando “o mio Dio mi sono pentita del fatto che ti ho lasciato, all’epoca ero così confusa, complice che il tipo con cui m’intendevo non mi capiva come te”. Non giudico nessuno, so che non è facile provare qualcosa per una sola persona. Ma se avete spezzato il cuore di qualcuno, pensateci molto, molto bene prima di tornare indietro.

XY: Uomini, drizzate le orecchie! Gli ex sono i modelli che dovrete capire. Gli archetipi, un po’ come i padri (fondatori) nella vita sentimentale della signora a cui vi approcciate. Come nel vostro caso, l’imprinting che han dato può aver lasciato un segno, anche se non lo ammettono, abbastanza indelebile.

Sono arrivata alla conclusione che lo schema che una donna con un passato sentimentale applica quando si ributta nella mischia è piuttosto semplice. Come per l’abbinamento cibo-vino si seguono due principi antitetici: concordanza o contrapposizione. Capite perché una donna si è avvicinata a voi, se sta inconsciamente cercando una replica o qualcuno di completamente diverso.

Tanto quanto ci sono signorine che si comportano in maniera ingannevole, così ci sono i corrispettivi maschili. Di qui esistono molte donne che demonizzano gli ex, pensando di essere cadute vittima di un serial lover. Dove stia la verità ve ne renderete conto col tempo. L’importante è che se vi interessa avere un futuro (o anche solo tre uscite) con loro tenete presente che dovrete scalfire una serie di timori.

Dall’altra parte ci sono donne che mantengono con l’ex un bellissimo rapporto. Di quelli che puoi avere solo con un vecchio amore, che non è pura amicizia, che si basa su una complicità messa a tacere solo nel post-rottura ma talmente profonda da essere inestinguibile. Se riuscite ad accettarlo – e io dò una gran pacca sulla spalla – siete a metà strada. Occhi aperti, ma abbiate fiducia. Ricostruire un rapporto è indice di grande maturità, non sempre di indecisione.

A metà sta chi riesce ad essere indifferente verso gli ex. Chi non augura loro una morte per autocombustione spontanea, ma nemmeno c’andrebbe a far shopping. Se siete il nuovo, meglio per voi! Se siete il vecchio, anche!

Non classificati si posizionano uomini e donne che non hanno amanti precedenti, che stanno con la stessa persona da quando mangiavano merendine. Quanta, tanta, sincera stima. Voi che anno dopo anno riuscite a non far diventare una persona un ricordo, voi avete un gran dono (e un gran culo).

Non importa il genere a cui appartenete. Quando state con qualcuno, tenete sempre a mente le buone regole di quando si entra in bagno. Lavatevi sempre le mani prima e dopo e lasciate pulito per chi arriva dopo di voi.

Happy-Go-Lucky

Happiness is real only when it is shared.

Ta-da-da. I am going to start off once again with a quote, taking a leaf out of the person I once was’ book.

Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

Pacman: Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

The quote comes from Into the Wild, a movie I saw once and never even attempted to rewatch again. A peculiarity that is indeed very unsual for me since I’m used to watch movies and read books over and over again. It’s not that I didn’t like it, on the contraty I digged it. I loved it so much and at the same time I was – how can I put it? – affected.

Into the Wild is a tale of the rejection for a normal life, recounted through a personal journey to find a truer meaning to his life. Possibly due to just how much I could relate to Emile Hirsch character, Christopher McCandless, soon to become Alexander Supertramp. Back at the time when the movie hit theaters, I was getting ready for one of my most intense experiences. Sure, I was not going to burn 25 grands and cut off all relations, but trying to live alone on the other side of the world felt like an adventure to me.

Attributed to Supertramp, the quote is the climax of the movie and self-discovery journey itself. Right before passing away, when he realizes there is quite literally no turning back and he feels more desperate than he would ever have imagined, he has an epiphany. He thought he would find a deeper meaning to it all, by refusing to take part in a society he judged corrupted and hypocritical, only to discover that real happiness comes from functional, heart-warming connections. Exactly what he had shunned.

I envisioned what would happen after my return. I could almost anticipate that I would come back after a similar discovery, except for the fact that I would be a) hopefully not dead due to a toxic wild potato poisoning b) going back to an ordinary life with obvious needs for readjustement.

What happened instead is that I went back home with a heart filled with memories I could never have imagined and a fridge magnet reading out:

True happiness lies within you.

The magnet is now hidden on the bottom of a metallic shelf, whereas the first quote still pops up triumphantly in any profile of my online being.

As it turns out, real life is all about compromising. Duh. I know, it’s not so much as a breakthrough piece of information. Still, I am pretty sure I am not the only one who finds it hard to balance relationships. So you have to work your way into adapting yourself.

I have been struggling all these years to find a resolution between the two opposite takes. Truth be told, I still have no clue. My deepest nature, my core, is much more inclined towards the first quote yet there are times when I really cannot include other people whom I love in my own picture of “looking for happiness”. Very often I am tempted to go Alexander Supertramp again and restart it all over. The real challenge behind all this is that you have to let them know you care about them, hoping they’ll understand your burn out, or just your needs.

One day I’ll find the winning streak and balance or I’ll die trying. Hopefully not after a wild potato intoxication. In the meantime I’ll use potatoes to find balance in a sweet recipe. Enjoy!

L’amore in festa

Potevo esimermi dallo scrivere sulla Festa dell’Amore? In fondo è quello che ha permeato i post finora e non potevo perdere una così ghiotta occasione.

Maple and Oat Cookie

Simply Plain: Oat and Maple Eye Cookie

Iniziamo da un fatto: io non odio San Valentino. Certo, anche a me piace fare la finta intellettuale/contro-il-sistema/hipster di tanto in tanto. Per certi versi lo sono, o perlomeno lo è quello che riflette la mia immagine all’esterno. Mi spiego: prendete un uovo. Mi rendo conto che si liquiderebbe come, stringi stringi, un cibo ovale. Io partirei per la tangente, iniziando con la scomposizione, il chiaro simbolismo, il riferimento femmineo e bla bla…quindi sì, sono semplicemente complessa. Eppure dalla complessità nasce una semplicità consapevole. In passato mi è stato dato della snob e della pretenziosa, eppure il mio nocciolo è molto meno arzigogolato di quello che appare dalla buccia. Per me San Valentino è esattamente quello che è, un’altra occasione per festeggiare. Per ringraziare, per donare e/o per ricevere, per sentirsi speciali. Nella scala di grigi della quotidianità non è davvero facile ricordarselo. A maggior ragione quando non sei in coppia. Fatico invece a individuare qualcosa di bello da festeggiare in San Faustino. Essere single non è una condizione nefasta o per la quale si rende necessario invocare rivalsa andando a lustrarsi gli occhi su corpi nudi oliati; è una condizione abbastanza naturale tra una storia e l’altra. O perlomeno tale dovrebbe essere. Proclamatela “Festa dell’Autostima” e ve la promuoverò.

Che si sia disillusi o con gli occhi a cuore, che c’è di male invece ad avere un giorno che celebra l’ammmmmore pur con gli ovvi e inevitabili risvolti consumistici? Nemmeno fosse una giornata che inneggia ai genocidi o alle catastrofi naturali. Trovo che coloro che affermano “Io faccio i regali quando me la sento, non in queste occasioni ridicole”, siano in molti casi quelli che si nascondono dietro ad un essere controcorrente che risulta forzato. Per di più molto comodo.

Ne conosco di persone che fanno regali random, rendendo speciali momenti ordinari. Eppure non sono le stesse che mi vengono in mente in questi momenti e di certo non sono le prime ad affrettarsi a bollare come commerciale il primo Bacio Perugina che vedono a fine gennaio.

Se vissuto come celebrazione di un sentimento, è esattamente come i corrispettivi religiosi: il Natale o anche la sorella bistrattata, la Pasqua. Tornando all’uovo, voi conoscete qualcuno che ne fa questioni di principio dicendo: “No, io aborro le forme ovali, sono mere costrizioni societarie. Propongo che tutte le uova d’ora innanzi divengano quadrati di cioccolato.”?

Fuor di gioco retorico, raramente si sente: “Oh, a Natale non farmi niente che io sono contro queste cose commerciali”. Ogni dicembre facciamo girare l’economia (e anche le basse sfere) per scovare regali da scambiarci in vista di un’occasione che, se volessimo applicare il medesimo filtro cinico, sarebbe il compleanno di un uomo nato duemila anni fa.

Siete controcorrente? Inventatevi un altro modo per dire Ti Amo! Appena lasciati? Bene, via dai social network e fuori a fare una passeggiata a rinnovare l’amore per se stessi. Arriveranno altri giorni, speciali o ordinari, in cui vi sentirete Valentini.

Al grido di “Vivi e lascia vivere”, vivetevi i sentimenti che provate e abbiate il coraggio di onorarli anche se una confezione di Baci Perugina la pagate dieci euro. In mancanza di idee migliori, vi assicuro che nessuno ve li rifiuterà perché troppo commerciali. Anche se non brilla di originalità, un dono apre il cuore. Che lo facciate a San Valentino, in qualsiasi altro giorno o, ancor meglio, in tutti e 365.

Troppo cibo rovina lo stomaco, troppa saggezza l’esistenza.

8:24 pm »

Ho sempre amato persone a cui interessava poco o niente di me e quando qualcuno mi ha amato, io ne ero imbarazzato… Per non ferire i loro sentimenti, spesso ho finto passioni che non provavo.

Citazione di non ricordo più nemmeno chi, fatta mia molto tempo addietro e ritrovata casualmente qualche giorno fa. Mi ritrovavo assai, perlomeno fino ai puntini di sospensione, e mi colpì. Come Karma insegna, la lezione è sempre in agguato. Se a lungo pensi di comportarti in una certa maniera, crogiolandoti nel tuo essere complessa, alla fine ti capita qualcosa che ti insegna cosa vuol dire quando le persone fingono o manipolano.

Ora la condivido non perché mi ci riveda, anzi, a mo’ di monito. A volte è utile ricordarci chi siamo stati a lungo, anche se in maniera distratta, inconsapevole. Ci sono dei momenti in cui aiuta non poco rivolgere lo sguardo alle idee che ci hanno contraddistinto per vedere i passi che abbiamo mosso in altre direzioni, allontanandoci dal percorso che pensavamo fosse stato tracciato per noi.

Scones and Butter

Times are a changin’, yet Scones, Butter and Honey remain.

Avvenimenti recenti mi han convinto che accompagnare le persone in determinate fasi di vita non è facile, affatto. Non tutti vivono bene il cambiamento, l’evoluzione (ma anche l’involuzione) altrui. C’è un trucco: bisogna avere occhi nuovi, sempre. Con gli altri certo, ma bisogna soprattutto rivolgere lo sguardo a noi stessi. Come ci conosciamo e come di conseguenza ci conoscono gli altri non definisce chi siamo, non è un concetto scolpito nella pietra. Uscire dalla propria persona pubblica non è facile. C’è chi investe anni a fare del self-branding (per dirla in maniera molto aziendalista) e poi si ritrova tutt’un tratto a dover rinegoziare, sia in positivo sia in negativo.

Se ognuno di noi è pronto per accogliere e riconoscere i mutamenti della propria persona (privata e pubblica), beh, allora credo che gli altri seguano di conseguenza. Non sempre è facile, ci sono rapporti per cui questo non accade mai.

A volte vengono date due, dieci, cento, mille opportunità, a volte ce le si crea.

Cambio di prospettiva. Urge. Nessuno a parole si augura la stagnazione, eppure cambiare impaurisce. Molte persone hanno paura. Io per prima. Paura di lasciarsi andare, paura di ripetere gli stessi schemi, paura di diventare ciò che potremmo essere e tutto per una sola ragione, la madre di tutti i timori. Quella di ammettere che si sta bene o che si starebbe meglio per la paura (e dajeee) di perdere quella sensazione privata, quasi che ad esternarla, rendendola reale, quella piccola coccola ci potesse sfuggire dalle mani.

Fatta eccezione per vere e proprie situazioni di emergenza, tutti quelli che vivono nella paura non vivono nel presente. Non è possibile vivere nel presente e aver paura. La paura è spesso causata da associazioni che provengono dal passato e che vengono sovrapposte alla situazione del presente. […] Ciò che abbiamo memorizzato, quando eravamo più giovani o più piccoli, è stato memorizzato attraverso percezioni per loro natura distorte poiché formatesi in assenza di consapevolezza. Ora, se prendiamo in considerazione quei ricordi per definire chi siamo oggi, facciamo pasticci e ci confondiamo.

Luci e ombre

Biscotti di frolla

Michael Jackson Cookies

Ho una visione in bianco e nero.

Il mondo si divide in due categorie di persone. Quelle naturalmente votate a scegliere, e quindi incontrare, la felicità. Queste persone non sono baciate dalla fortuna a caso, ciò che accade loro è figlio di un circolo virtuoso che dipende dall’atteggiamento che giorno dopo giorno rinnovano verso la vita e tutti gli alti e bassi di cui è corredata. Persone, in sostanza, che si rimboccano le maniche e che di fronte ad un quadro a scala di grigi decidono di vedere e seguire solo la luce. Esistono poi quelle che non la vedono, che si lamentano, che attraggono cose negative, che conseguentemente le provocano.

Le due categorie non sono statiche, è possibile percorrere la strada che porta dall’una all’altra attitudine vitale. Più volte. Sul perché una persona appartenga all’una o all’altra categoria ancora non ho sviluppato astruse teorie. C’è chi nasce nell’amore, nella libertà e nel rispetto. C’è anche chi nasce in un ambiente non frutto di amore, di persone che hanno un percorso da compiere che non comprende l’armonia. C’è chi subisce torti per tutta una vita. Eppure ho riscontrato che tutti possono far parte indifferentemente della categoria “Luce” o “Ombra”.

Nei postumi di una telefonata illuminante con la mia musa fiorentina, ho dato forma ad un’intuizione riguardo al rapporto tra le due. Complice – stranamente – la pratica Yoga, ho realizzato in stile San Paolo sulla via di Damasco che figure lamentose, piagnone o ciniche hanno tirato fuori il meglio di me. Finora è sempre stato così, fintanto da convincermi di essere affetta dalla sindrome della crocerossina.

Forse inconsciamente ero in grado di esprimere la me stessa migliore in contrapposizione, in presenza cioè di atteggiamenti negativi, che in passato hanno contribuito a delineare i tratti luminosi della mia personalità. Per il principio inverso di chi brilla di luce riflessa, io amavo brillare di luce mia. Alla lunga però non può essere così. Anzitutto perché non si può pensare di avere risorse inesauribili. Certo, è infinitamente bello dare. Poi è tutto un gioco di equilibri: se non ti torna mai indietro niente o sei Madre Teresa di Calcutta oppure rischi di venir sopraffatto dalla negatività. E io non sono Madre Teresa di Calcutta.

Immaginando l’essere umano come un bel Tao cicciotto, un po’ come i biscotti a tema che mi sono inventata (e pappata), mi piace pensare che possiamo scegliere se stare nello Yin o nello Yang, ma che non ci sia proprio verso di togliere quel piccolo neo del colore opposto perché è proprio la presenza di quest’ultimo a indicare la mezzaluna in cui ci troviamo. Luci e ombre nelle persone vengono definite solo dall’assenza-compresenza dell’opposto. Che emettiamo luce o ce ne nutriamo, stiamo comunque contribuendo al gioco globale dell’interruttore.

E luce fu.

Stay hungry. Stray, foolish!

Space cleaning.

People evaluating.

Relationships weighing.

Self rethinking.

Life adapting.

Inside and out.

New Year did not start with typical resolutions. I was way too overwhelmed with end-of-December thoughts, or festive nostalgia as I like to call it, to have a clear, focused mind. So I want to share a few of the things that I found out about myself while I was unwillingly making a point of my life.

I have always thought I was able to forgive. At least that’s what I came to believe about myself. I realized that I always wanted to forgive because I tended to see the other person under a better, flattering, light. Even when I felt I had been treated badly, I gave second and third chances. I love harmony, as a concept. And I can’t stand people who stir up conflict on purpose, or who like to mull over negative thoughts or, last but not least, people who cannot get over other’s faults.

Yet I have to admit it. Sometimes there’s no actual forgiveness, sometimes you have to forgive yourself for not being able to forgive. In the end the only person you need to forgive is yourself. That’s right. You have to forgive yourself for allowing other people to treat you badly, to take advantage of you and so on. You have to do it in order to go on with your life because otherwise you’ll just keep making the same mistake again, because what you fear the most is that you’ll end up reliving history.

This is not an apology for people who seek revenge. I am just saying that sometimes, before being blindly good with other people who messed up with us, we have to evaluate if they were just that. Assholes. We all get cheated on, we get deceived. We trust and then we found out we were misled. Whatever. That’s why the minute we forgive ourselves for being fooled, which by all means is the hardest part, we’re good.

madeleines au citron vert

French Breakfast: madeleines au citron vert

Yesterday I realized the very same thing with madeleines. It was the first time I had tried to make those famous spongy French minicakes. Well, they developed a bump and I thought I had screwed the first attempt. Well’ I’m kind of new to this game so here it goes. That’s why I turned them on the “right side” to capture a picture. Only to find out that what I thought was a glitch, the bump, is actually one of the features that qualify a properly baked madeleine. Lesson learned.

Just like that, I am wearing my inability to wish the whole world well up my sleeve, proudly admitting it to anyone I want to listen. Off you go, foolish people. Like I read in a tweet a couple of weeks ago: we are not friends, not enemies, just strangers with a mountain of memories. This is what future relationships are going to be.