Aiuto, lo sconosciuto.

Impressioni di settembre. Incipit a dir poco gettonato, ma sempre valido.

Per me settembre è sempre stato periodo di bilanci, inizi e speranze. Archiviato da un po’ ormai Ferragosto, giornata che considero il vero Capodanno, il mese più tenue tra tutti arriva colmo di propositi per il nuovo anno (scolastico). Qualcuno cantava della notte prima degli esami – che altri ancora dicevano non finire mai. Io aggiungo che, complici i retaggi adolescenziali, non si smette mai di considerare l’autunno il principio di tutto. Attività lavorative, sportive, ricreative; dopo la malinconia che accompagna gli ultimi strascichi d’estate, ci diamo l’ennesima opportunità per ricominciare.

Anche questo post, nato come ritorno alla progettualità settembrina, si è poi tramutato in scrittura di getto, urgente. Quasi rabbiosa. Come solo le mani che tremano possono digitare, escono fiumi di parole impellenti. Farcite di una retorica che non deve essere curata, perché a giudicarla non c’è necessariamente qualcuno, servono solo a mettere (ap)punti.

Wine Tasting

Good Life is a Lagrein Half-Full Glass

A quasi un anno da quando ho aperto questa saltuaria finestra su quello che mi frulla in testa, ho meno tempo per l’introspezione, per cucinare e per tirar le somme. Non per questo ne ho meno bisogno, anzi. Ma c’è una novità rispetto all’anno scorso.

Sono sempre stata molto orgogliosa di essere indipendente. Finché questo non mi ha fatto diventare orgogliosa, punto.

Pian piano sto imparando che non è un dramma chiedere aiuto, nonostante prima lo considerassi segretamente una debolezza. A lungo ho preteso che le persone con cui mi relazionavo fossero aperte nel dirmi ciò che volevano da me o da terzi, senza farlo veramente a mia volta.

Per paura di sembrare più piccola, di dipendere, di pesare, ho sempre cercato di fare da me. Invece dagli altri c’è solo che da imparare, anche da quelli a cui pensiamo di essere superiori. Fatico ad ammettere che ci sono molte – spesso penso troppe – cose che non so fare e che vorrei fare. A volte faccio ancora fatica a chiedere una mano e questo non perché io sia migliore di nessuno, ma perché conosco la difficoltà che mostrarsi vulnerabili porta. Aiuto, (l’ex) sconosciuto: work in progress.

Una cosa invece non ho abbandonato: i giochi di parole su più livelli. Aiuto, lo sconosciuto rappresenta anche un inno al mio amore per l’Altro, e dunque per la diversità, frutto di quell’avida e a tratti inopportuna curiosità con cui assorbo tutto quello che mi circonda. Curiosità che spero di non perdere mai.

Tutti tendiamo a pensare che stiamo bene solo con persone simili a noi. Vero, generalmente sono proprio le persone che scegliamo di portare avanti, per avere un terreno comune e anche per facilitarci la vita. Tutto scorre più liscio accanto a persone che ragionano come noi, che ci comprendono. Sono quelle più fastidiose, con una forma mentis del tutto diversa dalla nostra a portarci a fare quel benedetto “miglio in più”. Se siamo costretti a frequentarle, non può che andare a nostro vantaggio.

Buon anno!

Una quattro stagioni, grazie.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Io toglierei “le mezze”. Non ci sono più stagioni. Punto. Io definisco tutto in base alle stagioni, per me la vita dovrebbe seguire il corso naturale del tempo atmosferico. Per questo gli orari lavorativi dovrebbero essere diversi a seconda delle regioni geografiche. Ne consegue che idealmente sarebbe lo stile di vita a doversi adattare all’alternanza dei cambiamenti climatici, non viceversa. Il giorno che mi ascolteranno avremo vacanze come quelle dei signori andalusi qui sulla sinistra.

Ho sempre sostenuto che tutte le stagioni – perlomeno nella loro forma stereotipica – hanno un loro fascino. L’inverno è una stagione adatta al raccoglimento, il momento ideale per essere concreti, per fare. La primavera è la stagione di quelle serate indescrivibili in cui l’ormone sprigiona dagli alberi in fiore, quella in cui gli amici allergici muoiono ma si ostinano comunque a uscire perché anche loro sono in overdose di voglia di vivere. L’estate è il periodo bipolare: dei bagordi, degli eccessi e della necessità di riposo, della vita di notte e delle tapparelle abbassate di giorno.

Apple and Caramelized Orange Pound Cake

Unseasonal: Apple and Caramelized Orange Spicy Pound Cake

Poi l’ultima, la mia preferita. Sono una persona autunnale. Amo il tepore crepuscolare, quello che inizia dagli ultimi strascichi d’estate, passa per il colore delle foglie e finisce con il fragore delle caldarroste. Ecco, a me piace quel calore delle giornate di estate indiana, le domeniche d’ottobre regalate, in cui ti stringi agli amici, agli scampoli di vita da gustare attraverso tinte più calde e tenui. Ritengo che l’autunno sia la metafora perfetta di ciò che è importante nella vita. Un’occasione per vivere con la saggezza dei vecchi anche quando sei giovane – e, cosa non di poco conto – senza i relativi acciacchi. Sai che sta iniziando tutto di nuovo, rifai bilanci, rifai propositi e via!

Quest’anno, inutile dirsi, il tempo atmosferico ha sconfinato dalle solite chiacchiere da ascensore, ha avuto una preponderanza assoluta nella testa della gente. Incombeva un grigiore, diffuso ovunque, che ha permeato questo debutto primaverile, a mo’ di ficcante colonna sonora dell’incertezza che stiamo vivendo. Come se la primavera dovesse simboleggiare il ritorno alla vita e alla speranza su più livelli, il sole era diventato una specie di divinità inafferrabile, un Godot che se non altro poteva contribuire a migliorare l’umore.

Anch’io non ne potevo più, eppure una parte di me era segretamente sollevata. Quando arriva la primavera non sono mai pronta, quasi che ogni anno mi cogliesse di sorpresa. Son sempre stata al contrario, d’inverno abbastanza sana e in primavera devastata pur non soffrendo di una sola allergia. Alla stregua di un’adolescente indispettita inizio a mangiare come non ci fosse un domani, ribellandomi alla prova costume. Stranamente, d’inverno dimagrisco. Un po’ come se mi adattassi all’esplosione della vita, godo come un maiale nell’attaccarmici fino all’ultimo piacere che ha da offrirmi.

Il proposito per quest’anno è quello di approfittare dei mesi caldi in maniera diversa. Primavera, o forse dovrei dire estate a questo punto, è sinonimo di risveglio, di spontaneità, di meno riflessione e più azione. Altro che aprile dolce dormire, quest’anno voglio agire.

Come diceva Totti: life is now. Cercherò di ripetermelo più spesso. Anche con l’accento burino.

L’amore in festa

Potevo esimermi dallo scrivere sulla Festa dell’Amore? In fondo è quello che ha permeato i post finora e non potevo perdere una così ghiotta occasione.

Maple and Oat Cookie

Simply Plain: Oat and Maple Eye Cookie

Iniziamo da un fatto: io non odio San Valentino. Certo, anche a me piace fare la finta intellettuale/contro-il-sistema/hipster di tanto in tanto. Per certi versi lo sono, o perlomeno lo è quello che riflette la mia immagine all’esterno. Mi spiego: prendete un uovo. Mi rendo conto che si liquiderebbe come, stringi stringi, un cibo ovale. Io partirei per la tangente, iniziando con la scomposizione, il chiaro simbolismo, il riferimento femmineo e bla bla…quindi sì, sono semplicemente complessa. Eppure dalla complessità nasce una semplicità consapevole. In passato mi è stato dato della snob e della pretenziosa, eppure il mio nocciolo è molto meno arzigogolato di quello che appare dalla buccia. Per me San Valentino è esattamente quello che è, un’altra occasione per festeggiare. Per ringraziare, per donare e/o per ricevere, per sentirsi speciali. Nella scala di grigi della quotidianità non è davvero facile ricordarselo. A maggior ragione quando non sei in coppia. Fatico invece a individuare qualcosa di bello da festeggiare in San Faustino. Essere single non è una condizione nefasta o per la quale si rende necessario invocare rivalsa andando a lustrarsi gli occhi su corpi nudi oliati; è una condizione abbastanza naturale tra una storia e l’altra. O perlomeno tale dovrebbe essere. Proclamatela “Festa dell’Autostima” e ve la promuoverò.

Che si sia disillusi o con gli occhi a cuore, che c’è di male invece ad avere un giorno che celebra l’ammmmmore pur con gli ovvi e inevitabili risvolti consumistici? Nemmeno fosse una giornata che inneggia ai genocidi o alle catastrofi naturali. Trovo che coloro che affermano “Io faccio i regali quando me la sento, non in queste occasioni ridicole”, siano in molti casi quelli che si nascondono dietro ad un essere controcorrente che risulta forzato. Per di più molto comodo.

Ne conosco di persone che fanno regali random, rendendo speciali momenti ordinari. Eppure non sono le stesse che mi vengono in mente in questi momenti e di certo non sono le prime ad affrettarsi a bollare come commerciale il primo Bacio Perugina che vedono a fine gennaio.

Se vissuto come celebrazione di un sentimento, è esattamente come i corrispettivi religiosi: il Natale o anche la sorella bistrattata, la Pasqua. Tornando all’uovo, voi conoscete qualcuno che ne fa questioni di principio dicendo: “No, io aborro le forme ovali, sono mere costrizioni societarie. Propongo che tutte le uova d’ora innanzi divengano quadrati di cioccolato.”?

Fuor di gioco retorico, raramente si sente: “Oh, a Natale non farmi niente che io sono contro queste cose commerciali”. Ogni dicembre facciamo girare l’economia (e anche le basse sfere) per scovare regali da scambiarci in vista di un’occasione che, se volessimo applicare il medesimo filtro cinico, sarebbe il compleanno di un uomo nato duemila anni fa.

Siete controcorrente? Inventatevi un altro modo per dire Ti Amo! Appena lasciati? Bene, via dai social network e fuori a fare una passeggiata a rinnovare l’amore per se stessi. Arriveranno altri giorni, speciali o ordinari, in cui vi sentirete Valentini.

Al grido di “Vivi e lascia vivere”, vivetevi i sentimenti che provate e abbiate il coraggio di onorarli anche se una confezione di Baci Perugina la pagate dieci euro. In mancanza di idee migliori, vi assicuro che nessuno ve li rifiuterà perché troppo commerciali. Anche se non brilla di originalità, un dono apre il cuore. Che lo facciate a San Valentino, in qualsiasi altro giorno o, ancor meglio, in tutti e 365.

Troppo cibo rovina lo stomaco, troppa saggezza l’esistenza.

Luci e ombre

Biscotti di frolla

Michael Jackson Cookies

Ho una visione in bianco e nero.

Il mondo si divide in due categorie di persone. Quelle naturalmente votate a scegliere, e quindi incontrare, la felicità. Queste persone non sono baciate dalla fortuna a caso, ciò che accade loro è figlio di un circolo virtuoso che dipende dall’atteggiamento che giorno dopo giorno rinnovano verso la vita e tutti gli alti e bassi di cui è corredata. Persone, in sostanza, che si rimboccano le maniche e che di fronte ad un quadro a scala di grigi decidono di vedere e seguire solo la luce. Esistono poi quelle che non la vedono, che si lamentano, che attraggono cose negative, che conseguentemente le provocano.

Le due categorie non sono statiche, è possibile percorrere la strada che porta dall’una all’altra attitudine vitale. Più volte. Sul perché una persona appartenga all’una o all’altra categoria ancora non ho sviluppato astruse teorie. C’è chi nasce nell’amore, nella libertà e nel rispetto. C’è anche chi nasce in un ambiente non frutto di amore, di persone che hanno un percorso da compiere che non comprende l’armonia. C’è chi subisce torti per tutta una vita. Eppure ho riscontrato che tutti possono far parte indifferentemente della categoria “Luce” o “Ombra”.

Nei postumi di una telefonata illuminante con la mia musa fiorentina, ho dato forma ad un’intuizione riguardo al rapporto tra le due. Complice – stranamente – la pratica Yoga, ho realizzato in stile San Paolo sulla via di Damasco che figure lamentose, piagnone o ciniche hanno tirato fuori il meglio di me. Finora è sempre stato così, fintanto da convincermi di essere affetta dalla sindrome della crocerossina.

Forse inconsciamente ero in grado di esprimere la me stessa migliore in contrapposizione, in presenza cioè di atteggiamenti negativi, che in passato hanno contribuito a delineare i tratti luminosi della mia personalità. Per il principio inverso di chi brilla di luce riflessa, io amavo brillare di luce mia. Alla lunga però non può essere così. Anzitutto perché non si può pensare di avere risorse inesauribili. Certo, è infinitamente bello dare. Poi è tutto un gioco di equilibri: se non ti torna mai indietro niente o sei Madre Teresa di Calcutta oppure rischi di venir sopraffatto dalla negatività. E io non sono Madre Teresa di Calcutta.

Immaginando l’essere umano come un bel Tao cicciotto, un po’ come i biscotti a tema che mi sono inventata (e pappata), mi piace pensare che possiamo scegliere se stare nello Yin o nello Yang, ma che non ci sia proprio verso di togliere quel piccolo neo del colore opposto perché è proprio la presenza di quest’ultimo a indicare la mezzaluna in cui ci troviamo. Luci e ombre nelle persone vengono definite solo dall’assenza-compresenza dell’opposto. Che emettiamo luce o ce ne nutriamo, stiamo comunque contribuendo al gioco globale dell’interruttore.

E luce fu.

Con spirito!

Whisky Sour Cupcake

Bisttersweet fascination: Whisky Sour Cupcakes with Chocolate Chips

L’anno è iniziato così: alla ricerca dello spirito. Se, come la sottoscritta, rientrate nelle folte schiere dei grandi fan di Crozza e delle sue imitazioni, lo spirito è da leggersi con quell’intonazione. Quella della voce stridula di Montezemolo.

Il 2013 sarà anzitutto un anno spiritoso. Ho deciso di tramutare anni di ammiccamenti con il nettare di Bacco in qualcosa di più strutturato iscrivendomi ad un corso di sommelier. Con qualche digressione al luppolo.

Poi c’è lo spirito propriamente detto, quello che invidio a certe persone che non si abbattono mai. Quando vedo qualcuno che non si abbatte di fronte a torti subiti o sfighe generalizzate, beh, ammetto che ci sono momenti in cui la megera che a volte abita la mia testa (alcuni hanno l’omino del cervello, la mia è una megera) per un momento vacilla e mi sussurra all’orecchio: “Ma ci sono o ci fanno?”. Con vago accento burino e palese perplessità.

Per mia fortuna conosco uno sparuto, quanto significativo, numero di persone che sono leggere non in quanto vuote, ma perché sanno riconoscere la pesantezza, ed esserne per questo immuni.

Ho sempre aspirato a diventare come loro, ben sapendo che una parte di me rimane troppo impaurita per esserlo fino in fondo. La compagnia di questo tipo di persone mi ha dato talmente tanto, ispirandomi, da rappresentare un modello anche in periodi in cui ero la brutta copia di me stessa.

Il mio spirito si riferisce all’alcol e alla forza d’animo, ma non solo. Spirito evoca il termine spiritualità. Come già detto in precedenza, non faccio riferimento ad una specifica fede, anche se l’immaginario, il linguaggio, la simbologia afferiscono alla mia religione acquisita: il mondo cattolico romano. Ora più che mai ho bisogno di spirito e di connettermi con quello degli altri. Quando non lo percepisco nell’altro, fatico ad entrarci in contatto. Eppure la ricerca continua.

Infatti quest’anno voglio imparare a mettere “sotto spirito” la mia mente. E qui congiungo la metafora dell’alcol con la spiritualità. Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di interrogarmi su quanto – esattamente – l’essere umano sia diventato prigioniero della propria mente. Mi piacerebbe sapere quando, da esseri più o meno concentrati verso il progredire, la sicurezza personale e dei cari e lo star bene, siamo diventati preda dei nostri stessi demoni, scollegati dalle nostre sensazioni e rivolti all’autosabotaggio. La mia personale risposta è da sempre, perlomeno da quando c’è troppo tempo e troppe professioni intellettuali. Anche se sposo la teoria di Jovanotti, i demoni interiori saltano fuori al momento giusto, sarebbe meglio che li riconoscessimo giorno per giorno senza che gli stessi finiscano per esplodere come in una pentola a pressione. Quindi nel 2013 io imparerò (basta verbi fraseologici, meglio un sano, indicativo, futuro) a mettere a riposo, in oblio consapevole, la mia mente.

Sì ecco, il tutto riassunto in sei parole: meno seghe mentali e più vino.

Stay hungry. Stray, foolish!

Space cleaning.

People evaluating.

Relationships weighing.

Self rethinking.

Life adapting.

Inside and out.

New Year did not start with typical resolutions. I was way too overwhelmed with end-of-December thoughts, or festive nostalgia as I like to call it, to have a clear, focused mind. So I want to share a few of the things that I found out about myself while I was unwillingly making a point of my life.

I have always thought I was able to forgive. At least that’s what I came to believe about myself. I realized that I always wanted to forgive because I tended to see the other person under a better, flattering, light. Even when I felt I had been treated badly, I gave second and third chances. I love harmony, as a concept. And I can’t stand people who stir up conflict on purpose, or who like to mull over negative thoughts or, last but not least, people who cannot get over other’s faults.

Yet I have to admit it. Sometimes there’s no actual forgiveness, sometimes you have to forgive yourself for not being able to forgive. In the end the only person you need to forgive is yourself. That’s right. You have to forgive yourself for allowing other people to treat you badly, to take advantage of you and so on. You have to do it in order to go on with your life because otherwise you’ll just keep making the same mistake again, because what you fear the most is that you’ll end up reliving history.

This is not an apology for people who seek revenge. I am just saying that sometimes, before being blindly good with other people who messed up with us, we have to evaluate if they were just that. Assholes. We all get cheated on, we get deceived. We trust and then we found out we were misled. Whatever. That’s why the minute we forgive ourselves for being fooled, which by all means is the hardest part, we’re good.

madeleines au citron vert

French Breakfast: madeleines au citron vert

Yesterday I realized the very same thing with madeleines. It was the first time I had tried to make those famous spongy French minicakes. Well, they developed a bump and I thought I had screwed the first attempt. Well’ I’m kind of new to this game so here it goes. That’s why I turned them on the “right side” to capture a picture. Only to find out that what I thought was a glitch, the bump, is actually one of the features that qualify a properly baked madeleine. Lesson learned.

Just like that, I am wearing my inability to wish the whole world well up my sleeve, proudly admitting it to anyone I want to listen. Off you go, foolish people. Like I read in a tweet a couple of weeks ago: we are not friends, not enemies, just strangers with a mountain of memories. This is what future relationships are going to be.

More breakfast, no more fast breaks

Mince Pies

Late Xmas Treat: Mince Pies

Having breakfast with something I created is one lovely treat that keeps telling me I’m doing the right thing. Following the correct path. I’m not just jumping on the foodie bloggers bandwagon. If I were, I would definitely force myself to post recipes way more often. I am doing what I take pleasure in. It is this certainty that makes me get my butt of the couch when I get home after work (and after working out!) to make cakes and cookies.

My family, generations of sweet-toothed individuals, almost stopped buying sweets and cookies. We live off the ones we bake. I couldn’t be prouder of myself.

These days my mind goes back to the frenzied, packed December and the end-of-the-world madness. I kept toying with the idea that I spent my life making the most out of my time, without rushing, and that, had the world actually ended, I was satisfied with the experiences I had lived so far. And then I thought: “Where would I want to be now?”. What would you have done? Who would you’ve run to? Cell phones out of the way and everything.

I answered, picturing myself. If the world had ended, I would have died having breakfast. That’s right. Breakfast is my happiness ritual.

Quite predictably, I did not actually spend December 21st having breakfast. I celebrated the event having some friends over gather over a bottle (read: a bit more) of their favorite drink and some awkward questions.

That night I did not relax until it was time to go to bed, no wonder it took me a while to cool off. And then something happened. As 2012 was quickly and confusedly coming to an end, I couldn’t help to feel relieved and yet, something was not quite right. I kept feeling like I spent the remainings of last year running against time and without being fully concentrated, rather just going by.

Usually, I want to make the most out of my time, even if it implies laying on the couch just reading a book or having a pleasant, flowing, conversation. I want to feel I am doing what I want to do. I know it’s unrealistic to have such an expectation. At times like these, time is gold. We get paid for the time we spend at the office. Well, in most companies. If we work freelance, we mostly get paid on an hourly basis. Hence, time is luxury.

That’s why I love breakfast and I have always thought that who doesn’t agree with me on that is not familiar with earthly pleasures. Of course, when I was in high school I had no time to spare in the early morning rush, when I woke up in the mornings it was always too late not to feel nautios at the mere idea of ingesting anything.

Now I simply have to get up in the morning and eat, it’s not just that it’s the first thing I need to do because my body tells me so. It is the remarkable sign of the fact that I have time and I want to spend it taking care of myself. I’ll have time to catch those last five minutes’ sleep. When I’ll be six feet under.

What is not coming along in my journey through 2013 is the sensation to be wasting time. Time flies even when you’re not having that much fun. Time flies, or should I say, passes you by, when you are not focused on where you want to get in life. This is the proper age to figure all this stuff out, society has taught us. As Muse would have it “Time is running out”. Whether it’s time left for enjoying the previously mentioned earthly pleasures, or just time left for accomplishing whatever we want to be.

This is the only lesson I am ever going to learn about the Maya-media-hype and collective mania and from two or three losses of the past year. “The problem is, we think we have time” goes the saying.

It sure is one thing I have not yet mastered, but hope to improve day by day. I am letting people I invested my time on go. And, finally, without feeling like I regret a single moment.

Acceptance, this is what they call it. Time to move on.

Non c’è due senza te

Ginger and Chocolate Cookies

Ginger and Chocolate Cookies: True Love

Due mesi fa iniziai a scrivere, durante una fase ricca di confusione e creatività. Vacilla la seconda, permane la prima. Ancora non è definito il mio futuro prossimo, anche se ha una forma sempre più concreta. Il post di oggi è liberamente ispirato al matrimonio, al romanticismo e quello che ci ho capito io finora dei suddetti concetti.

Ieri una persona che ha messo tutta se stessa nel vivere il suo ideale romantico, convolò a nozze. Ha coronato il proprio sooooogno. Io e le altre tre suocere che erano con me al lieto evento in qualità di vestali del passato che fu della neosposa, abbiamo alternato momenti di occhi a cuore (rari) a momenti di ilarità al vetriolo degni di The Wedding Party.

Battute, rivisitazioni delle imitazioni di Crozza e momenti epici a parte, io sono innamorata delle coppie e ieri ho avuto spesso la lacrimuccia che bussava sull’occhio avvedutamente non mascarato. No surprises, chi mi conosce davvero ben sa che sono fatta a Lindor: ho dei lati molto orso, che nascondono un cuore di scioglievolezza.

Esattamente come per i Lindor, se mi mordi invece di arrivare con delicatezza al cuore, ti esplode un liquido burroso in faccia.

Ieri percepivo amore tutt’intorno a me, sebbene io non abbia alcuna idea di cosa sia davvero l’amore. Come per molte altre “Grandi Sezioni e Affini” della vita, procedo a capirlo per esclusione. Mi sono ricavata qualche certezza su cosa l’amore non è, che ora condividerò con voi. Non so granché, ma grazie PowerPoint per avermi almeno insegnato a fare i listati.

  1. “Amore” non è un concetto astratto e indipendente dalle persone che lo interpretano. Ognuno di noi è un retaggio di imprinting familiari, tratti personali, cicatrici passate, convinzioni maturate, le quali necessariamente emergono nel rapporto. Se una persona è giusta per te lo capisci o perché fai del gran lavoro sulla coppia o incappando in quelle sbagliate. Mi spiace, Tiziano Ferro, per me sei fuori.
  2. L’amore non è eterno. Certo, ti trasporta e ti travolge. All’inizio. Ma questa è un’altra cosa; chiamata innamoramento. Gente che ne sa, ossia non io, dice che dura in media fino a un anno. L’amore invece assomiglia più ad una dedizione, ad un lavoro che non ti pesa (troppo) compiere in funzione del percorso comune che hai costruito se entrambi percepiscono il beneficio che l’altro apporta nella propria vita. All’inizio e a fasi alterne durante la storia non riesci nemmeno a toglierti le mani di dosso, ma anche questa è un’altra cosa, il cui nome è chimica. Mi spiace, Loretta Goggi, per me sei fuori.
  3. L’amore è il non volere, a nessun costo, il male dell’altro. Non credo a quelle stronzate di storie passionali condite da ogni tipo di efferatezza, amori che si pigliano e si lasciano con gesti degni di guerriglie urbane. Per altri funzionerà così, io credo che a) sia del gran dramma inutile b) se stai con qualcuno lo fai per star bene assieme, non per rovinarti la vita a vicenda. Vero, quello che consideriamo amore si trasforma velocissimamente in odio. A quel punto però, non è già più amore. Mi spiace, Eminem e Rihanna, per me siete fuori.

Un, due, tre, olè! E quindi? Quindi bisogna sapersi raccontare balle, darsi fiducia a fine giornata, perdonarsi, innamorarsi di noi tanto quanto a volte pensiamo di esserlo degli altri che altro non sono che un cumulo delle nostre aspettative. Se ci astraessimo da noi stessi per riconoscere questa cruda e liberatoria verità, posso affermare con innegabile presunzione che molte più storie funzionerebbero. Molte relazioni non sono genuine: entrambi cercano, più o meno esplicitamente, di imporre all’altro la propria visione della realtà, entrambi si “caricano” reciprocamente di aspettative e cercano di prevedere e controllare il comportamento dell’altra metà perché le rispecchi. Tanti auguri!

Lo so per prima, è difficile prescindere da quello che vorremmo, da quello che ci aspettiamo. Gli altri sono esattamente questo, “altro” rispetto a noi. Finché non impariamo questa lezione siamo destinati a quanto segue.

Chi vive in funzione del suo passato si crea presenti già in crisi, simili solo al peggio di ciò che ha vissuto in passato.

Creativity is single

Lady Gaga has been right all along.

Remember the one time she said that she wasn’t having any sex because she felt somebody might take away her creativity through the act of sexual intercourse? Well, those weren’t precisely her words, but for the sake of PG-related content, you get the point. All throughout 2012 I have been cherishing the same concept, toying with the idea that somehow relationships and creativity might actually interfere with one another.

When I am in a relationship, most of my creativity is devoted to the current crush, whom I so badly want to be a character of my romance that I put all my effort into getting to know him better so as to come out with brilliant ways to awe him. I put it there, and in planning for two and stuff like that, whereas I find the creative side I need to exercise because of my job to be sloppier, like it’s always missing something. Just like all my crushes, who have always (so far) been missing something that was either: a) creativity b) somebody else c) well, I’ll just leave at b).

But, you see, this fits. All the heart-felt break-ups or just the jerks that come across your dating life, contribute in making you -well, how can I say this? – a more interesting person. I’ve come to believe this is related to the fact that when you’re single, you’re wittier. Your brain is sharper. Your body and mind are both more inclined to perceiving things all around you and all your project-defining ability is concentrated on your world.

“Charlie Brown must be the one who suffers, because he’s a caricature of the average person. Most of us are much more acquainted with losing than winning. Winning is great, but it isn’t funny”

Charles Schultz, October 2, 1975

This by no means imply that I’d rather be Groucho Marx and alone than happily ever after with some brilliant guy. In that case I’d settle for being just a little less funny. Despite the very tight armour I usually come with, I am romantic to the bone, and I’ll always go for love, if I feel it’s worth it.

Taralli dolci al Vino Rosso

Combo Breaker: Tarallucci al Vino Rosso

When you have a functional relationship, you’re winning. You have one part of your life that’s up and running, possibly helping you go through bad stuff. And that’s a huuuuge side. This is not a future-spinster oh-you-are-so-lucky-to-have-someone take. What I mean is that if you actually form a functional bond it’s not just because you’ve worked your butts off not to give in to “temptations”.

I know two or three couples that are like that. Both partners enhance the other’s creative sides and have a very high opinion of their significant other, while being pretty damn funny all the same. It’s because these couples are composed of people who both kept their individuality allowing the other half to do the same.

As for me, creativity now is single, drinks red wine and has lots of fun with different people that allow her to ignite the sparks of her mind.

While picking every now and then from the cookies tin.

Eppur si muove

Iniziare un nuovo cammino ci spaventa, ma dopo ogni passo ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimaner fermi.

Roberto Benigni

Apple-Kiwi Plum Cake

Introducing Kiwela: la merenda di quando improvvisi. Tutto.

Sapete una cosa? Gli hobby passano di mano in mano. Si tramandano, come se ognuno di noi avesse il bisogno di processare perdite o lutti in maniere impensabili. Amanti abbandonati sublimano la perdita prendendo in prestito i rispettivi interessi mentre figli e nipoti, rimasti orfani da adulti, si cimentano in attività manuali che caratterizzavano il fu caro.

Ecco che ieri ho provato, con qualche tentennamento, a re-interpretare una cosa che mia nonna faceva con maestria, il plum-cake, imparato alla perfezione a furia di dover fare un dolce al giorno per mio nonno. Una volta divenuta troppo stanca (o furbescamente pigra) quel furetto di donna, si è seduta sugli allori della mia passione per l’improvvisazione culinaria, aspettandosi ogni domenica un dolce – possibilmente – diverso.

Quella donna smilza, tabagista e tagliente che ho imparato a chiamare nonna, tutto era tranne che il classico modello di amore uno si aspetterebbe.

I ricordi più vivi che ho di lei sono simil-traumi infantili. Riguardano il colore arancione, che una volta mi disse di non osare mettermi mai più perchè mi moriva addosso (ero troppo pallida) e da allora è diventato il colore complementare a quello che indosso sempre. Molti eventi importanti della mia vita sono stati decorati visivamente d’arancione e la gerbera arancione è il mio fiore preferito.

Ricordo quando a tre anni mi sorprese a cantare a tavola. Si arrabbiò, io smisi, poi ricominciai, mi riprese di nuovo e smisi nuovamente….poi non smisi più. Cantare è la cosa che faccio più spesso, a caso, per imbarazzo, per gioia, per noia. Per reazione nervosa. Per semplice apprendimento linguistico.

Ricordo anche quando mi feci 12 km a piedi così, giusto per non comprare il biglietto del bus, per andare a trovarla. Adoravo sentire gli strampalati racconti della sua giovinezza, per così dire, inconsueta. “Bevevo” tutto quel che c’era attorno a me: la sua voce roca, i personaggi strani, i bicchieri coi fiori azzurri e i litri di karkadè.

Di ogni libro leggessi e, credetemi, una volta leggevo davvero tanto, immaginavo persone e storie prendere vita in quella casa. Mai a casa mia. Sempre nei meandri dell’appartamento dei nonni, dove ero solita rintanarmi e aprire l’armadio a tre ante specchiate per vedere milioni di bimbe, tutte col broncio che voleva essere sensuale (sì, precorrevo i bimbiminkia) o con sorrisi a 32 denti che se la raccontavano.

In questo 2012, da gennaio a giugno, due mesi di compleanni per la mia famiglia, abbiamo dapprima scoperto un male, poi accompagnato per mano una donna, energetica e testarda come un mulo, verso un posto che le faceva paura. Una paura primordiale, fanciullesca, riflessa nei suoi occhi e nel suo lento, umiliante, consumarsi. Quando continuare a lottare era inutile, abbiamo avuto paura con lei. L’abbiamo salutata alla sua maniera. Una donna che ha rifiutato di sentirsi dire dove andare perfino da morta, preferendo ad una scelta ovvia una controcorrente.

La malattia sa essere una bella stronza, nel senso Masininiano del termine. Ti porta a odiare una persona cara, che non riconosci più, ma ti può regalare momenti intensi nella regressione infantile del malato. Con mia nonna questo non è accaduto, di certo non era tipa da affidarsi alle tue cure e non ammetteva di volerne. Se le passavi il bastone da passeggio, a momenti te lo tirava in testa se non facevi come diceva lei. Com’era sempre stato con lei, era impossibile vedere l’amore, dovevi cercarlo, intuirlo e fartelo bastare. Dalla durezza che le avevano imposto certe scelte di vita, vita che non le ha risparmiato insulti neanche in età avanzata, lei reagiva così: indurendosi. Scherzando, la chiamavo “Bocca di Rosa”.

Non ho ancora avuto il coraggio di cimentarmi con il mitico “Riso alla Feltrina”, celebre piatto che noi sorelle veneravamo. Curioso come ogni volta io provi a parlare con dei vicentini di questo piatto, pochissimi lo conoscano. Ho perfino avuto il sospetto che mia nonna se lo potesse essere inventato, vecchia canaglia. Invece esiste davvero, ed è una rarità.

Lo scorso fine settimana ho visto i primi alberi di Natale dei centri commerciali (lasciamo stare, va’) e realizzato che quest’anno per la prima volta non ci sarà lei mezza brilla a sparar sentenze su chiunque. E allora, con un mesto sorriso, del plum-cake me ne sono catafottuta. Ne ho fatto una versione mia, con metà farina di farro, mele, kiwi, un po’ di burro sciolto su cui dopo ho anche caramellato mandorle e pistacchi. Cantando. So di certo cosa avrebbe detto lei: “Fai sempre cose strane tu.”

Ciao, arrivederci, ciao.