No, sennò mi arrabbio.

La rabbia è un sentimento affascinante, necessario e deleterio.

Ti fa muovere, ti dà energia e voglia di riscatto. A volte è ottimo preludio per del gran sesso. Più spesso, la rabbia meno nobile, che non viene sfogata, è quella che diventa rancore, quella sottile sensazione di: TI PRENDEREI A CRANIATE, che prima o poi tramuta in non ricordo perché ti avrei preso a craniate ma sarebbe più la fatica di farlo quindi mi auguro che qualcuno lo faccia per me.

Non è edificante, ma la proviamo tutti e non si guadagna molto a far finta di niente, nel dire “Mio Dio, non dovrei perdere tempo così che non ne vale la pena”. Ma figuriamoci. Ammiro chi riesce a farlo, ci provo io stessa e non dirò che sono tutte stronzate. Quando qualcuno in cui credi davvero fa qualcosa che ti fa uscire dai gangheri, la faccenda si complica perché subentra la delusione ed è automatico reagire crollando.

Ti arrabbi, ma non sempre ci si può concedere il lusso di sbroccare. L’importante sarebbe cercare di non chiuderti a riccio, un pericolo molto concreto quando sei stato ferito.

Tempo fa un’amica mi raccontava delle difficoltà che incontrava a spiegare ad una persona a lei molto cara che è troppo buona e che questo atteggiamento porta gli altri ad approfittarsene. Ci ho riflettuto molto, calandomi in entrambi i panni, ma tutta la mia comprensione andava verso l’altro. “Prova ad immaginare” – pensavo tra me e me – “è come se dicessi che non si riesce a fare a meno di essere presi a schiaffi e che ci si prova pure gusto. Come puoi tu, persona a me cara, dirmi che dovrei essere più stronza se probabilmente dello stesso atteggiamento ti sei approfittata anche tu in qualche momento? Quindi se tu mi sei accanto, come posso io sapere quale ruolo ha giocato la mia disponibilità nel fatto che ci siamo avvicinati?”

Essere gentili è un bene prezioso e un’arma a doppio taglio. La quotidianità, come ti imbruttisce, ti imbastardisce. Se sei disponibile di natura è difficile cercare di non esserlo, perché non è un difetto riconosciuto, anzi. Diventa una caratteristica negativa con l’apprendimento che un comportamento che giudichi accettabile (la gentilezza) non trova una pari risposta. A volte essere disponibili aiuta ad essere ben visti. In fondo, tutti cerchiamo l’aiuto in persone alla mano, certo non siamo portati a farlo in persone inaccessibili. Quando cresci capisci che è tutto un gioco a farti vedere menefreghista. Prima devi capire come menartela a scuola, per assomigliare ai fighi, poi devi capire come menartela al lavoro, per assomigliare a quelli che all’inizio detestavi. Quindi che si fa?

In un mondo utopico quello che dovrebbero insegnare a bimbi e (soprattutto) bimbe, da piccoli è di continuare a dire sani, fermi NO. Senza urlare. A mostrare dissenso, a mettere paletti prima di arrivare alla rabbia. Non ho ancora capito perché invece di inutili ore di educazione civica e religione, invece di promuovere la competizione, che tanto poi si apprende in vita, non si insegni la gestione creativa dei conflitti. Perché non si tratta il conflitto come qualcosa di inevitabile e ma curabile e perché non si insegna la forza della risata? E soprattutto perché alla mamma dicevo no a qualsiasi cosa e poi ne ho perso l’abilità?

Perché la verità è che tutti vorremmo dire no e non possiamo. Bisogna dire di sì e non farlo con il muso, perché se lo fai col muso tanto vale non dirlo. A seconda delle situazioni, sappiamo quanto costa un “No” e che potremmo perdere un’occasione o avere grane con l’altra metà del cielo. Ma alla lunga costa di più dire sì che non pensi. Ognuno si paga in crampi e rughe.

Meglio essere pragmatici: l’unica cosa che dobbiamo valutare è se i Sì che non vorremmo dire sono compensati da un riconoscimento dello sforzo o del compromesso. Per parlare meno astruso, se il gioco vale la candela.

CockyNut

Coconut BrownieLa cucina è uno dei miei modi per far sbollire la rabbia. Il caso di questo dolce, fatto d’urgenza. Trovo le ricette al cocco insignificanti e stucchevoli, ma in casa non avevo altro che cioccolato e cocco. Quindi c’ho aggiunto il caffè, energizzante come la rabbia, che almeno smorzava la dolcezza.

Sbattere due uova con 230 grammi di zucchero, unire 100 grammi di burro sciolto, 120 grammi di cioccolato fuso (sciolto con 50 ml di caffè), 200 grammi di farina di cocco, 1 cucchiaino di lievito e vanillina. Mescolare bene e versare in una teglia rettangolare foderata di carta forno. Poi per 20 minuti ai soliti 180°. Una volta pronta, tagliare a cubotti.

Never Let Go

E alla fine arriva lei.

Regina indiscussa delle opere incomplete, campionessa olimpica delle frasi lasciate a metà, leader nel settore del “Ti voglio ma non ci provo”, esperta riconosciuta a livello internazionale del lanciare il sasso e ritirare la mano.

Passo per paraculo, per chi mi conosce poco. In alcuni casi lo sono pure, verso chi mi conosce poco. In realtà la mia inconcludenza è frutto della paura di essere quella di cui un giorno al telegiornale i vicini intervistati diranno “Aveva tante potenzialità ma non le ha sfruttate”. Anche altre cose influiscono, ma non divaghiamo.

Mi accendo con facilità, in preda all’innamoramento verso un’idea. Poi qualcosa si perde. Così è successo con questo spazio, nato in un momento in cui avevo urgenza di dire mille cose senza dare loro forma. In questi mesi il cervello non mi si è anestetizzato, si è frammentato più del solito, e non ho più avuto la concentrazione o l’esigenza di scrivere. Mo’ si riparte.

Ed ecco di cosa scriverò, prima di riprendere in mano tutte le bozze, iniziate ed ogni tanto limate, in questo periodo di assenza. Scriverò delle ripartenze. Non voglio più bozze nella mia vita.

Ripartire da zero è più facile che ricostruire. Finché lasciavo incompiuti tre, cinque, dieci articoli compravo un dominio e mettevo in cantiere altri progetti. Ero nella situazione, comune a tutti, di quando l’entusiasmo iniziale scema e ti senti sul piano inclinato per cui sai che ritornare in cima ti risulta più difficile (e noioso) che lasciarti andare e rialzarti verso una nuova sfida.

Riprendere un progetto significa guardarlo con occhio critico ma clemente allo stesso tempo. Sono spesso sulla difensiva riguardo al mio lavoro, ascolto e accolgo le critiche ma non reagisco bene, per la paura sopra citata e affini. Le uniche critiche che arrivano davvero al punto, quelle efficaci, sono le mie. Sono dell’opinione che sia necessario lasciar fare degli errori per imparare a non farli. Questo perché i propri sbagli, perché vengano riconosciuti, è necessario che vengano identificati come tali. Quindi per capire che qualcosa non va devi prima farlo male e riconoscerlo. Certo, sai che ammazzare è sbagliato, non hai necessariamente bisogno di andare dietro le sbarre per non farlo. Ma non sai a priori come gestire un gruppo, affrontare una malattia, educare un figlio, avere una relazione o imparare a stare al tuo posto. Devi poter tentare, cadere e ripartire.

Con le persone è davvero difficile farlo. Quando arrivi al punto di non ritorno, anche se hai capito i tuoi errori, qualcosa s’è rotto o comunque non hai più possibilità/voglia/intenzione di riparare. Non credo nella minestra riscaldata e con gli amici richiede una gran dose di fatica e maturità portare avanti qualcosa che si è incrinato.

Coi progetti che sono solo tuoi hai più fortuna. Ai progetti non devi chiedere scusa, non ti tengono il broncio se hai bisogno di allontanarti da loro e se li tratti male. E tu non serbi loro rancore.

Ta-dan! Non si diventa mai qualcosa, si è sempre in divenire. Allora perché è tanto difficile accettare i fallimenti, che spesso appaiono più pesanti da dentro che da fuori, e non prenderli invece come incidenti di percorso, a volte perfino necessari? Tanto vale anche piantarla di incolpare gli altri di come ci sentiamo quando sbagliamo. La verità è che agli altri interessa il giusto dei nostri successi e persino dei nostri fallimenti. Triste, nell’egocentrico mondo in cui viviamo, ma vero.

Riguardando The Breadcrumble posso dire di aver visto dove si poteva migliorare. Per chi leggeva le pippe psico-socio-filocose, rimarranno eccome. Per chi si è sempre chiesto se fosse un blog di cucina, la risposta è no. Ma ho deciso che condividerò lo stesso la ricetta che accompagna il post, evidenziandola alla fine, così che si possa fare “Skip”.

Anni di Internet e disturbo dell’attenzione saran pure serviti a qualcosa. Buona rilettura/cottura!

Piña Nel Crumble

Pina Colada CrumbleQuesto era un pretenzioso crumble di banane e mango con latte di cocco. Quando ho letto la ricetta, l’unica associazione mentale che il mio lato alcolemico ha prodotto è stata la Piña Colada. Perciò (e assolutamente non per risparmiare, eh) ho sostituito il mango con l’ananas e il latte di cocco con il Rum Malibu, quello al cocco, che gli ha dato quello sprint in più e che era già in casa. Nasce il Piña Crumble, di una facilità imbarazzante e dal risultato garantito.

Riscaldare il forno a 180°, tagliare a rondelle 4 banane mature, metterle in una ciotola e irrorarle con un po’ di succo di un limone perché non anneriscano. Tagliare mezzo ananas a tocchetti (va bene anche già tagliato della Del Monte) e mescolarli alle banane. Aggiungere 100 ml di rum e un cucchiaio di latte. A parte via di crumble: mescolare con la punta delle dita 80 grammi di burro ammorbidito con 80 grammi di farina, 100 g di farina cocco, 30 grammi di zucchero di canna e 40 grammi di zucchero normale per ottenere il composto sbricioloso. Mettere la frutta su una pirofila, ricoprirla col crumble, infilarla nel forno caldo per 25 minuti o finché non diventa dorata.

In ombra

Questo post ha avuto una gravidanza travagliata. Dopo che tutte le mie energie sono state assorbite da me stessa, un pensiero torna lì. A quel momento di un anno fa in cui salutavamo una donna dallo spirito coriaceo e anticonvenzionale. Accoglievamo la quiete che segue la tempesta e raccoglievamo le forze, ognuno a suo modo.

Fatico ad essere banale nei momenti sdolcinati (o sdolcinata nei momenti banali) e questo perché ho trovato una correlazione tra chi è sdolcinato e chi non riesce ad entrare in contatto davvero con le proprie emozioni. Le mie sono ben nascoste, quasi sempre negate a parole, eppure tradite in pieno dalla mia poco allenata Poker Face.

Ci si lavora ed è, come dire, un work in progress.

Wine

The Heirloom

L’ho già detto da qualche parte, io ringrazio sempre ed è un aspetto di me che entra nella revisione del work in progress di cui sopra. Con lei non l’ho mai fatto, ne cercavo inutilmente l’approvazione e litigavo come una vipera. Eppure facevo chilometri a piedi solo per sedermi sulle sedie di paglia colorata e ascoltare rapita i suoi racconti. Credo di aver sviluppato con lei la mia capacità di ascoltare e la silenziosa soddisfazione quando a parlare non c’era più nessuno.

In molti dettagli tutto è ancora vivido, nel verso delle tortore, nel profumo di bucato, nel vino che ho deciso di esplorare molto da vicino, negli strambi modi di dire stranieri o dialettali. Nel karkadé che mi scopro a comprare in una torrefazione, nell’Earl Grey con cui infarciamo i dolci. Nelle cartoline, che non ho più mandato a nessuno.

Quest’anno l’avrei di certo stupita, e con questo immodesto pensiero mi ci cullo. Per lei eravamo quelle particolari, quelle che dovevano sperimentare sempre. Quelle poco assennate. Vero, ed era questo essere così diverse tra noi che ci portava a rapportarci.

Un anno fa si chiudeva un momento intenso, che non ci ha permesso di assaporare a pieno ciò che stava accadendo. La malattia è stata un turbine di adrenalina a rilascio costante, notti insonni che rincorrevano giorni frenetici. Nella vita di ognuno di noi prima o poi capita: momenti, che a volte possono durare anni, in cui i ritmi non sono dettati da te e vivi in funzione di altri.

Quando ti lascia qualcuno con cui hai avuto un rapporto intenso e conflittuale non può che essere altrimenti. Ma la vita non si ferma, mai. Ci sono i primi giorni di fervore, seguiti da quelli di inquieto silenzio. Poi tutto si muove di nuovo e quando qualcuno bussa alla tua porta, ti devi ritornare ad aprire, per forza. Anche quando frigni, piagni e ti lagni. Anche là c’è qualcuno che ti vuole bene e che c’è oggi e domani potrebbe non esserci più. In quel caso puoi decidere che farne di quella persona. Quando meno te l’aspetti, arriva qualcosa che ti sconvolge in maniera pesante. E la giostra riparte.

Quest’anno la giostra si è fermata spesso, in alto come succede alle ruote panoramiche dei film, con quel senso di vertigine e impotenza del non poter far nulla se non aspettare che qualcosa si rimetta in moto da sè. A fianco a me non c’era nessuno con cui dovessi avere chiarimenti o sordide scappatelle. Questi momenti mi son serviti per fare pulizia mentale e rendermi ricettiva: in particolare se c’è qualcosa che ho “bevuto” quest’anno è la luce che si accende negli occhi di chi fa le cose con passione! La stessa luce ha illuminato me, spingendomi pian piano a muovere i primi, stentati, passi verso quella che so essere la mia direzione.
Iniziare ad accettare la banalità dei sentimenti che ci rende tutti uguali è uno di questi passi.
1 a 0 per me nonna.

Perdere un anello

Tempo di scelte.

Ta-dan. Peggio di quei programmi televisivi dove il protagonista deve prendere un’apparentemente ardua decisione. E non parlo di Money Drop.

Cambiare non è facile, soprattutto quando hai delle certezze. Belle o brutte che siano, le certezze formano l’abitudine e l’abitudine è rassicurante. Perfino una situazione che non ci piace, di cui ci lamentiamo, lo sappiamo bene in fondo che rappresenta una protezione. Una donnina capace di illuminare a tratti il mio percorso ieri mi ha fatto capire perché a volte bisogna rischiare, anche fosse solo giusto per dire di non aver perso un’occasione. Io ci ho aggiunto una bella dose di riflessioni sulla brevità dell’esistenza, condite dall’inutilità di preoccuparsi troppo, spruzzate da una (a lungo ricercata) spensieratezza.

Taralli dolci e salati

Sweet and Salty: Taralli 2x

Una vita passata a trovare correlazioni ovunque ed ora mi sto imponendo di non leggere i segni. La tentazione è forte, un eufemismo giusto per non dire sempre in agguato. La settimana scorsa avrebbe potuto essere uno di quei periodi, in cui inizi a leggere tutto ciò che ti accade applicando un filtro inspiegabile per cui tutti gli eventi seguono poi assurdamente concatenati.

Ho sempre letto questa tendenza come una capacità di analisi portata all’eccesso. Al contrario. La mia mente non sarà mai analitica, ha bisogno invece di dare vita, inventare sensi e dove ne esistono di logici esplorarne di alternativi. Non c’è modo con cui possa fermare la creatività della mia mente nel fare associazioni. Certo, deve essere addomesticata, resa più commerciale e spendibile.

Trovare correlazioni a tutti i costi tra eventi e accidenti è per alcuni indole, per altri passatempo. In quel caso si chiama gossip e riguarda i fatti degli altri. Quello che io sto cercando di evitare è di far prendere alle associazioni un giudizio di valore, che poi finisce con il pregiudicare il mio atteggiamento verso persone, parole, opere e omissioni. Come nella profezia che si autoavvera, inconfutabile verità ripresa nel bell’articolo di Annamaria Testa di qualche tempo fa.

Le definizioni di una situazione e i comportamenti che si attivano fanno sempre parte della stessa situazione, e ne possono determinare lo sviluppo: quelli che sembrano solo “effetti” sono, in realtà, “cause”, di cui nel bene o nel male è responsabile proprio chi li ha evocati.

Merton c’aveva visto giusto: ti convinci di una cosa ed è fatta. Anche la saggezza popolare non c’era andata molto lontana. Quando te le chiami, te le chiami. Se pensi accadrà qualcosa di negativo, accadrà. Si tende invece a dire che non possa accadere il contrario, io non voglio più crederci. Dura combattere la cultura scaramantica in cui siamo radicati, ma voglio provarci. In passato è andata così e, beh, molto spesso è andata così. Mmmobbasta. Le sensazioni rischiano di segnare il destino di un qualsivoglia piano, definendone il successo e più spesso il fallimento in base a degli eventi che pensiamo essere esterni da noi.

La pausa è finita. Andate in pace.

Una quattro stagioni, grazie.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Io toglierei “le mezze”. Non ci sono più stagioni. Punto. Io definisco tutto in base alle stagioni, per me la vita dovrebbe seguire il corso naturale del tempo atmosferico. Per questo gli orari lavorativi dovrebbero essere diversi a seconda delle regioni geografiche. Ne consegue che idealmente sarebbe lo stile di vita a doversi adattare all’alternanza dei cambiamenti climatici, non viceversa. Il giorno che mi ascolteranno avremo vacanze come quelle dei signori andalusi qui sulla sinistra.

Ho sempre sostenuto che tutte le stagioni – perlomeno nella loro forma stereotipica – hanno un loro fascino. L’inverno è una stagione adatta al raccoglimento, il momento ideale per essere concreti, per fare. La primavera è la stagione di quelle serate indescrivibili in cui l’ormone sprigiona dagli alberi in fiore, quella in cui gli amici allergici muoiono ma si ostinano comunque a uscire perché anche loro sono in overdose di voglia di vivere. L’estate è il periodo bipolare: dei bagordi, degli eccessi e della necessità di riposo, della vita di notte e delle tapparelle abbassate di giorno.

Apple and Caramelized Orange Pound Cake

Unseasonal: Apple and Caramelized Orange Spicy Pound Cake

Poi l’ultima, la mia preferita. Sono una persona autunnale. Amo il tepore crepuscolare, quello che inizia dagli ultimi strascichi d’estate, passa per il colore delle foglie e finisce con il fragore delle caldarroste. Ecco, a me piace quel calore delle giornate di estate indiana, le domeniche d’ottobre regalate, in cui ti stringi agli amici, agli scampoli di vita da gustare attraverso tinte più calde e tenui. Ritengo che l’autunno sia la metafora perfetta di ciò che è importante nella vita. Un’occasione per vivere con la saggezza dei vecchi anche quando sei giovane – e, cosa non di poco conto – senza i relativi acciacchi. Sai che sta iniziando tutto di nuovo, rifai bilanci, rifai propositi e via!

Quest’anno, inutile dirsi, il tempo atmosferico ha sconfinato dalle solite chiacchiere da ascensore, ha avuto una preponderanza assoluta nella testa della gente. Incombeva un grigiore, diffuso ovunque, che ha permeato questo debutto primaverile, a mo’ di ficcante colonna sonora dell’incertezza che stiamo vivendo. Come se la primavera dovesse simboleggiare il ritorno alla vita e alla speranza su più livelli, il sole era diventato una specie di divinità inafferrabile, un Godot che se non altro poteva contribuire a migliorare l’umore.

Anch’io non ne potevo più, eppure una parte di me era segretamente sollevata. Quando arriva la primavera non sono mai pronta, quasi che ogni anno mi cogliesse di sorpresa. Son sempre stata al contrario, d’inverno abbastanza sana e in primavera devastata pur non soffrendo di una sola allergia. Alla stregua di un’adolescente indispettita inizio a mangiare come non ci fosse un domani, ribellandomi alla prova costume. Stranamente, d’inverno dimagrisco. Un po’ come se mi adattassi all’esplosione della vita, godo come un maiale nell’attaccarmici fino all’ultimo piacere che ha da offrirmi.

Il proposito per quest’anno è quello di approfittare dei mesi caldi in maniera diversa. Primavera, o forse dovrei dire estate a questo punto, è sinonimo di risveglio, di spontaneità, di meno riflessione e più azione. Altro che aprile dolce dormire, quest’anno voglio agire.

Come diceva Totti: life is now. Cercherò di ripetermelo più spesso. Anche con l’accento burino.

Dedurre e Sedurre

Ho appena finito di leggere un libro intrigante.

L’arte della Seduzione. Nah, non è niente in stile Kamasutra, più semplicemente tratta delle personalità seduttive nel corso della storia. Il tomo più corposo dopo Harry Potter e più impegnativo – sempre dopo Harry Potter – che affronto. Un saggio che delinea i nove prototipi di adulatore e ultimo ma non meno importante, traccia l’archetipo dell’antiseduttore, quel compendio di caratteristiche che i più trovano non attraenti.

Nonostante le quasi seicento pagine, l’ho bevuto come fosse acqua fresca. Durante tutta la lettura, una perplessità continuava a far capolino nel retro della mia mente: qual è il ruolo di chi subisce un tentativo di seduzione?

Lemon Curd

Lemon Cardinal, a tangy love-hate

Una persona che entra ed esce nella mia vita come se avesse una porta scorrevole mi ha ispirato una risposta. Come si può mettere in atto una strategia di seduzione senza che l’altro se ne renda conto? Anche in quel caso, quando l’obiettivo capisce di essere per così dire, sotto tiro, che fa? Dipende tutto dall’intelligenza, dal fascino ed è quindi già tutto scritto? No. Per me non basta mettere insieme un paio di ingredienti alchemici. La seduzione è un passo a due, un gioco che rasenta l’osservazione psicologica, centrata interamente su chi hai davanti.La bravura del seduttore sta nel capire, prima di carpire, l’oggetto del desiderio e saper toccare i tasti che attivano le melodie armoniose dell’animo del sedotto. Una volta mi è capitato di essere oggetto di una seduzione che molti col senno di poi definirebbero spietata. Io la definisco calcolata. A mente fredda e con qualche elemento di giudizio in più ne apprezzo la dedizione lungo il percorso e la fine chirurgica, rapida e indolore. Vieni avvolto da una miriade di soffuse attenzioni, accecato nel giudizio razionale da una serie infinita di dettagli e ti lasci irretire.

Si misura la bravura di chi si dedica a sedurre in modo semi-professionale, una specie di pesca sportiva, nel saper mollare al punto giusto. A prescindere da come finisce, l’importante è quello che è successo nel mentre.

Quanto rimarrà sarà il ricordo di un focus costante, inusuale ai giorni nostri, quelli per intenderci del faccio finta di niente e de “gli uomini e le donne sono uguali”, tiritera abusata dalle donne per recriminare a nastro e dagli uomini per non fare più ciò che sarebbe genetico, ossia badare ad una donna. Sì, avete letto bene.

Tralasciando spinose questioni di genere, torniamo su lidi più cauti. Una delle tematiche a me da sempre cara è quella della dinamica reciproca, dell’aggiustamento tra due o più persone. Per un egoista esiste qualcuno che mette se stesso in secondo piano, per un permaloso v’è chi se ne burla. Un carnefice non ha ragion d’essere se non trova una vittima (e ve lo dice una affetta da Sindrome di Stoccolma) così come una prima donna non sale sul palco se non in presenza di uno spettatore.

La seduzione e il tentativo di resistervi altro non sono che giochi di potere, espliciti o meno. Cacciare è divertente, si è attivi, avendo la sensazione di condurre il gioco. Molto è stato scritto, detto e idolatrato sulle figure dei grandi seduttori. La parte del sedotto invece è stata decisamente meno esplorata, rendendola di fatto più affascinante. Perché silenziosamente consapevole.

Gli altri resteranno feriti dalla vostra crudeltà meno di quanto immaginate. Nel mondo odierno, avvertiamo spesso la mancanza di esperienze significative. Aneliamo a esse, anche se hanno risvolti negativi. Il dolore che causerete all’obbiettivo, di conseguenza, servirà a farlo sentire più vivo. Avrà qualcosa per cui lamentarsi, la possibilità di giocare a fare la vittima. Come risultato, una volta che trasformerete il dolore in piacere, non esiterà a perdonarvi.

8:24 pm »

Ho sempre amato persone a cui interessava poco o niente di me e quando qualcuno mi ha amato, io ne ero imbarazzato… Per non ferire i loro sentimenti, spesso ho finto passioni che non provavo.

Citazione di non ricordo più nemmeno chi, fatta mia molto tempo addietro e ritrovata casualmente qualche giorno fa. Mi ritrovavo assai, perlomeno fino ai puntini di sospensione, e mi colpì. Come Karma insegna, la lezione è sempre in agguato. Se a lungo pensi di comportarti in una certa maniera, crogiolandoti nel tuo essere complessa, alla fine ti capita qualcosa che ti insegna cosa vuol dire quando le persone fingono o manipolano.

Ora la condivido non perché mi ci riveda, anzi, a mo’ di monito. A volte è utile ricordarci chi siamo stati a lungo, anche se in maniera distratta, inconsapevole. Ci sono dei momenti in cui aiuta non poco rivolgere lo sguardo alle idee che ci hanno contraddistinto per vedere i passi che abbiamo mosso in altre direzioni, allontanandoci dal percorso che pensavamo fosse stato tracciato per noi.

Scones and Butter

Times are a changin’, yet Scones, Butter and Honey remain.

Avvenimenti recenti mi han convinto che accompagnare le persone in determinate fasi di vita non è facile, affatto. Non tutti vivono bene il cambiamento, l’evoluzione (ma anche l’involuzione) altrui. C’è un trucco: bisogna avere occhi nuovi, sempre. Con gli altri certo, ma bisogna soprattutto rivolgere lo sguardo a noi stessi. Come ci conosciamo e come di conseguenza ci conoscono gli altri non definisce chi siamo, non è un concetto scolpito nella pietra. Uscire dalla propria persona pubblica non è facile. C’è chi investe anni a fare del self-branding (per dirla in maniera molto aziendalista) e poi si ritrova tutt’un tratto a dover rinegoziare, sia in positivo sia in negativo.

Se ognuno di noi è pronto per accogliere e riconoscere i mutamenti della propria persona (privata e pubblica), beh, allora credo che gli altri seguano di conseguenza. Non sempre è facile, ci sono rapporti per cui questo non accade mai.

A volte vengono date due, dieci, cento, mille opportunità, a volte ce le si crea.

Cambio di prospettiva. Urge. Nessuno a parole si augura la stagnazione, eppure cambiare impaurisce. Molte persone hanno paura. Io per prima. Paura di lasciarsi andare, paura di ripetere gli stessi schemi, paura di diventare ciò che potremmo essere e tutto per una sola ragione, la madre di tutti i timori. Quella di ammettere che si sta bene o che si starebbe meglio per la paura (e dajeee) di perdere quella sensazione privata, quasi che ad esternarla, rendendola reale, quella piccola coccola ci potesse sfuggire dalle mani.

Fatta eccezione per vere e proprie situazioni di emergenza, tutti quelli che vivono nella paura non vivono nel presente. Non è possibile vivere nel presente e aver paura. La paura è spesso causata da associazioni che provengono dal passato e che vengono sovrapposte alla situazione del presente. […] Ciò che abbiamo memorizzato, quando eravamo più giovani o più piccoli, è stato memorizzato attraverso percezioni per loro natura distorte poiché formatesi in assenza di consapevolezza. Ora, se prendiamo in considerazione quei ricordi per definire chi siamo oggi, facciamo pasticci e ci confondiamo.

Con spirito!

Whisky Sour Cupcake

Bisttersweet fascination: Whisky Sour Cupcakes with Chocolate Chips

L’anno è iniziato così: alla ricerca dello spirito. Se, come la sottoscritta, rientrate nelle folte schiere dei grandi fan di Crozza e delle sue imitazioni, lo spirito è da leggersi con quell’intonazione. Quella della voce stridula di Montezemolo.

Il 2013 sarà anzitutto un anno spiritoso. Ho deciso di tramutare anni di ammiccamenti con il nettare di Bacco in qualcosa di più strutturato iscrivendomi ad un corso di sommelier. Con qualche digressione al luppolo.

Poi c’è lo spirito propriamente detto, quello che invidio a certe persone che non si abbattono mai. Quando vedo qualcuno che non si abbatte di fronte a torti subiti o sfighe generalizzate, beh, ammetto che ci sono momenti in cui la megera che a volte abita la mia testa (alcuni hanno l’omino del cervello, la mia è una megera) per un momento vacilla e mi sussurra all’orecchio: “Ma ci sono o ci fanno?”. Con vago accento burino e palese perplessità.

Per mia fortuna conosco uno sparuto, quanto significativo, numero di persone che sono leggere non in quanto vuote, ma perché sanno riconoscere la pesantezza, ed esserne per questo immuni.

Ho sempre aspirato a diventare come loro, ben sapendo che una parte di me rimane troppo impaurita per esserlo fino in fondo. La compagnia di questo tipo di persone mi ha dato talmente tanto, ispirandomi, da rappresentare un modello anche in periodi in cui ero la brutta copia di me stessa.

Il mio spirito si riferisce all’alcol e alla forza d’animo, ma non solo. Spirito evoca il termine spiritualità. Come già detto in precedenza, non faccio riferimento ad una specifica fede, anche se l’immaginario, il linguaggio, la simbologia afferiscono alla mia religione acquisita: il mondo cattolico romano. Ora più che mai ho bisogno di spirito e di connettermi con quello degli altri. Quando non lo percepisco nell’altro, fatico ad entrarci in contatto. Eppure la ricerca continua.

Infatti quest’anno voglio imparare a mettere “sotto spirito” la mia mente. E qui congiungo la metafora dell’alcol con la spiritualità. Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di interrogarmi su quanto – esattamente – l’essere umano sia diventato prigioniero della propria mente. Mi piacerebbe sapere quando, da esseri più o meno concentrati verso il progredire, la sicurezza personale e dei cari e lo star bene, siamo diventati preda dei nostri stessi demoni, scollegati dalle nostre sensazioni e rivolti all’autosabotaggio. La mia personale risposta è da sempre, perlomeno da quando c’è troppo tempo e troppe professioni intellettuali. Anche se sposo la teoria di Jovanotti, i demoni interiori saltano fuori al momento giusto, sarebbe meglio che li riconoscessimo giorno per giorno senza che gli stessi finiscano per esplodere come in una pentola a pressione. Quindi nel 2013 io imparerò (basta verbi fraseologici, meglio un sano, indicativo, futuro) a mettere a riposo, in oblio consapevole, la mia mente.

Sì ecco, il tutto riassunto in sei parole: meno seghe mentali e più vino.

More breakfast, no more fast breaks

Mince Pies

Late Xmas Treat: Mince Pies

Having breakfast with something I created is one lovely treat that keeps telling me I’m doing the right thing. Following the correct path. I’m not just jumping on the foodie bloggers bandwagon. If I were, I would definitely force myself to post recipes way more often. I am doing what I take pleasure in. It is this certainty that makes me get my butt of the couch when I get home after work (and after working out!) to make cakes and cookies.

My family, generations of sweet-toothed individuals, almost stopped buying sweets and cookies. We live off the ones we bake. I couldn’t be prouder of myself.

These days my mind goes back to the frenzied, packed December and the end-of-the-world madness. I kept toying with the idea that I spent my life making the most out of my time, without rushing, and that, had the world actually ended, I was satisfied with the experiences I had lived so far. And then I thought: “Where would I want to be now?”. What would you have done? Who would you’ve run to? Cell phones out of the way and everything.

I answered, picturing myself. If the world had ended, I would have died having breakfast. That’s right. Breakfast is my happiness ritual.

Quite predictably, I did not actually spend December 21st having breakfast. I celebrated the event having some friends over gather over a bottle (read: a bit more) of their favorite drink and some awkward questions.

That night I did not relax until it was time to go to bed, no wonder it took me a while to cool off. And then something happened. As 2012 was quickly and confusedly coming to an end, I couldn’t help to feel relieved and yet, something was not quite right. I kept feeling like I spent the remainings of last year running against time and without being fully concentrated, rather just going by.

Usually, I want to make the most out of my time, even if it implies laying on the couch just reading a book or having a pleasant, flowing, conversation. I want to feel I am doing what I want to do. I know it’s unrealistic to have such an expectation. At times like these, time is gold. We get paid for the time we spend at the office. Well, in most companies. If we work freelance, we mostly get paid on an hourly basis. Hence, time is luxury.

That’s why I love breakfast and I have always thought that who doesn’t agree with me on that is not familiar with earthly pleasures. Of course, when I was in high school I had no time to spare in the early morning rush, when I woke up in the mornings it was always too late not to feel nautios at the mere idea of ingesting anything.

Now I simply have to get up in the morning and eat, it’s not just that it’s the first thing I need to do because my body tells me so. It is the remarkable sign of the fact that I have time and I want to spend it taking care of myself. I’ll have time to catch those last five minutes’ sleep. When I’ll be six feet under.

What is not coming along in my journey through 2013 is the sensation to be wasting time. Time flies even when you’re not having that much fun. Time flies, or should I say, passes you by, when you are not focused on where you want to get in life. This is the proper age to figure all this stuff out, society has taught us. As Muse would have it “Time is running out”. Whether it’s time left for enjoying the previously mentioned earthly pleasures, or just time left for accomplishing whatever we want to be.

This is the only lesson I am ever going to learn about the Maya-media-hype and collective mania and from two or three losses of the past year. “The problem is, we think we have time” goes the saying.

It sure is one thing I have not yet mastered, but hope to improve day by day. I am letting people I invested my time on go. And, finally, without feeling like I regret a single moment.

Acceptance, this is what they call it. Time to move on.

E se trovo le radici?

Anzitutto devo assolutamente andare dal parrucchiere. Che devo rifarmi la tinta.

E se trovi le radici in un dato luogo fisico e non solo sui capelli? Tipo la tua città? Lo senti, dentro. Allora so’ cazzi. Particolarmente visto e considerato il momento storico.

Domenica mattina: mi giro e mi rigiro tra le sontuose lenzuola di questo bell’albergo di Milano, città che oggi appartiene solo ai turisti, ai consueti invisibili e ai milaneeeesi che han dovuto rinunciare al ponte di Sant’Ambrogio.

Milano è città d’elezione per molta, moltissima gente. Questo suo essere mamma adottiva un po’ restia, ostile ed accogliente al tempo stesso, il suo essere non luogo mi affascina e mi rende familiare un posto che altrimenti faticherei a digerire. Quest’anno la capitale della moda italiana ha giocato un ruolo chiave nella mia vita, fonte di piccole soddisfazioni, svolte professionali e non solo.

Chi ha studiato comunicazione prima o poi a Milano ci dovrebbe passare per emergere, per “farcela”. Banalmente, è il primo posto in Italia dove non c’è il paron che vuol far da sè perchè tanto scrivere xe bravi tutti, come pensano in tanti. La Madonnina invece io l’ho sempre rifuggita. Anzitutto, è troppo dorata e a me il luccichio eccessivo non garba. Quand’era il momento non mi ci sono buttata a capofitto ed evidentemente non è scritto al momento che io passi per di là. Ci respingiamo, a volte accarezzandoci sfuggevolmente, ma consapevoli che il nostro destino non è quello di stare insieme.

Sì, sto ancora parlando di una città.

L’ho girata spesso in solitario, Milano. Stavolta accompagnavo un’amica, che sta intraprendendo un percorso di cui sono orgogliosa e che si riflette in ciò che emana la sua personcina vulcanica. Sarà che ora come ora fatico a trovare la mia di lava da eruttare, ma, come prevedibile, il brulicare di gente sconosciuta, il freddo pungente, il sole d’inverno mi hanno galvanizzato.

Milano da Bere

Milano da Bere. Adagio.

Sono stata girovaga e inquieta a lungo. Ora come ha detto la mia compagna di viaggio tra lo spazientito e l’affettuoso: “La nuova Chicago è dentro di te.” Poteva dire Boston, o Valencia. Da quando sono tornata non mi è mai rispuntata la voglia di fuggire altrove. Adoro viaggiare, possibilmente per periodi lunghi per immergermi nella cultura locale. In ogni città mi sento a mio agio e dopo meno di un giorno è come se la conoscessi da subito. E qui ritorniamo al fatto che mi piace scoprire camminando. È un dono, o perlomeno io lo considero tale, quello di poterti calare ovunque con la voglia di “carpire” tutto ciò che c’è attorno a te e lasciare che sia il luogo a parlarti. A volte sembro strana, ma ne vado orgogliosa assai.

Eppure ho bisogno delle mie radici. Non escludo di potermene andare via, magari anche a breve. Non si può escludere nulla, perfino Berlusconi scende di nuovo in campo. Dev’essere il campo di Holly e Benji, quello che non finisce mai, lungo come l’emisfero terrestre. Spero che i gemelli Derrick gli entrino a gamba tesa.