Questione di Genesis

In preparazione all’incontro che avrò tra poco, sapendo di attirare a me l’ira delle mie amiche, quoto il bell’articolo di un’altra cara amica. Parlare di violenza sulle donne è quasi inutile dato che “fino a quando comportamenti discriminatori, pregiudizi, battute sessiste e offese offriranno una solida e invisibile struttura a un rapporto squilibrato tra i sessi, continueremo ad accorgerci solo della punta dell’iceberg e non del mare che la sostiene“.

Marc Jacobs Philosophy

Marc Rules

Mi sono espressa più volte sulla ridicolaggine delle giornate mondiali. Ora scendo dalla cattedra. Ok, c’è una giornata mondiale perché c’è gente a cui è necessario ricordare dei temi importanti. Certo, averne una del “gatto” e una della “violenza sulle donne” fa un po’ ridere. Ma andiamo avanti.

Allarme banalità. Il femminicidio è notiziabile, per questo se ne parla anche dal parrucchiere, ma dovrebbe esserlo di più il fatto che esiste una parola coniata apposta per definire un omicidio compiuto ai danni di un genere che è più di metà della popolazione mondiale. Ma cosa è davvero la “violenza sulle donne”?

Violenza è un amico che fa il bullo, umiliando un’amica per far ridere gli altri. Lo è anche rispondere ad una donna che solleva un problema con lo stesso approccio: “avrà le sue cose”. Sono violenze in quanto invisibili, ma estremamente efficaci perché non percepite come tali. Esistono i corrispettivi anche al femminile, ma dato che non esiste una giornata contro la violenza sugli uomini, forse non sono così notiziabili. O frequenti.

La verità è che l’unica vera violenza è quella fatta dalle donne verso loro stesse quando accettano e considerano normali queste situazioni, che sono cavolate, che “perché non ci ridi sopra?” e lasciano andare. Ci vuole: tanto amore, o un padre che ti ascolta, o una buona capacità di dialogo o un’ottima consapevolezza di stesse. Sì, insomma, robe da niente. In alternativa ci vogliono un po’ di anni di esperienza o un grande lavoro su se stesse. Soprattutto ci vuole voglia di essere rompipalle.

Il femminismo andava di moda negli anni 70, quando era accettabile avere degli “ismi”. All’era dei Genesis. Un uomo che si rapportava con una donna dell’epoca sapeva che per portarsela a letto e farla star buona doveva sentire questi discorsi. Alla fine magari qualcuno l’ha fatto suo a furia di sentirlo. Poi sono venuti gli anni 80 e la donna è tornata più mansueta e sexy, tipo la gattina di Cosmopolitan.

Oggi una donna si scusa con un uomo quando ha un’uscita femminista. Sa di non essere sexy quando lo fa, e cerca subito di correggere il colpo facendo la simpatica, flirtando o sminuendo quello che ha detto. Sa che se va avanti con le proprie idee, anche se la discussione finirà con la sensazione che lei abbia lasciato un messaggio, il pensiero latente sarà: “chissà che qualcuno se la trombi”.

Le donne sanno che fare così le protegge dall’essere viste come virago “antisesso”. E’ normale, tutti vogliamo riprodurci e fare – spesso e volentieri – quello che serve per garantire la prosecuzione della specie. Quindi serviamo gli uni alle altre.

Eppure questa “specie” avrà sempre più problemi. Abbiamo ormoni in conflitto, biologie che cozzano e modalità di conforto differenti. Così, tra le altre. Ma, diamine, hanno fatto i soldi con “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”. Possibile che non si faccia un passo oltre “io le donne proprio non le capisco” o “gli uomini sono tutti stronzi”?

E’ difficile, è un lavoro. Lo facciamo solo quando vogliamo portare a letto qualcuno o per evitare delle rotture di palle. Ma, SVEGLIA, è l’unico lavoro il cui continuo perfezionamento garantirà l’evoluzione della specie. E, forse forse, alla lunga toglierà frustrazioni, incomprensioni, risulterà in una diminuzione dei femminicidi e infine renderà discutibile l’esistenza di una giornata contro la violenza sulle donne.

Scusa Studio Aperto, scusa Gente. Meno lavoro per te, ma più soddisfazione generale nei rapporti. Uomo-Donna. Genere-Umano.

[UPDATE] la stessa amica di cui sopra ha scritto un altro bell’articolo sull’altra risposta universale ai problemi delle donne. Suonare il piffero magico. E anche lì, la risposta alla risposta è geniale.

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Aiuto, lo sconosciuto.

Impressioni di settembre. Incipit a dir poco gettonato, ma sempre valido.

Per me settembre è sempre stato periodo di bilanci, inizi e speranze. Archiviato da un po’ ormai Ferragosto, giornata che considero il vero Capodanno, il mese più tenue tra tutti arriva colmo di propositi per il nuovo anno (scolastico). Qualcuno cantava della notte prima degli esami – che altri ancora dicevano non finire mai. Io aggiungo che, complici i retaggi adolescenziali, non si smette mai di considerare l’autunno il principio di tutto. Attività lavorative, sportive, ricreative; dopo la malinconia che accompagna gli ultimi strascichi d’estate, ci diamo l’ennesima opportunità per ricominciare.

Anche questo post, nato come ritorno alla progettualità settembrina, si è poi tramutato in scrittura di getto, urgente. Quasi rabbiosa. Come solo le mani che tremano possono digitare, escono fiumi di parole impellenti. Farcite di una retorica che non deve essere curata, perché a giudicarla non c’è necessariamente qualcuno, servono solo a mettere (ap)punti.

Wine Tasting

Good Life is a Lagrein Half-Full Glass

A quasi un anno da quando ho aperto questa saltuaria finestra su quello che mi frulla in testa, ho meno tempo per l’introspezione, per cucinare e per tirar le somme. Non per questo ne ho meno bisogno, anzi. Ma c’è una novità rispetto all’anno scorso.

Sono sempre stata molto orgogliosa di essere indipendente. Finché questo non mi ha fatto diventare orgogliosa, punto.

Pian piano sto imparando che non è un dramma chiedere aiuto, nonostante prima lo considerassi segretamente una debolezza. A lungo ho preteso che le persone con cui mi relazionavo fossero aperte nel dirmi ciò che volevano da me o da terzi, senza farlo veramente a mia volta.

Per paura di sembrare più piccola, di dipendere, di pesare, ho sempre cercato di fare da me. Invece dagli altri c’è solo che da imparare, anche da quelli a cui pensiamo di essere superiori. Fatico ad ammettere che ci sono molte – spesso penso troppe – cose che non so fare e che vorrei fare. A volte faccio ancora fatica a chiedere una mano e questo non perché io sia migliore di nessuno, ma perché conosco la difficoltà che mostrarsi vulnerabili porta. Aiuto, (l’ex) sconosciuto: work in progress.

Una cosa invece non ho abbandonato: i giochi di parole su più livelli. Aiuto, lo sconosciuto rappresenta anche un inno al mio amore per l’Altro, e dunque per la diversità, frutto di quell’avida e a tratti inopportuna curiosità con cui assorbo tutto quello che mi circonda. Curiosità che spero di non perdere mai.

Tutti tendiamo a pensare che stiamo bene solo con persone simili a noi. Vero, generalmente sono proprio le persone che scegliamo di portare avanti, per avere un terreno comune e anche per facilitarci la vita. Tutto scorre più liscio accanto a persone che ragionano come noi, che ci comprendono. Sono quelle più fastidiose, con una forma mentis del tutto diversa dalla nostra a portarci a fare quel benedetto “miglio in più”. Se siamo costretti a frequentarle, non può che andare a nostro vantaggio.

Buon anno!

Con spirito!

Whisky Sour Cupcake

Bisttersweet fascination: Whisky Sour Cupcakes with Chocolate Chips

L’anno è iniziato così: alla ricerca dello spirito. Se, come la sottoscritta, rientrate nelle folte schiere dei grandi fan di Crozza e delle sue imitazioni, lo spirito è da leggersi con quell’intonazione. Quella della voce stridula di Montezemolo.

Il 2013 sarà anzitutto un anno spiritoso. Ho deciso di tramutare anni di ammiccamenti con il nettare di Bacco in qualcosa di più strutturato iscrivendomi ad un corso di sommelier. Con qualche digressione al luppolo.

Poi c’è lo spirito propriamente detto, quello che invidio a certe persone che non si abbattono mai. Quando vedo qualcuno che non si abbatte di fronte a torti subiti o sfighe generalizzate, beh, ammetto che ci sono momenti in cui la megera che a volte abita la mia testa (alcuni hanno l’omino del cervello, la mia è una megera) per un momento vacilla e mi sussurra all’orecchio: “Ma ci sono o ci fanno?”. Con vago accento burino e palese perplessità.

Per mia fortuna conosco uno sparuto, quanto significativo, numero di persone che sono leggere non in quanto vuote, ma perché sanno riconoscere la pesantezza, ed esserne per questo immuni.

Ho sempre aspirato a diventare come loro, ben sapendo che una parte di me rimane troppo impaurita per esserlo fino in fondo. La compagnia di questo tipo di persone mi ha dato talmente tanto, ispirandomi, da rappresentare un modello anche in periodi in cui ero la brutta copia di me stessa.

Il mio spirito si riferisce all’alcol e alla forza d’animo, ma non solo. Spirito evoca il termine spiritualità. Come già detto in precedenza, non faccio riferimento ad una specifica fede, anche se l’immaginario, il linguaggio, la simbologia afferiscono alla mia religione acquisita: il mondo cattolico romano. Ora più che mai ho bisogno di spirito e di connettermi con quello degli altri. Quando non lo percepisco nell’altro, fatico ad entrarci in contatto. Eppure la ricerca continua.

Infatti quest’anno voglio imparare a mettere “sotto spirito” la mia mente. E qui congiungo la metafora dell’alcol con la spiritualità. Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di interrogarmi su quanto – esattamente – l’essere umano sia diventato prigioniero della propria mente. Mi piacerebbe sapere quando, da esseri più o meno concentrati verso il progredire, la sicurezza personale e dei cari e lo star bene, siamo diventati preda dei nostri stessi demoni, scollegati dalle nostre sensazioni e rivolti all’autosabotaggio. La mia personale risposta è da sempre, perlomeno da quando c’è troppo tempo e troppe professioni intellettuali. Anche se sposo la teoria di Jovanotti, i demoni interiori saltano fuori al momento giusto, sarebbe meglio che li riconoscessimo giorno per giorno senza che gli stessi finiscano per esplodere come in una pentola a pressione. Quindi nel 2013 io imparerò (basta verbi fraseologici, meglio un sano, indicativo, futuro) a mettere a riposo, in oblio consapevole, la mia mente.

Sì ecco, il tutto riassunto in sei parole: meno seghe mentali e più vino.

Stay hungry. Stray, foolish!

Space cleaning.

People evaluating.

Relationships weighing.

Self rethinking.

Life adapting.

Inside and out.

New Year did not start with typical resolutions. I was way too overwhelmed with end-of-December thoughts, or festive nostalgia as I like to call it, to have a clear, focused mind. So I want to share a few of the things that I found out about myself while I was unwillingly making a point of my life.

I have always thought I was able to forgive. At least that’s what I came to believe about myself. I realized that I always wanted to forgive because I tended to see the other person under a better, flattering, light. Even when I felt I had been treated badly, I gave second and third chances. I love harmony, as a concept. And I can’t stand people who stir up conflict on purpose, or who like to mull over negative thoughts or, last but not least, people who cannot get over other’s faults.

Yet I have to admit it. Sometimes there’s no actual forgiveness, sometimes you have to forgive yourself for not being able to forgive. In the end the only person you need to forgive is yourself. That’s right. You have to forgive yourself for allowing other people to treat you badly, to take advantage of you and so on. You have to do it in order to go on with your life because otherwise you’ll just keep making the same mistake again, because what you fear the most is that you’ll end up reliving history.

This is not an apology for people who seek revenge. I am just saying that sometimes, before being blindly good with other people who messed up with us, we have to evaluate if they were just that. Assholes. We all get cheated on, we get deceived. We trust and then we found out we were misled. Whatever. That’s why the minute we forgive ourselves for being fooled, which by all means is the hardest part, we’re good.

madeleines au citron vert

French Breakfast: madeleines au citron vert

Yesterday I realized the very same thing with madeleines. It was the first time I had tried to make those famous spongy French minicakes. Well, they developed a bump and I thought I had screwed the first attempt. Well’ I’m kind of new to this game so here it goes. That’s why I turned them on the “right side” to capture a picture. Only to find out that what I thought was a glitch, the bump, is actually one of the features that qualify a properly baked madeleine. Lesson learned.

Just like that, I am wearing my inability to wish the whole world well up my sleeve, proudly admitting it to anyone I want to listen. Off you go, foolish people. Like I read in a tweet a couple of weeks ago: we are not friends, not enemies, just strangers with a mountain of memories. This is what future relationships are going to be.

Io e noi

Banana Meringue Cookies

Banana Meringue Cookies to Share

Mi sono innamorata. Di un libro. Dai colori forti e lontano dal tipo di letture confortanti verso le quali tendo naturalmente. Il libro in oggetto è “L’egoismo è finito. La nuova civiltà dello stare insieme.” Giusto perché se qualcuno stava pensando Guerra e Pace o simil-depressione russa, ecco, no.

In soldoni, il libro riporta esempi in pillole delle ultime tendenze co-qualcosa. Cohousing, coworking, coliving. I co-co-co, quelli buoni però.

Ho sempre creduto che la parola “noi” nascondesse un potenziale estremo, fortissimo. Un Io, rovesciato, alla Enne. Enne volte Io. Un potenziale quasi spaventoso.

Non ho mai creduto invece nel prendere tutto ciò che si può in un dato momento se va a discapito altrui. Perché se tutti facessimo così, non ne verremmo più a capo.

Non credo neppure nell’egoismo come movente delle nostre azioni ed ogni volta che vedo una disconferma a questa mia PeterPanesca teoria, beh, ci resto. Non so chi avesse ragione tra Rousseau o Hobbes, e poco mi tange scoprirlo. Come spesso accade, condividono entrambi una fetta della medesima torta-verità. Che l’uomo nasca egoista o lo diventi per sopravvivenza, la tendenza naturale per me dovrebbe essere quella di guardare al tutto e non al singolo, tendenza esercitabile purtroppo solo a posteriori dalla maggior parte di noi.

Sottoscritta inclusa. Tantissime delle cose, persone ed idee che vivo con pathos estremo (solo mentale), si ridimensionerebbero se mi ricordassi sempre di ciò in cui credo. E anche questo è egoismo.

Io non pratico alcuna forma di volontariato. Mai resa protagonista di un gesto al servizio degli altri. Non ho mai fatto l’animatrice in parrocchia, servito in un ospizio, salvato delfini e non ho nemmeno il pollice verde, perbacco.

La mia scelta anti-egoistica, a volte frutto di un consapevole sforzo altre semplice riflesso incondizionato, è quella di non alimentare la tensione e ridurla ove possibile. In modo silenzioso e spesso non in prima persona, ma dietro le quinte. Anche nei gesti insignificanti. A volte non ci riesco, per dirla in politichese, ci sono sempre margini di miglioramento.

Se si sceglie di vederlo, tutti noi osserviamo a cosa porta il disseminare volontariamente sentimenti negativi. C’è sempre una scelta nel reagire ai soprusi.

Ti pestano, e che fai, non ti incazzi? Certo, ti incazzi e vorresti urlare a tutti quanto senti ingiusto ciò che ti sta accadendo. La mia spiegazione è che c’è sempre un perché. E se il perché non lo giustifichi con una volontà divina, come nel caso dell’eretica sottoscritta, lo giustifichi a te stesso. Dicendoti che ci deve necessariamente essere qualcosa in cui incappare durante il percorso per assomigliare sempre più alla persona che vuoi essere.

Bisogna saperci rispettare anche quando sentiamo che gli altri non lo fanno. Come? Non urlando per farci sentire di più, ma scegliendo di stare zitti, di porgere l’altra guancia o semplicemente di andarsene. Perché alla fine forse rimarrai meno impresso nella memoria della gente, ma resterà sempre un alone, quello della sensazione che le persone hanno provato con te. Non ti sei mai fatto mettere i piedi in testa, anche se a volte gliel’hai fatto credere.

Per alcuni, la maggior parte, tutto ciò è frutto di codardia. Non lo escludo del tutto, e non dico che il mio personalissimo metodo sia quello giusto, né auspico utopicamente che tutti lo pratichino.

Se non ci fossero escrementi egoisti al mondo, in fondo, non servirebbe nemmeno parlare di altruismo.

E lo ammetto, sarebbe un mondo migliore, ma più noioso.

Chakra Chan

Nessun essere umano può sopportare in eterno l’esperienza stordente della propria impotenza.

Rollo May

Manipura.

Non è una nuova inchiesta della magistratura italiana. Nemmeno l’ultima crema per le mani con ingredienti bio. Manipura è il nome…rullo di tamburi….del Terzo Chakra.

Ricadendo perfettamente nello stereotipo di persona alla ricerca di se stessa, nel bel mezzo della seconda adolescenza che colpisce quelli della mia età, mi sono buttata su una miriade di attività che prima non volevo/avevo il tempo di affrontare. Da qui le mie attuali passioni per due antipodi da palestra di tendenza: Zumba e Yoga. Bipolari, ma funzionali a darmi entrambi il sorriso. Ieri ho fatto delle corse, allucinanti, per saltare dalla prima al secondo. Sentivo di doverci andare, anche se era solo un recupero, che cercavo di incastrare tra mille cose.

Con una deviazione rispetto al percorso iniziato nella mia prima lezione, circa tre settimane fa, ieri mi introdussero al concetto del terzo chakra e come lavorarci. Senza aver mai sentito parlare di chakra in vita mia. Per chi è poco esperto, come la sottoscritta, dei sette chakra, fatevi un bagno Zen. Qui segue solo un estratto di quello che rappresenta il terzo:

“In questo chakra brilla il sole del potere personale. Una delle funzioni di Manipura è il mantenimento del fuoco che produce il calore umano. Quando questo fuoco è vivo e forte sono garantite queste qualità: autostima, allegria, autonomia, autodisciplina. Coraggio nell’affrontare i rischi. Forza di volontà. Desiderio di trasformazione e miglioramento.”

Fuffa new-age? Forse. Ma, come dissi nel post precedente, ognuno sceglie in cosa credere e se il qualcosa in oggetto lo fa stare bene e non rompe a nessuno, ben venga.

Ho sempre pensato di avere troppo senso del ridicolo per salire su un palco. Ultimamente mi sto lanciando, smettendo del tutto le ultime vestigia dell’adolescente vergognina. In interviste a caso e in rappresentazione figurative di guerrieri su tappetini Yoga ormai affumicati d’incenso.

Mentre visualizzavo quel guerriero, cercavo di non ridere mentalmente. Ammetto che il primo impulso sarebbe stato quello, soprattutto dopo essere rovinata a terra causa equilibrio precario. Poi invece mi sono calata nella parte, realizzando che ho passato buona parte della mia vita recente bloccata. Bloccata dal timore delle conseguenze delle mie azioni, dal far male o dal ferire qualcuno. I blocchi sono comodi. Ti rifugi in una specie di no harm zone. Ho sempre creduto che il dolore altrui fosse una scelta evitabile, sempre e comunque. E ho agito di conseguenza, nei rapporti personali e professionali.

Orange Cake

AsprAmante: heart-shaped Orange Cake with Orange Icing

Ebbene, fate e folletti mi hanno abbandonato da un bel po’ e il magico mondo dei puffi in cui la precedente affermazione è valida e possibile, beh, non l’ho ancora scoperto. Invece è tutto una dinamica a due o più e qualcuno prima o poi verrà necessariamente ferito come conseguenza delle tue azioni. L’ho visto e perdonato negli altri, quindi nella teoria. Non l’ho mai applicato nella pratica, con me stessa. Ho ferito involontariamente un milione di volte, ma sempre per la paura di non gestire correttamente o razionalmente le situazioni. Ma se sono abituata a vedere le persone sparire, tanto da considerarle quasi di passaggio nella mia vita, perché ancora non mi libero di certi schemi e non la faccio finita con ‘sti blocchi? Che tu compia o non compia un’azione, qualcuno starà male lo stesso. Quindi coi miei tempi, sto iniziando ad autoinsegnarmi ad essere più impulsiva.

Eccolo qui, il mio guerriero simbolico, mentre domenica scorsa affonda con piacere il coltello nel meravigliosamente asprigno dolce all’arancia che avevo creato.

La verità è che ci sono tante, troppe, cose aspre nella vita da mandar giù, che se a volte non apri la bocca, foss’altro che per farle prendere aria, te le becchi tutte tu.

Wake up call

Coffee Cake

Extreme Wake up Call: Coffee Cake with Extra Buttery Coffee Icing

Time for brooding’s up – definitely too late. I’ve indulged, waiting. After all, that’s what they call it, right? Post-Traumatic Stress DisorderPTSD. Far from even joking with something so serious, what I’m going through is more like Post-traumatic Steady Depression.

A state of mind which takes over your entire body, having you feel chained to bed and whimsical, like all you can actually muster to do is watch a movie curled up in bed and sniffing through soaked napkins. What a sight.

I have always been harsh on people who gave in to suffering. Regardless if they were friends. Since I have always needed to play the though one, for my sister, for my mum, for whoever (the very few people indeed I let in my life) I almost patronized those who – in my opinion – conjured drama out of thin air. I realize now that this has come a long way in making me feel I always owe people something. I over-do. That’s it, I try too hard. Not to impress anybody (well, not always) but because I set way too high standards on myself.

Then it happened, realization was just one phone call away (by the way, call was on me, so yes he was that stingy). When I was the one who was being left behind, by the person I was indeed trying to help, my ex-boyfriend, something clicked. I reacted the only way I know, by telling myself I am way too mature and there are worse scenarios in the world than being dumped and with no career opportunities. I went out, I tried playing cool. But I knew all along that this time I didn’t want it to work out that way. I think this is the payback for all those years when I thought I was practicing for becoming the superwoman I am very far from resembling as of now.

Ok, self-indulgence/pity time is over. People who were significant in my life passed away earlier this year and I have no intention whatsoever to waste time anymore. I intend to put all my efforts into turning down “moments” into something gracious and powerful, a little, everyday memo of what’s important in life. Let myself be hit by nostalgia, savour it, and then smile at the mirror and think: “You’re ok, and it’s gonna be ok.”

It is indeed ok, I’ll stop trying to pretend I’m not judgmental while inside I’m feeling deeply smug about my condition. There is no smugness here. We are all human beings. We all get good and evil, bravery and cowardice. I know there are good-natured people out there, people that will help me feel at home while I’m lost, I just can feel it. Well, it’s not so much as a feeling, more like a wish. A wish I hang on to as if I were a child waiting for the first snow.

And while I hang on, I decided it’s time to stop waiting. While I keep busy, I am secretly always waiting for something to happen, as if suddendly, out of the blue, the universe would finally realize the awesome person I am and decide I deserve to find the perfect job, allow me to solve my family issues and consequently find a man that is not: narcissistic/maniac/alcoholic/childish and so on, whom I really like and can connect to. As if.

Time’s up. In a bit more than two months I’m turning 27. Better get going girl. I’ll start with a piece of cake.

La seconda adolescenza

Deal with the pastCome ben sa chi ha la (s)fortuna di prestare orecchio alle mie riflessioni esistenziali, da quando – quasi (!) due anni fa – girai la boa del primo quarto di secolo, mi ritrovo spesso a pensare che questa sia un’età quanto mai critica. Paragonabile in tutto e per tutto ad una seconda adolescenza. Senza ciccia e brufoli.

Ebbene una di queste riflessioni mi ronza in testa da sabato scorso: che rapporto c’è, se esiste, tra coerenza e cambiamento? Domanda rivolta a Francesco Guccini e Roberto Vecchioni in occasione dell’incontro clou de la Fiera delle Parole a Padova. Ovvio, non poteva che essere il pretesto adatto per un’ottuagenaria inside come la sottoscritta per interrogarsi su uno dei temi a me più cari. A causa di vicende avvicendatesi nel corso del 2012, sono molto permeabile a questo tipo di spunti: avverto uno stimolo irrefrenabile a cambiare, ma a chi devo rimanere fedele? A me, agli altri, all’idea che di me hanno gli altri e io ho di conseguenza fatto mia, alla me stessa che vorrei essere tra quei famosi cinque anni e comunque chissà come sarà, a a a….argh.

Nel mezzo del cammin di nostra vita, ritrovare se stessi può essere un’impresa. Anche se non si è in una selva oscura. Anche se la selva oscura comprende: un tetto sulla testa, degli amici, soldi (pochi) da spendere per noi stessi, del tempo forzatamente libero ed è solo una gran pippa, pardon costruzione, mentale che non ci permette di vedere le possibilità di emergere in tempi, diciamocelo, di escremento. Pur sempre da escremento del Primo Mondo. Allora, come ritrovare se stessi e la propria strada e non soccombere?

Ma è davvero un ritrovarsi?

Già qualcuno prima di me (non ricordo chi, mi pareva fosse uno famoso) era uso dire che saremmo esseri ben stupidi a non cambiare mai idea.

Lo stimolo a cambiare è ovunque io guardi, attorno a me, nelle persone care, nella società. Un’inquietudine che provoca un misto di nostalgia e senso di vuoto per la proiezione verso il futuro. In un paese come questo, quello più privo di memoria storica io conosca e al momento pure un po’ privo di futuro, ci ritroviamo a dover discutere di variazioni sul tema (attenzione, non su temi diversi, eh) con persone che si reinventano continuamente. A volte rimaniamo incastrati in stereotipi più forti di noi, che sono comodi, confortanti ma alla fine valgono come una giustificazione in classe. Proprio così. Presente il rumore della penna che struscia sul registro? Noi siamo gli studenti. C’è quello che finge un improvviso attacco di raffreddore da fieno soffiandosi il naso con inutile dovizia, quello che ha perso la penna nel meandro più irragiungibile dello zaino, chi si aggiusta i capelli. Nessuno guarda il professore. Perché?

Perché il professore siamo noi.

Rivelazione degna dei programmi della Carrà, lo so. Io sono sempre più convinta che ognuno di noi sia definito non tanto dal risultato, bensì dal percorso. Voler essere coerenti a tutti i costi implicherebbe cristallizzare un risultato, senza tener conto che quest’ultimo altro non è che un fermo immagine di un dato momento spazio/temporale. Frutto di conseguenze determinate da cause non replicabili. Una foto, insomma, o come direbbero a Napoli, una tale e quale. Certo, in una competizione sportiva ci vuole un podio e ci vogliono pure tre medaglie da assegnare.

E alla prossima gara?

Io suggello l’amore per la costanza del cambiamento, la capacità di accettare che siamo in continua evoluzione e capire cosa/chi salvare nei periodi in cui facciamo le mute come i serpenti e ci adattiamo. Non accetto invece strunzat’ della serie: l’unica persona a cui devi rimanere fedele sei tu. Ma, perdonami, TU, chi diamine sei? Io non so chi sono io ed è questo il punto, oltre che la parte più divertente. Ecco, io so solo che mi sento così, con un piede già lanciato nel salto e l’adrenalina che scorre. So che vorrei trovare persone stimolanti, rispettose e generose. So altrettanto che se io prima non offro loro queste qualità, difficilmente loro le mostreranno a me. So che saranno loro a definire di volta in volta il mio percorso.

La mia interpretazione di coerenza: una solidità interiore forte della sola consapevolezza del suo mutare, qui, ora e sempre.

How to make a breadcrumble

Pappa col pomodoro

The Bread: the bread is one the main components of our lives, pretty much everywhere on this planet. Except for the Western elites who keep demonizing carbs as Satan’s food, bread is “the staff in life”. There’s something so reassuring about it, maybe it’s not properly comfort food, but it’s one of the first things you’ll resort to when you need a carb-infused boost. Especially if you dip it into a freshly made tomato sauce. Bread stands for my Italian roots, almost screaming them out load, now clearer and more striking than ever. Like saying: back to basics.

Not so long ago one of my coworkers, who loves to drop in life-coach-worthy metaphors every once in a while, came up with this: “If you make the best bread in town and end up giving it to everybody, it’ll become even less than a standard.” A “given”, as marketers would have it. Something anybody has grown to expect from you and that is consequently not valued the way it should be. So here’s my starting point. Bread is a simple, commodity product, yet it’s a metaphor of whatever whole parts remain untouched in your soul and its value depends entirely on who you share it with. I’ve decided there’s no ciabatta or loaf here, just breadcrumbs to spread out to all the people who mean something in my life.

The Crumble: a bit more complicated to grasp. The Crumble stands for the well-known mix of flour and butter that goes so well with all kinds of fruit. There’s also a salty version, but, damn, I have a sweet tooth. It’s sure one easy way to turn basic ingredients into something rich and fancily fragmented.

Just like the crumble, this will be a virtual space for me to divide, collect and put together the pieces in the jigsaw that I’ve come to consider my life to be. I know, hard times we’re living. Recession is not playing easy on Generation X, or the following alphanumeric ones for that matter. Still, personal drama is somewhat more powerful, it affects us more than any doomsday-like scenario we hear on the news. It’s what makes us move and take life-altering decisions.

Here comes the last layer behind the name. In wannabe-nerd terms, breadcrumbs are tools to help the user who navigates the site find his/her way back from any given point on the map site. As dear Mother Wiki has it: “Breadcrumbs typically appear horizontally across the top of a web page, often below title bars or headers […] Breadcrumbs provide a trail for the user to follow back to the starting or entry point.” The term, originated from the breadcrums left by fairytale twins Hansel and Gretel, evokes the ability to find (or should I say fight) your way back through an uncertain path. Much like giving someone the power to see things in the wider scheme and putting it – quite literally – in their hands. I dig this concept, from an omniscient narrator to an omniscient user.

Getting to the point, a breadcrumble is a multi layered mess of beautiful single elements. Just like me, and this is where I will blend them all together and spit them out. To underline a fresh start. Period. Sometimes, and not only with web browsers, there’s just no turning “Back”. Whether it be because you just can’t remember how you got there in the first place, or because picking up old habits is the last thing you want.

Ch-ch-changes, said someone whose chameleon-like character won him a spot in the hall of fame. Change is what will always be there. As ironic as it may sound, change is the only certainty we have. Better be ready.

Finally, a style note for the sake of whoever will stumble upon these pages: there’ll be posts written alternatively in Italian or in English. They will not be following a regular pattern or talk about the same topics, these are two very different languages, apt for conveying different ideas and emotions.

Know what? Fine by me.