In ombra

Questo post ha avuto una gravidanza travagliata. Dopo che tutte le mie energie sono state assorbite da me stessa, un pensiero torna lì. A quel momento di un anno fa in cui salutavamo una donna dallo spirito coriaceo e anticonvenzionale. Accoglievamo la quiete che segue la tempesta e raccoglievamo le forze, ognuno a suo modo.

Fatico ad essere banale nei momenti sdolcinati (o sdolcinata nei momenti banali) e questo perché ho trovato una correlazione tra chi è sdolcinato e chi non riesce ad entrare in contatto davvero con le proprie emozioni. Le mie sono ben nascoste, quasi sempre negate a parole, eppure tradite in pieno dalla mia poco allenata Poker Face.

Ci si lavora ed è, come dire, un work in progress.

Wine

The Heirloom

L’ho già detto da qualche parte, io ringrazio sempre ed è un aspetto di me che entra nella revisione del work in progress di cui sopra. Con lei non l’ho mai fatto, ne cercavo inutilmente l’approvazione e litigavo come una vipera. Eppure facevo chilometri a piedi solo per sedermi sulle sedie di paglia colorata e ascoltare rapita i suoi racconti. Credo di aver sviluppato con lei la mia capacità di ascoltare e la silenziosa soddisfazione quando a parlare non c’era più nessuno.

In molti dettagli tutto è ancora vivido, nel verso delle tortore, nel profumo di bucato, nel vino che ho deciso di esplorare molto da vicino, negli strambi modi di dire stranieri o dialettali. Nel karkadé che mi scopro a comprare in una torrefazione, nell’Earl Grey con cui infarciamo i dolci. Nelle cartoline, che non ho più mandato a nessuno.

Quest’anno l’avrei di certo stupita, e con questo immodesto pensiero mi ci cullo. Per lei eravamo quelle particolari, quelle che dovevano sperimentare sempre. Quelle poco assennate. Vero, ed era questo essere così diverse tra noi che ci portava a rapportarci.

Un anno fa si chiudeva un momento intenso, che non ci ha permesso di assaporare a pieno ciò che stava accadendo. La malattia è stata un turbine di adrenalina a rilascio costante, notti insonni che rincorrevano giorni frenetici. Nella vita di ognuno di noi prima o poi capita: momenti, che a volte possono durare anni, in cui i ritmi non sono dettati da te e vivi in funzione di altri.

Quando ti lascia qualcuno con cui hai avuto un rapporto intenso e conflittuale non può che essere altrimenti. Ma la vita non si ferma, mai. Ci sono i primi giorni di fervore, seguiti da quelli di inquieto silenzio. Poi tutto si muove di nuovo e quando qualcuno bussa alla tua porta, ti devi ritornare ad aprire, per forza. Anche quando frigni, piagni e ti lagni. Anche là c’è qualcuno che ti vuole bene e che c’è oggi e domani potrebbe non esserci più. In quel caso puoi decidere che farne di quella persona. Quando meno te l’aspetti, arriva qualcosa che ti sconvolge in maniera pesante. E la giostra riparte.

Quest’anno la giostra si è fermata spesso, in alto come succede alle ruote panoramiche dei film, con quel senso di vertigine e impotenza del non poter far nulla se non aspettare che qualcosa si rimetta in moto da sè. A fianco a me non c’era nessuno con cui dovessi avere chiarimenti o sordide scappatelle. Questi momenti mi son serviti per fare pulizia mentale e rendermi ricettiva: in particolare se c’è qualcosa che ho “bevuto” quest’anno è la luce che si accende negli occhi di chi fa le cose con passione! La stessa luce ha illuminato me, spingendomi pian piano a muovere i primi, stentati, passi verso quella che so essere la mia direzione.
Iniziare ad accettare la banalità dei sentimenti che ci rende tutti uguali è uno di questi passi.
1 a 0 per me nonna.

Una quattro stagioni, grazie.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Io toglierei “le mezze”. Non ci sono più stagioni. Punto. Io definisco tutto in base alle stagioni, per me la vita dovrebbe seguire il corso naturale del tempo atmosferico. Per questo gli orari lavorativi dovrebbero essere diversi a seconda delle regioni geografiche. Ne consegue che idealmente sarebbe lo stile di vita a doversi adattare all’alternanza dei cambiamenti climatici, non viceversa. Il giorno che mi ascolteranno avremo vacanze come quelle dei signori andalusi qui sulla sinistra.

Ho sempre sostenuto che tutte le stagioni – perlomeno nella loro forma stereotipica – hanno un loro fascino. L’inverno è una stagione adatta al raccoglimento, il momento ideale per essere concreti, per fare. La primavera è la stagione di quelle serate indescrivibili in cui l’ormone sprigiona dagli alberi in fiore, quella in cui gli amici allergici muoiono ma si ostinano comunque a uscire perché anche loro sono in overdose di voglia di vivere. L’estate è il periodo bipolare: dei bagordi, degli eccessi e della necessità di riposo, della vita di notte e delle tapparelle abbassate di giorno.

Apple and Caramelized Orange Pound Cake

Unseasonal: Apple and Caramelized Orange Spicy Pound Cake

Poi l’ultima, la mia preferita. Sono una persona autunnale. Amo il tepore crepuscolare, quello che inizia dagli ultimi strascichi d’estate, passa per il colore delle foglie e finisce con il fragore delle caldarroste. Ecco, a me piace quel calore delle giornate di estate indiana, le domeniche d’ottobre regalate, in cui ti stringi agli amici, agli scampoli di vita da gustare attraverso tinte più calde e tenui. Ritengo che l’autunno sia la metafora perfetta di ciò che è importante nella vita. Un’occasione per vivere con la saggezza dei vecchi anche quando sei giovane – e, cosa non di poco conto – senza i relativi acciacchi. Sai che sta iniziando tutto di nuovo, rifai bilanci, rifai propositi e via!

Quest’anno, inutile dirsi, il tempo atmosferico ha sconfinato dalle solite chiacchiere da ascensore, ha avuto una preponderanza assoluta nella testa della gente. Incombeva un grigiore, diffuso ovunque, che ha permeato questo debutto primaverile, a mo’ di ficcante colonna sonora dell’incertezza che stiamo vivendo. Come se la primavera dovesse simboleggiare il ritorno alla vita e alla speranza su più livelli, il sole era diventato una specie di divinità inafferrabile, un Godot che se non altro poteva contribuire a migliorare l’umore.

Anch’io non ne potevo più, eppure una parte di me era segretamente sollevata. Quando arriva la primavera non sono mai pronta, quasi che ogni anno mi cogliesse di sorpresa. Son sempre stata al contrario, d’inverno abbastanza sana e in primavera devastata pur non soffrendo di una sola allergia. Alla stregua di un’adolescente indispettita inizio a mangiare come non ci fosse un domani, ribellandomi alla prova costume. Stranamente, d’inverno dimagrisco. Un po’ come se mi adattassi all’esplosione della vita, godo come un maiale nell’attaccarmici fino all’ultimo piacere che ha da offrirmi.

Il proposito per quest’anno è quello di approfittare dei mesi caldi in maniera diversa. Primavera, o forse dovrei dire estate a questo punto, è sinonimo di risveglio, di spontaneità, di meno riflessione e più azione. Altro che aprile dolce dormire, quest’anno voglio agire.

Come diceva Totti: life is now. Cercherò di ripetermelo più spesso. Anche con l’accento burino.

Happy-Go-Lucky

Happiness is real only when it is shared.

Ta-da-da. I am going to start off once again with a quote, taking a leaf out of the person I once was’ book.

Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

Pacman: Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

The quote comes from Into the Wild, a movie I saw once and never even attempted to rewatch again. A peculiarity that is indeed very unsual for me since I’m used to watch movies and read books over and over again. It’s not that I didn’t like it, on the contraty I digged it. I loved it so much and at the same time I was – how can I put it? – affected.

Into the Wild is a tale of the rejection for a normal life, recounted through a personal journey to find a truer meaning to his life. Possibly due to just how much I could relate to Emile Hirsch character, Christopher McCandless, soon to become Alexander Supertramp. Back at the time when the movie hit theaters, I was getting ready for one of my most intense experiences. Sure, I was not going to burn 25 grands and cut off all relations, but trying to live alone on the other side of the world felt like an adventure to me.

Attributed to Supertramp, the quote is the climax of the movie and self-discovery journey itself. Right before passing away, when he realizes there is quite literally no turning back and he feels more desperate than he would ever have imagined, he has an epiphany. He thought he would find a deeper meaning to it all, by refusing to take part in a society he judged corrupted and hypocritical, only to discover that real happiness comes from functional, heart-warming connections. Exactly what he had shunned.

I envisioned what would happen after my return. I could almost anticipate that I would come back after a similar discovery, except for the fact that I would be a) hopefully not dead due to a toxic wild potato poisoning b) going back to an ordinary life with obvious needs for readjustement.

What happened instead is that I went back home with a heart filled with memories I could never have imagined and a fridge magnet reading out:

True happiness lies within you.

The magnet is now hidden on the bottom of a metallic shelf, whereas the first quote still pops up triumphantly in any profile of my online being.

As it turns out, real life is all about compromising. Duh. I know, it’s not so much as a breakthrough piece of information. Still, I am pretty sure I am not the only one who finds it hard to balance relationships. So you have to work your way into adapting yourself.

I have been struggling all these years to find a resolution between the two opposite takes. Truth be told, I still have no clue. My deepest nature, my core, is much more inclined towards the first quote yet there are times when I really cannot include other people whom I love in my own picture of “looking for happiness”. Very often I am tempted to go Alexander Supertramp again and restart it all over. The real challenge behind all this is that you have to let them know you care about them, hoping they’ll understand your burn out, or just your needs.

One day I’ll find the winning streak and balance or I’ll die trying. Hopefully not after a wild potato intoxication. In the meantime I’ll use potatoes to find balance in a sweet recipe. Enjoy!

Con spirito!

Whisky Sour Cupcake

Bisttersweet fascination: Whisky Sour Cupcakes with Chocolate Chips

L’anno è iniziato così: alla ricerca dello spirito. Se, come la sottoscritta, rientrate nelle folte schiere dei grandi fan di Crozza e delle sue imitazioni, lo spirito è da leggersi con quell’intonazione. Quella della voce stridula di Montezemolo.

Il 2013 sarà anzitutto un anno spiritoso. Ho deciso di tramutare anni di ammiccamenti con il nettare di Bacco in qualcosa di più strutturato iscrivendomi ad un corso di sommelier. Con qualche digressione al luppolo.

Poi c’è lo spirito propriamente detto, quello che invidio a certe persone che non si abbattono mai. Quando vedo qualcuno che non si abbatte di fronte a torti subiti o sfighe generalizzate, beh, ammetto che ci sono momenti in cui la megera che a volte abita la mia testa (alcuni hanno l’omino del cervello, la mia è una megera) per un momento vacilla e mi sussurra all’orecchio: “Ma ci sono o ci fanno?”. Con vago accento burino e palese perplessità.

Per mia fortuna conosco uno sparuto, quanto significativo, numero di persone che sono leggere non in quanto vuote, ma perché sanno riconoscere la pesantezza, ed esserne per questo immuni.

Ho sempre aspirato a diventare come loro, ben sapendo che una parte di me rimane troppo impaurita per esserlo fino in fondo. La compagnia di questo tipo di persone mi ha dato talmente tanto, ispirandomi, da rappresentare un modello anche in periodi in cui ero la brutta copia di me stessa.

Il mio spirito si riferisce all’alcol e alla forza d’animo, ma non solo. Spirito evoca il termine spiritualità. Come già detto in precedenza, non faccio riferimento ad una specifica fede, anche se l’immaginario, il linguaggio, la simbologia afferiscono alla mia religione acquisita: il mondo cattolico romano. Ora più che mai ho bisogno di spirito e di connettermi con quello degli altri. Quando non lo percepisco nell’altro, fatico ad entrarci in contatto. Eppure la ricerca continua.

Infatti quest’anno voglio imparare a mettere “sotto spirito” la mia mente. E qui congiungo la metafora dell’alcol con la spiritualità. Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di interrogarmi su quanto – esattamente – l’essere umano sia diventato prigioniero della propria mente. Mi piacerebbe sapere quando, da esseri più o meno concentrati verso il progredire, la sicurezza personale e dei cari e lo star bene, siamo diventati preda dei nostri stessi demoni, scollegati dalle nostre sensazioni e rivolti all’autosabotaggio. La mia personale risposta è da sempre, perlomeno da quando c’è troppo tempo e troppe professioni intellettuali. Anche se sposo la teoria di Jovanotti, i demoni interiori saltano fuori al momento giusto, sarebbe meglio che li riconoscessimo giorno per giorno senza che gli stessi finiscano per esplodere come in una pentola a pressione. Quindi nel 2013 io imparerò (basta verbi fraseologici, meglio un sano, indicativo, futuro) a mettere a riposo, in oblio consapevole, la mia mente.

Sì ecco, il tutto riassunto in sei parole: meno seghe mentali e più vino.

Stay hungry. Stray, foolish!

Space cleaning.

People evaluating.

Relationships weighing.

Self rethinking.

Life adapting.

Inside and out.

New Year did not start with typical resolutions. I was way too overwhelmed with end-of-December thoughts, or festive nostalgia as I like to call it, to have a clear, focused mind. So I want to share a few of the things that I found out about myself while I was unwillingly making a point of my life.

I have always thought I was able to forgive. At least that’s what I came to believe about myself. I realized that I always wanted to forgive because I tended to see the other person under a better, flattering, light. Even when I felt I had been treated badly, I gave second and third chances. I love harmony, as a concept. And I can’t stand people who stir up conflict on purpose, or who like to mull over negative thoughts or, last but not least, people who cannot get over other’s faults.

Yet I have to admit it. Sometimes there’s no actual forgiveness, sometimes you have to forgive yourself for not being able to forgive. In the end the only person you need to forgive is yourself. That’s right. You have to forgive yourself for allowing other people to treat you badly, to take advantage of you and so on. You have to do it in order to go on with your life because otherwise you’ll just keep making the same mistake again, because what you fear the most is that you’ll end up reliving history.

This is not an apology for people who seek revenge. I am just saying that sometimes, before being blindly good with other people who messed up with us, we have to evaluate if they were just that. Assholes. We all get cheated on, we get deceived. We trust and then we found out we were misled. Whatever. That’s why the minute we forgive ourselves for being fooled, which by all means is the hardest part, we’re good.

madeleines au citron vert

French Breakfast: madeleines au citron vert

Yesterday I realized the very same thing with madeleines. It was the first time I had tried to make those famous spongy French minicakes. Well, they developed a bump and I thought I had screwed the first attempt. Well’ I’m kind of new to this game so here it goes. That’s why I turned them on the “right side” to capture a picture. Only to find out that what I thought was a glitch, the bump, is actually one of the features that qualify a properly baked madeleine. Lesson learned.

Just like that, I am wearing my inability to wish the whole world well up my sleeve, proudly admitting it to anyone I want to listen. Off you go, foolish people. Like I read in a tweet a couple of weeks ago: we are not friends, not enemies, just strangers with a mountain of memories. This is what future relationships are going to be.

More breakfast, no more fast breaks

Mince Pies

Late Xmas Treat: Mince Pies

Having breakfast with something I created is one lovely treat that keeps telling me I’m doing the right thing. Following the correct path. I’m not just jumping on the foodie bloggers bandwagon. If I were, I would definitely force myself to post recipes way more often. I am doing what I take pleasure in. It is this certainty that makes me get my butt of the couch when I get home after work (and after working out!) to make cakes and cookies.

My family, generations of sweet-toothed individuals, almost stopped buying sweets and cookies. We live off the ones we bake. I couldn’t be prouder of myself.

These days my mind goes back to the frenzied, packed December and the end-of-the-world madness. I kept toying with the idea that I spent my life making the most out of my time, without rushing, and that, had the world actually ended, I was satisfied with the experiences I had lived so far. And then I thought: “Where would I want to be now?”. What would you have done? Who would you’ve run to? Cell phones out of the way and everything.

I answered, picturing myself. If the world had ended, I would have died having breakfast. That’s right. Breakfast is my happiness ritual.

Quite predictably, I did not actually spend December 21st having breakfast. I celebrated the event having some friends over gather over a bottle (read: a bit more) of their favorite drink and some awkward questions.

That night I did not relax until it was time to go to bed, no wonder it took me a while to cool off. And then something happened. As 2012 was quickly and confusedly coming to an end, I couldn’t help to feel relieved and yet, something was not quite right. I kept feeling like I spent the remainings of last year running against time and without being fully concentrated, rather just going by.

Usually, I want to make the most out of my time, even if it implies laying on the couch just reading a book or having a pleasant, flowing, conversation. I want to feel I am doing what I want to do. I know it’s unrealistic to have such an expectation. At times like these, time is gold. We get paid for the time we spend at the office. Well, in most companies. If we work freelance, we mostly get paid on an hourly basis. Hence, time is luxury.

That’s why I love breakfast and I have always thought that who doesn’t agree with me on that is not familiar with earthly pleasures. Of course, when I was in high school I had no time to spare in the early morning rush, when I woke up in the mornings it was always too late not to feel nautios at the mere idea of ingesting anything.

Now I simply have to get up in the morning and eat, it’s not just that it’s the first thing I need to do because my body tells me so. It is the remarkable sign of the fact that I have time and I want to spend it taking care of myself. I’ll have time to catch those last five minutes’ sleep. When I’ll be six feet under.

What is not coming along in my journey through 2013 is the sensation to be wasting time. Time flies even when you’re not having that much fun. Time flies, or should I say, passes you by, when you are not focused on where you want to get in life. This is the proper age to figure all this stuff out, society has taught us. As Muse would have it “Time is running out”. Whether it’s time left for enjoying the previously mentioned earthly pleasures, or just time left for accomplishing whatever we want to be.

This is the only lesson I am ever going to learn about the Maya-media-hype and collective mania and from two or three losses of the past year. “The problem is, we think we have time” goes the saying.

It sure is one thing I have not yet mastered, but hope to improve day by day. I am letting people I invested my time on go. And, finally, without feeling like I regret a single moment.

Acceptance, this is what they call it. Time to move on.

Plan-A B-Plan

On failing, and getting up again. And again.

Last night I thought I would be doing something, proudly announced it to everyone who would listen and then horribly realized it did not turn out as I had hoped it would.

I once heard the – slightly edited – famous quote:

When life gives you lemons you have two choices. You can either make a sour face, or make lemonade.

I chose the second one, adopted it, made it mine, preached it and lived it. So far. I have always been annoyed by and with people who complain about their condition without raising a finger to change the situation. I also happen to hate people who complain, full stop. Funny thing is, I’ve also come to believe in years that the first bad habits you notice in other people – those you absolutely cannot stand – are the same you deep down perfectly know you share.

In my case, the very ones you fear you’ll end up showing yourself someday.

Despite all the Karmic Mantra I keep repeating myself, I am finding it pretty hard not to let myself feel discomforted by the emotional whirlwind this year has been. Finally, it’s taken its tow. Hence last week’s MIA attitude. I gave in to a press blackout, which took in personal communication and this virtual space. I deserted everything and everyone.

I know I tend to procrastinate. I have always reduced myself to working hard to meet deadlines under pressure. I have never been able to plan anything.

Like they say in that famous scene from “He’s just not that into you“, I simply love the thrill. Despite the fact that I reject drama in human interactions, I enjoy the sensation down my spine that running against time (and your own laziness) gives you.

Royal Sponge Cake

Pine Nuts, Honey and Ricotta Sponge

Right now, I’m exhausted, or maybe just growing up, and so I planned in advance and beat New Year’s rush for life-improvement plans and the likes. I already made my resolutions and making bitter remarks about my current condition did not make the list.

I have inherited (and I won’t go into who taught it to me and how long it took me to admit it and start getting rid of it) a set of beliefs and ways of reacting to incidents in life.

There’s always a diversion in the path we design for ourselves. Yet it’s not easy to fall back, if you have no fallback option. I have tried to provide an emotional fallback for friends and lovers, family and acquaintances and now realize that I feel I have no fallback option. And right when I was in my darkest hour, it struck me.

Plan B on its way. If it’s as any good as the experimental patchwork on the left, I’m halfway there.

Chakra Chan

Nessun essere umano può sopportare in eterno l’esperienza stordente della propria impotenza.

Rollo May

Manipura.

Non è una nuova inchiesta della magistratura italiana. Nemmeno l’ultima crema per le mani con ingredienti bio. Manipura è il nome…rullo di tamburi….del Terzo Chakra.

Ricadendo perfettamente nello stereotipo di persona alla ricerca di se stessa, nel bel mezzo della seconda adolescenza che colpisce quelli della mia età, mi sono buttata su una miriade di attività che prima non volevo/avevo il tempo di affrontare. Da qui le mie attuali passioni per due antipodi da palestra di tendenza: Zumba e Yoga. Bipolari, ma funzionali a darmi entrambi il sorriso. Ieri ho fatto delle corse, allucinanti, per saltare dalla prima al secondo. Sentivo di doverci andare, anche se era solo un recupero, che cercavo di incastrare tra mille cose.

Con una deviazione rispetto al percorso iniziato nella mia prima lezione, circa tre settimane fa, ieri mi introdussero al concetto del terzo chakra e come lavorarci. Senza aver mai sentito parlare di chakra in vita mia. Per chi è poco esperto, come la sottoscritta, dei sette chakra, fatevi un bagno Zen. Qui segue solo un estratto di quello che rappresenta il terzo:

“In questo chakra brilla il sole del potere personale. Una delle funzioni di Manipura è il mantenimento del fuoco che produce il calore umano. Quando questo fuoco è vivo e forte sono garantite queste qualità: autostima, allegria, autonomia, autodisciplina. Coraggio nell’affrontare i rischi. Forza di volontà. Desiderio di trasformazione e miglioramento.”

Fuffa new-age? Forse. Ma, come dissi nel post precedente, ognuno sceglie in cosa credere e se il qualcosa in oggetto lo fa stare bene e non rompe a nessuno, ben venga.

Ho sempre pensato di avere troppo senso del ridicolo per salire su un palco. Ultimamente mi sto lanciando, smettendo del tutto le ultime vestigia dell’adolescente vergognina. In interviste a caso e in rappresentazione figurative di guerrieri su tappetini Yoga ormai affumicati d’incenso.

Mentre visualizzavo quel guerriero, cercavo di non ridere mentalmente. Ammetto che il primo impulso sarebbe stato quello, soprattutto dopo essere rovinata a terra causa equilibrio precario. Poi invece mi sono calata nella parte, realizzando che ho passato buona parte della mia vita recente bloccata. Bloccata dal timore delle conseguenze delle mie azioni, dal far male o dal ferire qualcuno. I blocchi sono comodi. Ti rifugi in una specie di no harm zone. Ho sempre creduto che il dolore altrui fosse una scelta evitabile, sempre e comunque. E ho agito di conseguenza, nei rapporti personali e professionali.

Orange Cake

AsprAmante: heart-shaped Orange Cake with Orange Icing

Ebbene, fate e folletti mi hanno abbandonato da un bel po’ e il magico mondo dei puffi in cui la precedente affermazione è valida e possibile, beh, non l’ho ancora scoperto. Invece è tutto una dinamica a due o più e qualcuno prima o poi verrà necessariamente ferito come conseguenza delle tue azioni. L’ho visto e perdonato negli altri, quindi nella teoria. Non l’ho mai applicato nella pratica, con me stessa. Ho ferito involontariamente un milione di volte, ma sempre per la paura di non gestire correttamente o razionalmente le situazioni. Ma se sono abituata a vedere le persone sparire, tanto da considerarle quasi di passaggio nella mia vita, perché ancora non mi libero di certi schemi e non la faccio finita con ‘sti blocchi? Che tu compia o non compia un’azione, qualcuno starà male lo stesso. Quindi coi miei tempi, sto iniziando ad autoinsegnarmi ad essere più impulsiva.

Eccolo qui, il mio guerriero simbolico, mentre domenica scorsa affonda con piacere il coltello nel meravigliosamente asprigno dolce all’arancia che avevo creato.

La verità è che ci sono tante, troppe, cose aspre nella vita da mandar giù, che se a volte non apri la bocca, foss’altro che per farle prendere aria, te le becchi tutte tu.

Beato il beota

Altresì noto come un beato cammino. Che tutto è, tranne quello di Santiago o altri cattolicamente connotati.

Sono sicuro che hai migliaia di cose pratiche di cui occuparti. Probabilmente le tue giornate sono ancora piene come negli ultimi mesi. Ma spero che troverai il tempo per fare quello che considero essenziale per il tuo benessere: vagabondare senza meta e meravigliarti. Anzi, direi che vagabondare e meravigliarsi dovrebbe essere il tuo motto. Anche se solo per qualche momento rubato tra un impegno serio e l’altro, concediti un’avventura nell’ignoto e la meraviglia davanti a tutte le cose curiose che incontrerai. Cerca di essere pronto a cogliere tutte le stranezze che stimolano la tua fantasia, i piaceri esotici che stuzzicano il tuo desiderio di novità e il fertile caos che ti fa uscire di testa nel modo più giusto.

Citazione tratta dal mio appuntamento settimanale con la Bibbia degli oroscopi indie, Rob dell’Internazionale. Molti lo conoscono, lo attendono pazienti ogni giovedì e lo amano. Perché? Perché fa esattamente ciò che un oroscopo dovrebbe fare: non dire una beneamata fava di niente, o perlomeno nulla di risolutivo, ma con classe e citazioni astruse. Chapeau.

Un incrocio fra un motivational d’ispirazione moderna e una Sibilla, in pratica.

Riserverò quel che penso sull’astrologia ad un altro post, onde evitare di dilungarmi più del dovuto. Per ora prendo spunto dal contenuto dell’oroscopo che, caso vuole, fotografa l’istantanea della mia vita qui e ora. Giusto lo scorso fine settimana ne ho approfittato per ben tre volte per andare a piedi ovunque dovessi andare, centro città incluso, per lasciarmi stimolare dall’ambiente.

Io cammino, ovunque. Non corro, non ho mete da raggiungere, pazienza o dedizione. Non fa parte di me, anche se ammiro chi si autodisciplina tanto dal farlo. Mi sono riproposta di darmi più obiettivi e provare a correre, ma non sarà mai il mio elemento. Il mio è la camminata. In altre epoche avrei impersonato perfettamente un dandy, passeggiando ore per il parco, conversando. Quindi quando ne ho l’occasione, quando godo del lusso di gestire il mio tempo, lo faccio. E mi guardo intorno, beota.

Adoro questa parola: “beota”. Oltre al mio consueto amore per le parole desuete e assurde, mentre la pronunciavo mentalmente, l’ho scomposta. Beota è formato per tre quinti della parola “beo”. “Io mi beo di qualcosa” descrive esattamente ciò che accade ogni volta che cammino senza avere fretta. Se ci pensate, “beota” è pure l’anagramma di “beato”, come giusto ora realizzai. Last but not least, in veneto, qualcosa xe beo (per dire che è bello). Rifletto e scompongo tutta la realtà, esattamente come faccio con le parole, ed è per quello che adoro camminare.

Anzi, io adoro proprio vagabondare, mi piace perdermi, anche se il percorso è sempre quello, eppure ogni volta c’è qualcosa di nuovo. Un sorriso diverso, una coppia che si bacia, due amici che si incontrano (sottofondo musica di Natale) oppure mi lascio trafiggere dalle scenate casuali, anche squallide. Quando abitavo a Chicago affrontavo il windchill e ho rovinato un maledetto paio di stivali col tacco, pur di fare un’ora e mezza a piedi per andare a lavoro in centro. Un po’ complice il fatto che lo stile di vita americano mi stava facendo diventare una gran bella pagnotta, me ne giravo ovunque, assaporando quello che vedevo. Ripeto, il lusso del tempo. A casa, lo stesso. Parafrasando un mio mito cinematografico, ovunque vada, io ci arrivo camminando. Colonna sonora di Forrest Gump e stessa espressione sveglia.

Cookies

Milk Chocolate and Whatever Nuts Cookies

Ed eccoci arrivati a come ciccia la cucina in tutto ciò: il dolce di questa settimana rispecchia la bellezza delle scoperte e degli incidenti di percorso. Partita in pompa magna, avendo pure preannunciato al circondario l’arrivo dei cookies al cioccolato bianco e pistacchi, a metà impasto mi ritrovo con del cioccolato al latte. Memo per le prossime volte: mai comprare cioccolato la cui confezione non richiami esattamente il colore del contenuto stesso. Se sei beota, tendi a non leggere necessariamente tutto. O se cammini, a furia di guardarti meravigliato attorno, pesti una merda. Poco importa, grazie alla macchina oliata e tra le risate mie e del mio sous chef di fiducia, abbiamo rivisto la ricetta, scoprendo abbinamenti con frutta secca a caso dalla ormai fornitissima dispensa.

Il segreto della felicità è avere gli occhi di un bambino, per stupirsi ogni giorno della bellezza che ci circonda.

Wake up call

Coffee Cake

Extreme Wake up Call: Coffee Cake with Extra Buttery Coffee Icing

Time for brooding’s up – definitely too late. I’ve indulged, waiting. After all, that’s what they call it, right? Post-Traumatic Stress DisorderPTSD. Far from even joking with something so serious, what I’m going through is more like Post-traumatic Steady Depression.

A state of mind which takes over your entire body, having you feel chained to bed and whimsical, like all you can actually muster to do is watch a movie curled up in bed and sniffing through soaked napkins. What a sight.

I have always been harsh on people who gave in to suffering. Regardless if they were friends. Since I have always needed to play the though one, for my sister, for my mum, for whoever (the very few people indeed I let in my life) I almost patronized those who – in my opinion – conjured drama out of thin air. I realize now that this has come a long way in making me feel I always owe people something. I over-do. That’s it, I try too hard. Not to impress anybody (well, not always) but because I set way too high standards on myself.

Then it happened, realization was just one phone call away (by the way, call was on me, so yes he was that stingy). When I was the one who was being left behind, by the person I was indeed trying to help, my ex-boyfriend, something clicked. I reacted the only way I know, by telling myself I am way too mature and there are worse scenarios in the world than being dumped and with no career opportunities. I went out, I tried playing cool. But I knew all along that this time I didn’t want it to work out that way. I think this is the payback for all those years when I thought I was practicing for becoming the superwoman I am very far from resembling as of now.

Ok, self-indulgence/pity time is over. People who were significant in my life passed away earlier this year and I have no intention whatsoever to waste time anymore. I intend to put all my efforts into turning down “moments” into something gracious and powerful, a little, everyday memo of what’s important in life. Let myself be hit by nostalgia, savour it, and then smile at the mirror and think: “You’re ok, and it’s gonna be ok.”

It is indeed ok, I’ll stop trying to pretend I’m not judgmental while inside I’m feeling deeply smug about my condition. There is no smugness here. We are all human beings. We all get good and evil, bravery and cowardice. I know there are good-natured people out there, people that will help me feel at home while I’m lost, I just can feel it. Well, it’s not so much as a feeling, more like a wish. A wish I hang on to as if I were a child waiting for the first snow.

And while I hang on, I decided it’s time to stop waiting. While I keep busy, I am secretly always waiting for something to happen, as if suddendly, out of the blue, the universe would finally realize the awesome person I am and decide I deserve to find the perfect job, allow me to solve my family issues and consequently find a man that is not: narcissistic/maniac/alcoholic/childish and so on, whom I really like and can connect to. As if.

Time’s up. In a bit more than two months I’m turning 27. Better get going girl. I’ll start with a piece of cake.