Eppur si muove

Iniziare un nuovo cammino ci spaventa, ma dopo ogni passo ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimaner fermi.

Roberto Benigni

Apple-Kiwi Plum Cake

Introducing Kiwela: la merenda di quando improvvisi. Tutto.

Sapete una cosa? Gli hobby passano di mano in mano. Si tramandano, come se ognuno di noi avesse il bisogno di processare perdite o lutti in maniere impensabili. Amanti abbandonati sublimano la perdita prendendo in prestito i rispettivi interessi mentre figli e nipoti, rimasti orfani da adulti, si cimentano in attività manuali che caratterizzavano il fu caro.

Ecco che ieri ho provato, con qualche tentennamento, a re-interpretare una cosa che mia nonna faceva con maestria, il plum-cake, imparato alla perfezione a furia di dover fare un dolce al giorno per mio nonno. Una volta divenuta troppo stanca (o furbescamente pigra) quel furetto di donna, si è seduta sugli allori della mia passione per l’improvvisazione culinaria, aspettandosi ogni domenica un dolce – possibilmente – diverso.

Quella donna smilza, tabagista e tagliente che ho imparato a chiamare nonna, tutto era tranne che il classico modello di amore uno si aspetterebbe.

I ricordi più vivi che ho di lei sono simil-traumi infantili. Riguardano il colore arancione, che una volta mi disse di non osare mettermi mai più perchè mi moriva addosso (ero troppo pallida) e da allora è diventato il colore complementare a quello che indosso sempre. Molti eventi importanti della mia vita sono stati decorati visivamente d’arancione e la gerbera arancione è il mio fiore preferito.

Ricordo quando a tre anni mi sorprese a cantare a tavola. Si arrabbiò, io smisi, poi ricominciai, mi riprese di nuovo e smisi nuovamente….poi non smisi più. Cantare è la cosa che faccio più spesso, a caso, per imbarazzo, per gioia, per noia. Per reazione nervosa. Per semplice apprendimento linguistico.

Ricordo anche quando mi feci 12 km a piedi così, giusto per non comprare il biglietto del bus, per andare a trovarla. Adoravo sentire gli strampalati racconti della sua giovinezza, per così dire, inconsueta. “Bevevo” tutto quel che c’era attorno a me: la sua voce roca, i personaggi strani, i bicchieri coi fiori azzurri e i litri di karkadè.

Di ogni libro leggessi e, credetemi, una volta leggevo davvero tanto, immaginavo persone e storie prendere vita in quella casa. Mai a casa mia. Sempre nei meandri dell’appartamento dei nonni, dove ero solita rintanarmi e aprire l’armadio a tre ante specchiate per vedere milioni di bimbe, tutte col broncio che voleva essere sensuale (sì, precorrevo i bimbiminkia) o con sorrisi a 32 denti che se la raccontavano.

In questo 2012, da gennaio a giugno, due mesi di compleanni per la mia famiglia, abbiamo dapprima scoperto un male, poi accompagnato per mano una donna, energetica e testarda come un mulo, verso un posto che le faceva paura. Una paura primordiale, fanciullesca, riflessa nei suoi occhi e nel suo lento, umiliante, consumarsi. Quando continuare a lottare era inutile, abbiamo avuto paura con lei. L’abbiamo salutata alla sua maniera. Una donna che ha rifiutato di sentirsi dire dove andare perfino da morta, preferendo ad una scelta ovvia una controcorrente.

La malattia sa essere una bella stronza, nel senso Masininiano del termine. Ti porta a odiare una persona cara, che non riconosci più, ma ti può regalare momenti intensi nella regressione infantile del malato. Con mia nonna questo non è accaduto, di certo non era tipa da affidarsi alle tue cure e non ammetteva di volerne. Se le passavi il bastone da passeggio, a momenti te lo tirava in testa se non facevi come diceva lei. Com’era sempre stato con lei, era impossibile vedere l’amore, dovevi cercarlo, intuirlo e fartelo bastare. Dalla durezza che le avevano imposto certe scelte di vita, vita che non le ha risparmiato insulti neanche in età avanzata, lei reagiva così: indurendosi. Scherzando, la chiamavo “Bocca di Rosa”.

Non ho ancora avuto il coraggio di cimentarmi con il mitico “Riso alla Feltrina”, celebre piatto che noi sorelle veneravamo. Curioso come ogni volta io provi a parlare con dei vicentini di questo piatto, pochissimi lo conoscano. Ho perfino avuto il sospetto che mia nonna se lo potesse essere inventato, vecchia canaglia. Invece esiste davvero, ed è una rarità.

Lo scorso fine settimana ho visto i primi alberi di Natale dei centri commerciali (lasciamo stare, va’) e realizzato che quest’anno per la prima volta non ci sarà lei mezza brilla a sparar sentenze su chiunque. E allora, con un mesto sorriso, del plum-cake me ne sono catafottuta. Ne ho fatto una versione mia, con metà farina di farro, mele, kiwi, un po’ di burro sciolto su cui dopo ho anche caramellato mandorle e pistacchi. Cantando. So di certo cosa avrebbe detto lei: “Fai sempre cose strane tu.”

Ciao, arrivederci, ciao.