In eXtasy

Ormai è un po’ che mi ronzano attorno segnali che sono riuscita a mettere assieme solo quand’è arrivato il lampo di genio spumeggiante. Nonostante l’arrivo (?) della primavera, da sempre sinonimo di passioni che sbocciano, oggi si parla degli amori passati. Le due lettere più temute in campo sentimentale: gli/le ex.

orange poppy muffins

Orange-me-Poppy: never know what’s behind the crust

XX: Donneeeee, è arrivato l’arrotino! L’ex del vostro lui è esattamente quello. Colei che vi aiuta ad affilare i coltelli.

In alcuni casi infatti c’è la EX, una figura mitologica che se la batte con la suocera, ma spesso più simpatica. E’ quella che ha preso una pianta e l’ha innaffiata, potando alcuni rami qua e là e che ora non ti presenta un conto salato. Mi rivolgo a tutte le donne che potrebbero leggere, siate quel giardiniere onesto. Fuori di metafora, combattete alcune battaglie fondamentali. Se non lo fate per la vostra relazione, beh, fatelo per quelle a venire. Male che vada vi ricorderanno come una che voleva essere trattata in un certo modo. Donne, siate una di quelle ex che, una volta sfortunatamente divenuta tale, sarà rispettata da chi verrà dopo di voi.

Poi ci sono Coloro-che-non-devono-essere-nominate. Quelle la cui manifestazione eterea è ovunque, pur non essendo mai esplicitata a parole, da essere alla stregua dell’anello de “Il Signore degli Anelli”. Nell’aria, nell’acqua, perfino nel nome dei biscotti che compra il vostro ragazzo. Quelle la cui assenza è talmente invadente da diventare ingombrante. In quei casi, sappiate che l’ex in realtà siete voi. Brutto scoprire che il vostro ragazzo ha una relazione, fantasma o meno, ma meglio saperlo prima.

Infine le ex-non ex: quelle che tornano alla carica ad ogni occasione pensando “o mio Dio mi sono pentita del fatto che ti ho lasciato, all’epoca ero così confusa, complice che il tipo con cui m’intendevo non mi capiva come te”. Non giudico nessuno, so che non è facile provare qualcosa per una sola persona. Ma se avete spezzato il cuore di qualcuno, pensateci molto, molto bene prima di tornare indietro.

XY: Uomini, drizzate le orecchie! Gli ex sono i modelli che dovrete capire. Gli archetipi, un po’ come i padri (fondatori) nella vita sentimentale della signora a cui vi approcciate. Come nel vostro caso, l’imprinting che han dato può aver lasciato un segno, anche se non lo ammettono, abbastanza indelebile.

Sono arrivata alla conclusione che lo schema che una donna con un passato sentimentale applica quando si ributta nella mischia è piuttosto semplice. Come per l’abbinamento cibo-vino si seguono due principi antitetici: concordanza o contrapposizione. Capite perché una donna si è avvicinata a voi, se sta inconsciamente cercando una replica o qualcuno di completamente diverso.

Tanto quanto ci sono signorine che si comportano in maniera ingannevole, così ci sono i corrispettivi maschili. Di qui esistono molte donne che demonizzano gli ex, pensando di essere cadute vittima di un serial lover. Dove stia la verità ve ne renderete conto col tempo. L’importante è che se vi interessa avere un futuro (o anche solo tre uscite) con loro tenete presente che dovrete scalfire una serie di timori.

Dall’altra parte ci sono donne che mantengono con l’ex un bellissimo rapporto. Di quelli che puoi avere solo con un vecchio amore, che non è pura amicizia, che si basa su una complicità messa a tacere solo nel post-rottura ma talmente profonda da essere inestinguibile. Se riuscite ad accettarlo – e io dò una gran pacca sulla spalla – siete a metà strada. Occhi aperti, ma abbiate fiducia. Ricostruire un rapporto è indice di grande maturità, non sempre di indecisione.

A metà sta chi riesce ad essere indifferente verso gli ex. Chi non augura loro una morte per autocombustione spontanea, ma nemmeno c’andrebbe a far shopping. Se siete il nuovo, meglio per voi! Se siete il vecchio, anche!

Non classificati si posizionano uomini e donne che non hanno amanti precedenti, che stanno con la stessa persona da quando mangiavano merendine. Quanta, tanta, sincera stima. Voi che anno dopo anno riuscite a non far diventare una persona un ricordo, voi avete un gran dono (e un gran culo).

Non importa il genere a cui appartenete. Quando state con qualcuno, tenete sempre a mente le buone regole di quando si entra in bagno. Lavatevi sempre le mani prima e dopo e lasciate pulito per chi arriva dopo di voi.

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Dedurre e Sedurre

Ho appena finito di leggere un libro intrigante.

L’arte della Seduzione. Nah, non è niente in stile Kamasutra, più semplicemente tratta delle personalità seduttive nel corso della storia. Il tomo più corposo dopo Harry Potter e più impegnativo – sempre dopo Harry Potter – che affronto. Un saggio che delinea i nove prototipi di adulatore e ultimo ma non meno importante, traccia l’archetipo dell’antiseduttore, quel compendio di caratteristiche che i più trovano non attraenti.

Nonostante le quasi seicento pagine, l’ho bevuto come fosse acqua fresca. Durante tutta la lettura, una perplessità continuava a far capolino nel retro della mia mente: qual è il ruolo di chi subisce un tentativo di seduzione?

Lemon Curd

Lemon Cardinal, a tangy love-hate

Una persona che entra ed esce nella mia vita come se avesse una porta scorrevole mi ha ispirato una risposta. Come si può mettere in atto una strategia di seduzione senza che l’altro se ne renda conto? Anche in quel caso, quando l’obiettivo capisce di essere per così dire, sotto tiro, che fa? Dipende tutto dall’intelligenza, dal fascino ed è quindi già tutto scritto? No. Per me non basta mettere insieme un paio di ingredienti alchemici. La seduzione è un passo a due, un gioco che rasenta l’osservazione psicologica, centrata interamente su chi hai davanti.La bravura del seduttore sta nel capire, prima di carpire, l’oggetto del desiderio e saper toccare i tasti che attivano le melodie armoniose dell’animo del sedotto. Una volta mi è capitato di essere oggetto di una seduzione che molti col senno di poi definirebbero spietata. Io la definisco calcolata. A mente fredda e con qualche elemento di giudizio in più ne apprezzo la dedizione lungo il percorso e la fine chirurgica, rapida e indolore. Vieni avvolto da una miriade di soffuse attenzioni, accecato nel giudizio razionale da una serie infinita di dettagli e ti lasci irretire.

Si misura la bravura di chi si dedica a sedurre in modo semi-professionale, una specie di pesca sportiva, nel saper mollare al punto giusto. A prescindere da come finisce, l’importante è quello che è successo nel mentre.

Quanto rimarrà sarà il ricordo di un focus costante, inusuale ai giorni nostri, quelli per intenderci del faccio finta di niente e de “gli uomini e le donne sono uguali”, tiritera abusata dalle donne per recriminare a nastro e dagli uomini per non fare più ciò che sarebbe genetico, ossia badare ad una donna. Sì, avete letto bene.

Tralasciando spinose questioni di genere, torniamo su lidi più cauti. Una delle tematiche a me da sempre cara è quella della dinamica reciproca, dell’aggiustamento tra due o più persone. Per un egoista esiste qualcuno che mette se stesso in secondo piano, per un permaloso v’è chi se ne burla. Un carnefice non ha ragion d’essere se non trova una vittima (e ve lo dice una affetta da Sindrome di Stoccolma) così come una prima donna non sale sul palco se non in presenza di uno spettatore.

La seduzione e il tentativo di resistervi altro non sono che giochi di potere, espliciti o meno. Cacciare è divertente, si è attivi, avendo la sensazione di condurre il gioco. Molto è stato scritto, detto e idolatrato sulle figure dei grandi seduttori. La parte del sedotto invece è stata decisamente meno esplorata, rendendola di fatto più affascinante. Perché silenziosamente consapevole.

Gli altri resteranno feriti dalla vostra crudeltà meno di quanto immaginate. Nel mondo odierno, avvertiamo spesso la mancanza di esperienze significative. Aneliamo a esse, anche se hanno risvolti negativi. Il dolore che causerete all’obbiettivo, di conseguenza, servirà a farlo sentire più vivo. Avrà qualcosa per cui lamentarsi, la possibilità di giocare a fare la vittima. Come risultato, una volta che trasformerete il dolore in piacere, non esiterà a perdonarvi.

Stay hungry. Stray, foolish!

Space cleaning.

People evaluating.

Relationships weighing.

Self rethinking.

Life adapting.

Inside and out.

New Year did not start with typical resolutions. I was way too overwhelmed with end-of-December thoughts, or festive nostalgia as I like to call it, to have a clear, focused mind. So I want to share a few of the things that I found out about myself while I was unwillingly making a point of my life.

I have always thought I was able to forgive. At least that’s what I came to believe about myself. I realized that I always wanted to forgive because I tended to see the other person under a better, flattering, light. Even when I felt I had been treated badly, I gave second and third chances. I love harmony, as a concept. And I can’t stand people who stir up conflict on purpose, or who like to mull over negative thoughts or, last but not least, people who cannot get over other’s faults.

Yet I have to admit it. Sometimes there’s no actual forgiveness, sometimes you have to forgive yourself for not being able to forgive. In the end the only person you need to forgive is yourself. That’s right. You have to forgive yourself for allowing other people to treat you badly, to take advantage of you and so on. You have to do it in order to go on with your life because otherwise you’ll just keep making the same mistake again, because what you fear the most is that you’ll end up reliving history.

This is not an apology for people who seek revenge. I am just saying that sometimes, before being blindly good with other people who messed up with us, we have to evaluate if they were just that. Assholes. We all get cheated on, we get deceived. We trust and then we found out we were misled. Whatever. That’s why the minute we forgive ourselves for being fooled, which by all means is the hardest part, we’re good.

madeleines au citron vert

French Breakfast: madeleines au citron vert

Yesterday I realized the very same thing with madeleines. It was the first time I had tried to make those famous spongy French minicakes. Well, they developed a bump and I thought I had screwed the first attempt. Well’ I’m kind of new to this game so here it goes. That’s why I turned them on the “right side” to capture a picture. Only to find out that what I thought was a glitch, the bump, is actually one of the features that qualify a properly baked madeleine. Lesson learned.

Just like that, I am wearing my inability to wish the whole world well up my sleeve, proudly admitting it to anyone I want to listen. Off you go, foolish people. Like I read in a tweet a couple of weeks ago: we are not friends, not enemies, just strangers with a mountain of memories. This is what future relationships are going to be.

Grazie Graziella

La settimana scorsa tutti in America hanno detto “grazie”. Prenotato tacchini da venticinque pound, preparato chili di gelatina alla frutta da servire col sopra menzionato pennuto. Hanno cenato, giocato, e ciarlato a lume di candela e sono andati a nanna presto. Solo per poi svegliarsi alle tre di notte per il Black Friday e riversarsi nell’indifferenza più totale a fagocitare nuovi acquisti, bruciando calorie e buoni sentimenti accumulati il giorno prima.

Ma Grazie, Graziella. Davvero.

Il Ringraziamento è una bella festa, nel senso autentico. Per quanto finto-puritana, è un’occasione per la quale una nazione intera in perenne movimento si ferma per dire “Grazie” per tutto ciò che ha. Ho avuto la fortuna di partecipare ad un Ringraziamento nel tipico quadretto della famiglia americana del New England e mi sono sentita a casa. Subito. Per quanto io rimanga sempre perplessa riguardo alle milioni di contraddizioni che caratterizzano l’America, lo spirito easygoing e l’ospitalità made in USA sono il set giusto per questo tipo di festa.

Io ne ho fatto una versione un po’ particolare. Senza rendermene conto, sabato sera ho fatto una cena con persone a me molto care con il reale, ma celato, intento di ringraziarle. Io sono un piccolo orso di città: fatico a dire “Ti voglio bene” senza poi dover sdrammatizzare l’intensità delle parole. Devo aver degli antenati anglosassoni e non solo per il colore della pelle.

“Grazie” però lo dico a volte a sproposito. Come “Scusa”. Sono due parole che ho usato con persone che non si meritavano né l’una, né l’altra. Come per la parola “Amore”, ecco, se utilizzi questi tre termini troppo spesso, perdono di significato e a volte divengono armi a doppio taglio. Specialmente Amore.

Ecco perché non ho ringraziato esplicitamente con tintinnio del coltello sul bicchiere da champagne le persone care sopra citate. I grazie che seguono rimarranno i più autentici, quelli che non dirò a caso. Scritti, faranno da contraltare a tutti gli altri, consoni o meno, sentiti o altrettanto meno, che ho detto a voce.

Ho poche persone da ringraziare veramente, ma anche quelli a cui ho fatto applausi a scena aperta quando se ne sono andati, sono da ringraziare. Frase trita e ritrita, ma pur sempre vera: ognuno ti rende ciò che sei. Difficile far cambiare idea alle persone a te vicine, difficile anche cercare di far capire che tu sei molto più (e a volte molto meno) di quello che credono loro.

Io ringrazio chi ha inteso che ci sono alcuni valori per me imprescindibili, chi ha compreso che non mi riconosco più nella persona che ero tempo fa, che ho i miei tempi elefantiaci, che passo dall’essere pedante e pesante all’essere lieta e lieve.

E ringrazio chi accetterà i cambiamenti che attraverserò, pur essendo sempre lì, gioirà con me e per me dei periodi felici e reagirà come vorrà quando attraverserò quelli meno felici.

Champagne

Classy Champagne in less-than-classy Ice Box

Ringrazio amiche e amici con i loro difetti, perché l’accettarli e riderci sù, ma dicendoseli, rende autentico il rapporto. Ringrazio chi a sua volta vede i lati peggiori di me e mi vuole comunque bene.

Tutti i grazie che potrei dire sono – e devono essere – il qui ed ora della mia vita.

Ho passato un periodo schiacciata dalla pesantezza delle esigenze altrui e, peggio ancora, dalle mie interiorizzazioni di aspettative altrui. Intanto urlavo dentro, con la sola voglia di vivere il momento senza paranoie sul futuro o retaggi passati. Vivere con leggerezza perché i piani futuri, anche se non possiamo fare a meno di farne, non hanno alcun senso.

Il “Grazie” più importante è questo. Quello di esserci, qui ed ora.

Dopotutto, c’è pure crisi. Amen e…cin cin.

Dinner with a Killer (Company)

Dinner with a Killer (Company)

Old Lady, Spicy, Round & Square Breakfast

I never had one gang of friends and have always regarded the mere concept as boring to say the least.

As it goes, I spent my early young age years segregating different circles of friends and acquantainces (yes, Google, you owe me) because it allowed me to show several aspects of my personality.

When I was ready to partyyyyy, I would call some in-the-know friends, if I was more in a movie-and-dinner kind of mood, I would text other friends. If I wanted to have serious talks about religion or politics, I’d know who to call, if I wanted a Sex and the City-like night, I would go out with my Martini girlfriends. That time is, apparently, over. Life is letting some people go on my behalf.

I recently celebrated this new trend in my social life with a very special unbirthday party. As an afterthought, Lewis Carroll would have been very proud indeed of the unlikely group that gathered last Saturday night.

In what was a magical, dreamlike situation, with people I know since I was 13 but never in the world thought I would ever be close friends with and people who shared a significant experience/journey with me, I enjoyed a pleasant dinner surrounded by special individuals with different stories and backgrounds.

Peculiarity alert: I adore old crime/mystery stories. One day I’ll surely get to write about my unconditional love for my fictional grandma, Angela Lansbury. Give me the nth rerun of any (and when I say any, I mean it) episode of “Murder, she wrote” and it makes my day. But that is another story that only explains why I am writing a post about a dinner among friends of friends.

If you share this oddity or, at the very least, if you’ve ever seen an Agatha Christie novel film adaptation, you’ll know the sensation those mystery stories evoke. I’m referring to polite conversation striking up between strangers. Talking for the sake of it, immersed in a dandy-like, retrò atmosphere. The ideal setting of most of my nights out. It’s because I love those settings, that give out a familiar feeling, that I appreciated the dinner so much. Yeah, the food, the excellent red wine and the quality of the topics played their part.

But it’s not just that. I think I know why I felt so happy when I took breaks to think, just observing other people interact (another thing my old lady self loves to do). We’re all in our mid-to-late twenties and despite all the paranoia this age brings, I felt a vibrant power. All I could see were brilliant people on the verge of breaking through in life. This is indeed the other side of the story, the age we are now is so beautiful because, as uncertain and fear-filled as it undoubtedly is, you can spend your modest income on three bottles of red wine without having to worry.  In other words, just enjoying the good conversation flowing.

And here’s to another windy and rainy Sunday. Bloody Sunday. That came and went. And to another start of the week.

Una domenica d’amare

Fall Food

Pistachios and Carrot Cake with White Chocolate Icing

E il settimo giorno Dio si riposò. L’impiegato arrivista invece lo passò a rivedere una presentazione, lo studente in pigiama cercando di non vomitare, le famiglie benedicendo l’IKEA per fare da surrogato parentale tra Lack e hot-dog a 1 Euro.

Da quando si è dovuto dare un ordine alla settimana, imponendo un’alternanza tra lavoro e riposo, la domenica è per molti di noi l’unico giorno da trascorrere gambe all’aria. Per la mia limitata esperienza, la domenica è uno di quei giorni su cui ognuno ha un’opinione. Un po’ come la cannella, o la si ama o la si odia. Bianco o nero. C’è chi come me si trova giusto in mezzo alle sopra menzionate categorie. C’è chi l’aspetta avidamente per annichilirsi con videogiochi, c’è chi deve riempirla a tutti i costi di attività pseudo-culturali. Parlo ovviamente delle domeniche che vanno da settembre ad aprile. Anche se d’estate, diciamocelo, il dualismo rimane. Ci si divide fra il partito dello slogan: “Tapparelle abbassate-Formula 1”; e gli irriducibili della gita fuoriporta: mare, montagna o piscina – è lo stesso.

La domenica è un po’ la metafora concentrata di come passeremmo la nostra vita se non dovessimo impegnare, nel migliore dei casi, circa 40 ore a settimana per guadagnare soldi da spendere – quando? – la domenica.

Tradizionalmente considerato il giorno degli affetti, è lo stesso in cui puoi per contrappasso avvertire maggiormente la solitudine.

Per me è sempre stato un giorno strambo e inquieto, in cui raramente avevo punti fermi, divisa tra parti diverse della mia famiglia e mai veramente a casa. Un giorno che passava in fretta, fatto di viaggi della speranza per trovare la nonna, di “Per un pugno di libri”, di aperitivi interrotti, di interminabili code e conseguenti riflessioni. Senza ripetersi in maniera uguale, bensì mischiandosi caoticamente.

Reduce da una domenica tutt’altro che da coma (non me ne voglia J.AX), ritengo di aver fatto pace con il settimo giorno della settimana. Da quando sono uscita dall’adolescenza, le mie domeniche sono contraddistinte solo dallo stesso atto pratico: fare un dolce. Ne ho bisogno, fisico. Non mi pesa. Nemmeno quando la sera prima ho flirtato un po’ troppo col nettare di Bacco, anche in tal caso, mi alzo e li faccio lo stesso. Non li faccio più per alcuni dei miei affetti, che ora non possono più aspettarli per osannarli o criticarli, li faccio a mero beneficio di alcuni intimi amici e del piacere demiurgico che ne traggo io dal veder nascere qualcosa dalla trasformazione di qualcos’altro.

Ogni giorno che passa sono sempre più grata alla mia “famiglia urbana”, quella che ti scegli giorno dopo giorno, sovrapponendo e via via scremando conoscenze nel corso degli anni. Perché, come bisogna imparare ad amare la malinconia della domenica, bisogna essere in grado di cogliere l’affetto nelle piccole cose, e poi provare a curarlo e rispettarlo. In alcuni casi bisogna essere in grado di smettere di cercarlo dove vorresti ci fosse. Ci saranno altri amici, conosceremo altre persone, persone che condivideranno i nostri valori, o anche solo le nostre passioni. E i dolci.

Oggi io dico: ciao, Domenica. Mi hai procurato nostalgia, senso di perdita, inadeguatezza rispetto alle famiglie tradizionali. Ora ti accetto per quello che sei. Un giorno che ci obbliga a mettere a nudo il fermo immagine della fase di vita in cui ci troviamo. E a dover dire: da lunedì inizio la dieta.