Questione di Genesis

In preparazione all’incontro che avrò tra poco, sapendo di attirare a me l’ira delle mie amiche, quoto il bell’articolo di un’altra cara amica. Parlare di violenza sulle donne è quasi inutile dato che “fino a quando comportamenti discriminatori, pregiudizi, battute sessiste e offese offriranno una solida e invisibile struttura a un rapporto squilibrato tra i sessi, continueremo ad accorgerci solo della punta dell’iceberg e non del mare che la sostiene“.

Marc Jacobs Philosophy

Marc Rules

Mi sono espressa più volte sulla ridicolaggine delle giornate mondiali. Ora scendo dalla cattedra. Ok, c’è una giornata mondiale perché c’è gente a cui è necessario ricordare dei temi importanti. Certo, averne una del “gatto” e una della “violenza sulle donne” fa un po’ ridere. Ma andiamo avanti.

Allarme banalità. Il femminicidio è notiziabile, per questo se ne parla anche dal parrucchiere, ma dovrebbe esserlo di più il fatto che esiste una parola coniata apposta per definire un omicidio compiuto ai danni di un genere che è più di metà della popolazione mondiale. Ma cosa è davvero la “violenza sulle donne”?

Violenza è un amico che fa il bullo, umiliando un’amica per far ridere gli altri. Lo è anche rispondere ad una donna che solleva un problema con lo stesso approccio: “avrà le sue cose”. Sono violenze in quanto invisibili, ma estremamente efficaci perché non percepite come tali. Esistono i corrispettivi anche al femminile, ma dato che non esiste una giornata contro la violenza sugli uomini, forse non sono così notiziabili. O frequenti.

La verità è che l’unica vera violenza è quella fatta dalle donne verso loro stesse quando accettano e considerano normali queste situazioni, che sono cavolate, che “perché non ci ridi sopra?” e lasciano andare. Ci vuole: tanto amore, o un padre che ti ascolta, o una buona capacità di dialogo o un’ottima consapevolezza di stesse. Sì, insomma, robe da niente. In alternativa ci vogliono un po’ di anni di esperienza o un grande lavoro su se stesse. Soprattutto ci vuole voglia di essere rompipalle.

Il femminismo andava di moda negli anni 70, quando era accettabile avere degli “ismi”. All’era dei Genesis. Un uomo che si rapportava con una donna dell’epoca sapeva che per portarsela a letto e farla star buona doveva sentire questi discorsi. Alla fine magari qualcuno l’ha fatto suo a furia di sentirlo. Poi sono venuti gli anni 80 e la donna è tornata più mansueta e sexy, tipo la gattina di Cosmopolitan.

Oggi una donna si scusa con un uomo quando ha un’uscita femminista. Sa di non essere sexy quando lo fa, e cerca subito di correggere il colpo facendo la simpatica, flirtando o sminuendo quello che ha detto. Sa che se va avanti con le proprie idee, anche se la discussione finirà con la sensazione che lei abbia lasciato un messaggio, il pensiero latente sarà: “chissà che qualcuno se la trombi”.

Le donne sanno che fare così le protegge dall’essere viste come virago “antisesso”. E’ normale, tutti vogliamo riprodurci e fare – spesso e volentieri – quello che serve per garantire la prosecuzione della specie. Quindi serviamo gli uni alle altre.

Eppure questa “specie” avrà sempre più problemi. Abbiamo ormoni in conflitto, biologie che cozzano e modalità di conforto differenti. Così, tra le altre. Ma, diamine, hanno fatto i soldi con “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”. Possibile che non si faccia un passo oltre “io le donne proprio non le capisco” o “gli uomini sono tutti stronzi”?

E’ difficile, è un lavoro. Lo facciamo solo quando vogliamo portare a letto qualcuno o per evitare delle rotture di palle. Ma, SVEGLIA, è l’unico lavoro il cui continuo perfezionamento garantirà l’evoluzione della specie. E, forse forse, alla lunga toglierà frustrazioni, incomprensioni, risulterà in una diminuzione dei femminicidi e infine renderà discutibile l’esistenza di una giornata contro la violenza sulle donne.

Scusa Studio Aperto, scusa Gente. Meno lavoro per te, ma più soddisfazione generale nei rapporti. Uomo-Donna. Genere-Umano.

[UPDATE] la stessa amica di cui sopra ha scritto un altro bell’articolo sull’altra risposta universale ai problemi delle donne. Suonare il piffero magico. E anche lì, la risposta alla risposta è geniale.

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In eXtasy

Ormai è un po’ che mi ronzano attorno segnali che sono riuscita a mettere assieme solo quand’è arrivato il lampo di genio spumeggiante. Nonostante l’arrivo (?) della primavera, da sempre sinonimo di passioni che sbocciano, oggi si parla degli amori passati. Le due lettere più temute in campo sentimentale: gli/le ex.

orange poppy muffins

Orange-me-Poppy: never know what’s behind the crust

XX: Donneeeee, è arrivato l’arrotino! L’ex del vostro lui è esattamente quello. Colei che vi aiuta ad affilare i coltelli.

In alcuni casi infatti c’è la EX, una figura mitologica che se la batte con la suocera, ma spesso più simpatica. E’ quella che ha preso una pianta e l’ha innaffiata, potando alcuni rami qua e là e che ora non ti presenta un conto salato. Mi rivolgo a tutte le donne che potrebbero leggere, siate quel giardiniere onesto. Fuori di metafora, combattete alcune battaglie fondamentali. Se non lo fate per la vostra relazione, beh, fatelo per quelle a venire. Male che vada vi ricorderanno come una che voleva essere trattata in un certo modo. Donne, siate una di quelle ex che, una volta sfortunatamente divenuta tale, sarà rispettata da chi verrà dopo di voi.

Poi ci sono Coloro-che-non-devono-essere-nominate. Quelle la cui manifestazione eterea è ovunque, pur non essendo mai esplicitata a parole, da essere alla stregua dell’anello de “Il Signore degli Anelli”. Nell’aria, nell’acqua, perfino nel nome dei biscotti che compra il vostro ragazzo. Quelle la cui assenza è talmente invadente da diventare ingombrante. In quei casi, sappiate che l’ex in realtà siete voi. Brutto scoprire che il vostro ragazzo ha una relazione, fantasma o meno, ma meglio saperlo prima.

Infine le ex-non ex: quelle che tornano alla carica ad ogni occasione pensando “o mio Dio mi sono pentita del fatto che ti ho lasciato, all’epoca ero così confusa, complice che il tipo con cui m’intendevo non mi capiva come te”. Non giudico nessuno, so che non è facile provare qualcosa per una sola persona. Ma se avete spezzato il cuore di qualcuno, pensateci molto, molto bene prima di tornare indietro.

XY: Uomini, drizzate le orecchie! Gli ex sono i modelli che dovrete capire. Gli archetipi, un po’ come i padri (fondatori) nella vita sentimentale della signora a cui vi approcciate. Come nel vostro caso, l’imprinting che han dato può aver lasciato un segno, anche se non lo ammettono, abbastanza indelebile.

Sono arrivata alla conclusione che lo schema che una donna con un passato sentimentale applica quando si ributta nella mischia è piuttosto semplice. Come per l’abbinamento cibo-vino si seguono due principi antitetici: concordanza o contrapposizione. Capite perché una donna si è avvicinata a voi, se sta inconsciamente cercando una replica o qualcuno di completamente diverso.

Tanto quanto ci sono signorine che si comportano in maniera ingannevole, così ci sono i corrispettivi maschili. Di qui esistono molte donne che demonizzano gli ex, pensando di essere cadute vittima di un serial lover. Dove stia la verità ve ne renderete conto col tempo. L’importante è che se vi interessa avere un futuro (o anche solo tre uscite) con loro tenete presente che dovrete scalfire una serie di timori.

Dall’altra parte ci sono donne che mantengono con l’ex un bellissimo rapporto. Di quelli che puoi avere solo con un vecchio amore, che non è pura amicizia, che si basa su una complicità messa a tacere solo nel post-rottura ma talmente profonda da essere inestinguibile. Se riuscite ad accettarlo – e io dò una gran pacca sulla spalla – siete a metà strada. Occhi aperti, ma abbiate fiducia. Ricostruire un rapporto è indice di grande maturità, non sempre di indecisione.

A metà sta chi riesce ad essere indifferente verso gli ex. Chi non augura loro una morte per autocombustione spontanea, ma nemmeno c’andrebbe a far shopping. Se siete il nuovo, meglio per voi! Se siete il vecchio, anche!

Non classificati si posizionano uomini e donne che non hanno amanti precedenti, che stanno con la stessa persona da quando mangiavano merendine. Quanta, tanta, sincera stima. Voi che anno dopo anno riuscite a non far diventare una persona un ricordo, voi avete un gran dono (e un gran culo).

Non importa il genere a cui appartenete. Quando state con qualcuno, tenete sempre a mente le buone regole di quando si entra in bagno. Lavatevi sempre le mani prima e dopo e lasciate pulito per chi arriva dopo di voi.

L’amore in festa

Potevo esimermi dallo scrivere sulla Festa dell’Amore? In fondo è quello che ha permeato i post finora e non potevo perdere una così ghiotta occasione.

Maple and Oat Cookie

Simply Plain: Oat and Maple Eye Cookie

Iniziamo da un fatto: io non odio San Valentino. Certo, anche a me piace fare la finta intellettuale/contro-il-sistema/hipster di tanto in tanto. Per certi versi lo sono, o perlomeno lo è quello che riflette la mia immagine all’esterno. Mi spiego: prendete un uovo. Mi rendo conto che si liquiderebbe come, stringi stringi, un cibo ovale. Io partirei per la tangente, iniziando con la scomposizione, il chiaro simbolismo, il riferimento femmineo e bla bla…quindi sì, sono semplicemente complessa. Eppure dalla complessità nasce una semplicità consapevole. In passato mi è stato dato della snob e della pretenziosa, eppure il mio nocciolo è molto meno arzigogolato di quello che appare dalla buccia. Per me San Valentino è esattamente quello che è, un’altra occasione per festeggiare. Per ringraziare, per donare e/o per ricevere, per sentirsi speciali. Nella scala di grigi della quotidianità non è davvero facile ricordarselo. A maggior ragione quando non sei in coppia. Fatico invece a individuare qualcosa di bello da festeggiare in San Faustino. Essere single non è una condizione nefasta o per la quale si rende necessario invocare rivalsa andando a lustrarsi gli occhi su corpi nudi oliati; è una condizione abbastanza naturale tra una storia e l’altra. O perlomeno tale dovrebbe essere. Proclamatela “Festa dell’Autostima” e ve la promuoverò.

Che si sia disillusi o con gli occhi a cuore, che c’è di male invece ad avere un giorno che celebra l’ammmmmore pur con gli ovvi e inevitabili risvolti consumistici? Nemmeno fosse una giornata che inneggia ai genocidi o alle catastrofi naturali. Trovo che coloro che affermano “Io faccio i regali quando me la sento, non in queste occasioni ridicole”, siano in molti casi quelli che si nascondono dietro ad un essere controcorrente che risulta forzato. Per di più molto comodo.

Ne conosco di persone che fanno regali random, rendendo speciali momenti ordinari. Eppure non sono le stesse che mi vengono in mente in questi momenti e di certo non sono le prime ad affrettarsi a bollare come commerciale il primo Bacio Perugina che vedono a fine gennaio.

Se vissuto come celebrazione di un sentimento, è esattamente come i corrispettivi religiosi: il Natale o anche la sorella bistrattata, la Pasqua. Tornando all’uovo, voi conoscete qualcuno che ne fa questioni di principio dicendo: “No, io aborro le forme ovali, sono mere costrizioni societarie. Propongo che tutte le uova d’ora innanzi divengano quadrati di cioccolato.”?

Fuor di gioco retorico, raramente si sente: “Oh, a Natale non farmi niente che io sono contro queste cose commerciali”. Ogni dicembre facciamo girare l’economia (e anche le basse sfere) per scovare regali da scambiarci in vista di un’occasione che, se volessimo applicare il medesimo filtro cinico, sarebbe il compleanno di un uomo nato duemila anni fa.

Siete controcorrente? Inventatevi un altro modo per dire Ti Amo! Appena lasciati? Bene, via dai social network e fuori a fare una passeggiata a rinnovare l’amore per se stessi. Arriveranno altri giorni, speciali o ordinari, in cui vi sentirete Valentini.

Al grido di “Vivi e lascia vivere”, vivetevi i sentimenti che provate e abbiate il coraggio di onorarli anche se una confezione di Baci Perugina la pagate dieci euro. In mancanza di idee migliori, vi assicuro che nessuno ve li rifiuterà perché troppo commerciali. Anche se non brilla di originalità, un dono apre il cuore. Che lo facciate a San Valentino, in qualsiasi altro giorno o, ancor meglio, in tutti e 365.

Troppo cibo rovina lo stomaco, troppa saggezza l’esistenza.

Rapporti A3

Cantucci coi Pistacchi

Almond-Pistachio-Nut Cantucci: three times down to earth.

Dopo il passaggio della Befana, si riaprono i battenti. La vecchia ha bruciato tutto ciò che c’era da bruciare. Oggi l’anziana signora passa anche per di qua, dando fuoco (simbolico) alle ultime vestigia del 2012.
Affido a lei tre piccole lettere, scritte per altrettante persone che hanno fortemente segnato l’anno appena trascorso e accomunate dal solo fatto che non faranno parte del mio 2013 e degli anni a venire. Età diverse, generi diversi, estrazioni sociali diverse; eppure ognuna mi ha aiutato a capire qualcosa in più di me stessa. Scrivo idealmente a loro perché sono sempre più convinta che il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi è quello di prenderci del tempo per dare un senso alle persone a cui noi abbiamo dato senso.
La vita è spesso cinica. Le persone che ci fanno muovere quasi mai sono quelle che se lo meritano e coloro che invece non consideriamo meriterebbero la nostra attenzione. Eppure entrambi i movimenti, di caccia e di fuga, ci fanno avanzare.

Per te: Ti capisco, in fondo io e te condividiamo qualcosa. L’abbiamo capito dal primo momento. Condividiamo la paura, l’onestà verso gli altri e la disonestà verso noi stessi. Ci siamo riconosciuti anime affini fin dal principio, parliamo lo stesso linguaggio. Non ci saremmo mai stancati di parlare, eppure è successo. Ti stanchi, ti arrabbi, tutto cambia e la vita riprende il sopravvento. Come per altri rapporti, a me compete accettare il risultato, lo status quo, quello che ti ho spesso esortato a fare. A lungo ho cercato di lottare, ma non sempre esiste un compromesso. Mi hai insegnato questo, ossia che la diplomazia arriva fino a un certo punto. Quindi meglio accettare che, per quanto sarebbe bello, le cose non sempre vanno come vorremmo e se non possiamo far niente per cambiarle, l’unica cosa su cui possiamo intervenire è la nostra reazione e guardare a quello che di buono è rimasto. Ti auguro tutto il meglio e che un giorno tu possa diventare una persona all’altezza delle proprie potenzialità. Perché se lo capisci tu, c’è una grande possibilità che possa farlo pure io.

Con te: Ti volevo coraggiosamente, ingenuamente, bene, come quando cercavo di darti un po’ di quello che credevo essere il mio coraggio. Ho riscoperto alcuni lati di me che ora tornano ad essere solo latenti e non ho mai perso la mia unicità. Relazionarmi con te ha messo a nudo e confermato alcuni timori, ma sono contenta che a prevalere sia sempre stato il mio spirito di sopravvivenza. L’insensatezza di tutto quel che è successo è stata così spiazzante che io non ho fatto niente, e ne sono tuttora felice. Un giorno, non so ancora quando, fare pace con gli errori altrui mi porterà a far pace coi miei e a guardarmi allo specchio senza autogiustificarmi, ma vedendo qualcuno che ha sbagliato, si è scusato e si è perdonato. Mi hai ricordato in cosa credo, ossia che chi crea delle aspettative deve assumersene le responsabilità. Mi hai fatto vedere che i timori mentali non sono appannaggio mio, anzi, li hai quasi ridimensionati. Ero lì, ma non mi hai mai sentito. Non ci siamo mai guardati negli occhi, lo sguardo era inconsapevolmente rivolto alla meta. Il più comune degli sbagli.

Senza di te: Sei per certi versi la mia nemesi, ma sei dentro di me. Come io non posso fare a meno di essere come sono, tu non puoi fare a meno di essere come sei. Per noi andare d’accordo è arduo, ma è grazie a persone come te che esistono persone come me. E viceversa. A mio modo ti porterò sempre dentro, sollevata solo della lontananza che permette il sereno distacco. So che quando si sente di stare male non si vuole ascoltare chi ti incita a capire come poter star meglio, perché il dolore è una coperta confortante; inoltre ti sembra che nessuno sia in grado di capire il tuo stato d’animo. E allora ti incazzi. Quello che capita anche quando senti di vivere un’ingiustizia. A tutti piace avere l’approvazione degli altri, essere coccolati e al centro dell’attenzione. Ma tale atteggiamento non può protrarsi a lungo, tanto meno andare a discapito di coloro che hai attorno. Il mondo cercherà spesso di fotterti, come reagirai starà solo a te. Vedere te mi ha ricordato che anch’io cado in questa trappola. Solo grazie a persone come te mi ricorderò di come ho scelto di reagire io. Grazie.

E ora, cali pure il sipario. Benvenuto 2013.

Non c’è due senza te

Ginger and Chocolate Cookies

Ginger and Chocolate Cookies: True Love

Due mesi fa iniziai a scrivere, durante una fase ricca di confusione e creatività. Vacilla la seconda, permane la prima. Ancora non è definito il mio futuro prossimo, anche se ha una forma sempre più concreta. Il post di oggi è liberamente ispirato al matrimonio, al romanticismo e quello che ci ho capito io finora dei suddetti concetti.

Ieri una persona che ha messo tutta se stessa nel vivere il suo ideale romantico, convolò a nozze. Ha coronato il proprio sooooogno. Io e le altre tre suocere che erano con me al lieto evento in qualità di vestali del passato che fu della neosposa, abbiamo alternato momenti di occhi a cuore (rari) a momenti di ilarità al vetriolo degni di The Wedding Party.

Battute, rivisitazioni delle imitazioni di Crozza e momenti epici a parte, io sono innamorata delle coppie e ieri ho avuto spesso la lacrimuccia che bussava sull’occhio avvedutamente non mascarato. No surprises, chi mi conosce davvero ben sa che sono fatta a Lindor: ho dei lati molto orso, che nascondono un cuore di scioglievolezza.

Esattamente come per i Lindor, se mi mordi invece di arrivare con delicatezza al cuore, ti esplode un liquido burroso in faccia.

Ieri percepivo amore tutt’intorno a me, sebbene io non abbia alcuna idea di cosa sia davvero l’amore. Come per molte altre “Grandi Sezioni e Affini” della vita, procedo a capirlo per esclusione. Mi sono ricavata qualche certezza su cosa l’amore non è, che ora condividerò con voi. Non so granché, ma grazie PowerPoint per avermi almeno insegnato a fare i listati.

  1. “Amore” non è un concetto astratto e indipendente dalle persone che lo interpretano. Ognuno di noi è un retaggio di imprinting familiari, tratti personali, cicatrici passate, convinzioni maturate, le quali necessariamente emergono nel rapporto. Se una persona è giusta per te lo capisci o perché fai del gran lavoro sulla coppia o incappando in quelle sbagliate. Mi spiace, Tiziano Ferro, per me sei fuori.
  2. L’amore non è eterno. Certo, ti trasporta e ti travolge. All’inizio. Ma questa è un’altra cosa; chiamata innamoramento. Gente che ne sa, ossia non io, dice che dura in media fino a un anno. L’amore invece assomiglia più ad una dedizione, ad un lavoro che non ti pesa (troppo) compiere in funzione del percorso comune che hai costruito se entrambi percepiscono il beneficio che l’altro apporta nella propria vita. All’inizio e a fasi alterne durante la storia non riesci nemmeno a toglierti le mani di dosso, ma anche questa è un’altra cosa, il cui nome è chimica. Mi spiace, Loretta Goggi, per me sei fuori.
  3. L’amore è il non volere, a nessun costo, il male dell’altro. Non credo a quelle stronzate di storie passionali condite da ogni tipo di efferatezza, amori che si pigliano e si lasciano con gesti degni di guerriglie urbane. Per altri funzionerà così, io credo che a) sia del gran dramma inutile b) se stai con qualcuno lo fai per star bene assieme, non per rovinarti la vita a vicenda. Vero, quello che consideriamo amore si trasforma velocissimamente in odio. A quel punto però, non è già più amore. Mi spiace, Eminem e Rihanna, per me siete fuori.

Un, due, tre, olè! E quindi? Quindi bisogna sapersi raccontare balle, darsi fiducia a fine giornata, perdonarsi, innamorarsi di noi tanto quanto a volte pensiamo di esserlo degli altri che altro non sono che un cumulo delle nostre aspettative. Se ci astraessimo da noi stessi per riconoscere questa cruda e liberatoria verità, posso affermare con innegabile presunzione che molte più storie funzionerebbero. Molte relazioni non sono genuine: entrambi cercano, più o meno esplicitamente, di imporre all’altro la propria visione della realtà, entrambi si “caricano” reciprocamente di aspettative e cercano di prevedere e controllare il comportamento dell’altra metà perché le rispecchi. Tanti auguri!

Lo so per prima, è difficile prescindere da quello che vorremmo, da quello che ci aspettiamo. Gli altri sono esattamente questo, “altro” rispetto a noi. Finché non impariamo questa lezione siamo destinati a quanto segue.

Chi vive in funzione del suo passato si crea presenti già in crisi, simili solo al peggio di ciò che ha vissuto in passato.

Grazie Graziella

La settimana scorsa tutti in America hanno detto “grazie”. Prenotato tacchini da venticinque pound, preparato chili di gelatina alla frutta da servire col sopra menzionato pennuto. Hanno cenato, giocato, e ciarlato a lume di candela e sono andati a nanna presto. Solo per poi svegliarsi alle tre di notte per il Black Friday e riversarsi nell’indifferenza più totale a fagocitare nuovi acquisti, bruciando calorie e buoni sentimenti accumulati il giorno prima.

Ma Grazie, Graziella. Davvero.

Il Ringraziamento è una bella festa, nel senso autentico. Per quanto finto-puritana, è un’occasione per la quale una nazione intera in perenne movimento si ferma per dire “Grazie” per tutto ciò che ha. Ho avuto la fortuna di partecipare ad un Ringraziamento nel tipico quadretto della famiglia americana del New England e mi sono sentita a casa. Subito. Per quanto io rimanga sempre perplessa riguardo alle milioni di contraddizioni che caratterizzano l’America, lo spirito easygoing e l’ospitalità made in USA sono il set giusto per questo tipo di festa.

Io ne ho fatto una versione un po’ particolare. Senza rendermene conto, sabato sera ho fatto una cena con persone a me molto care con il reale, ma celato, intento di ringraziarle. Io sono un piccolo orso di città: fatico a dire “Ti voglio bene” senza poi dover sdrammatizzare l’intensità delle parole. Devo aver degli antenati anglosassoni e non solo per il colore della pelle.

“Grazie” però lo dico a volte a sproposito. Come “Scusa”. Sono due parole che ho usato con persone che non si meritavano né l’una, né l’altra. Come per la parola “Amore”, ecco, se utilizzi questi tre termini troppo spesso, perdono di significato e a volte divengono armi a doppio taglio. Specialmente Amore.

Ecco perché non ho ringraziato esplicitamente con tintinnio del coltello sul bicchiere da champagne le persone care sopra citate. I grazie che seguono rimarranno i più autentici, quelli che non dirò a caso. Scritti, faranno da contraltare a tutti gli altri, consoni o meno, sentiti o altrettanto meno, che ho detto a voce.

Ho poche persone da ringraziare veramente, ma anche quelli a cui ho fatto applausi a scena aperta quando se ne sono andati, sono da ringraziare. Frase trita e ritrita, ma pur sempre vera: ognuno ti rende ciò che sei. Difficile far cambiare idea alle persone a te vicine, difficile anche cercare di far capire che tu sei molto più (e a volte molto meno) di quello che credono loro.

Io ringrazio chi ha inteso che ci sono alcuni valori per me imprescindibili, chi ha compreso che non mi riconosco più nella persona che ero tempo fa, che ho i miei tempi elefantiaci, che passo dall’essere pedante e pesante all’essere lieta e lieve.

E ringrazio chi accetterà i cambiamenti che attraverserò, pur essendo sempre lì, gioirà con me e per me dei periodi felici e reagirà come vorrà quando attraverserò quelli meno felici.

Champagne

Classy Champagne in less-than-classy Ice Box

Ringrazio amiche e amici con i loro difetti, perché l’accettarli e riderci sù, ma dicendoseli, rende autentico il rapporto. Ringrazio chi a sua volta vede i lati peggiori di me e mi vuole comunque bene.

Tutti i grazie che potrei dire sono – e devono essere – il qui ed ora della mia vita.

Ho passato un periodo schiacciata dalla pesantezza delle esigenze altrui e, peggio ancora, dalle mie interiorizzazioni di aspettative altrui. Intanto urlavo dentro, con la sola voglia di vivere il momento senza paranoie sul futuro o retaggi passati. Vivere con leggerezza perché i piani futuri, anche se non possiamo fare a meno di farne, non hanno alcun senso.

Il “Grazie” più importante è questo. Quello di esserci, qui ed ora.

Dopotutto, c’è pure crisi. Amen e…cin cin.

Creativity is single

Lady Gaga has been right all along.

Remember the one time she said that she wasn’t having any sex because she felt somebody might take away her creativity through the act of sexual intercourse? Well, those weren’t precisely her words, but for the sake of PG-related content, you get the point. All throughout 2012 I have been cherishing the same concept, toying with the idea that somehow relationships and creativity might actually interfere with one another.

When I am in a relationship, most of my creativity is devoted to the current crush, whom I so badly want to be a character of my romance that I put all my effort into getting to know him better so as to come out with brilliant ways to awe him. I put it there, and in planning for two and stuff like that, whereas I find the creative side I need to exercise because of my job to be sloppier, like it’s always missing something. Just like all my crushes, who have always (so far) been missing something that was either: a) creativity b) somebody else c) well, I’ll just leave at b).

But, you see, this fits. All the heart-felt break-ups or just the jerks that come across your dating life, contribute in making you -well, how can I say this? – a more interesting person. I’ve come to believe this is related to the fact that when you’re single, you’re wittier. Your brain is sharper. Your body and mind are both more inclined to perceiving things all around you and all your project-defining ability is concentrated on your world.

“Charlie Brown must be the one who suffers, because he’s a caricature of the average person. Most of us are much more acquainted with losing than winning. Winning is great, but it isn’t funny”

Charles Schultz, October 2, 1975

This by no means imply that I’d rather be Groucho Marx and alone than happily ever after with some brilliant guy. In that case I’d settle for being just a little less funny. Despite the very tight armour I usually come with, I am romantic to the bone, and I’ll always go for love, if I feel it’s worth it.

Taralli dolci al Vino Rosso

Combo Breaker: Tarallucci al Vino Rosso

When you have a functional relationship, you’re winning. You have one part of your life that’s up and running, possibly helping you go through bad stuff. And that’s a huuuuge side. This is not a future-spinster oh-you-are-so-lucky-to-have-someone take. What I mean is that if you actually form a functional bond it’s not just because you’ve worked your butts off not to give in to “temptations”.

I know two or three couples that are like that. Both partners enhance the other’s creative sides and have a very high opinion of their significant other, while being pretty damn funny all the same. It’s because these couples are composed of people who both kept their individuality allowing the other half to do the same.

As for me, creativity now is single, drinks red wine and has lots of fun with different people that allow her to ignite the sparks of her mind.

While picking every now and then from the cookies tin.

Arrivi e Partenze

Chocolate to Go

Mama always said that life’s like a box ‘o chocolates. You never know WHERE you gonna get.

Rivelazione del mattino: la mia vita somiglia sempre più ad un film. Come in una commedia romantica, le storie degli ultimi due anni, durature o meno, effettive o platoniche, sono state sconvolte da una partenza. Che fosse per dare il là ad una passione, o per decretarne la fine.

Quasi sempre, per quest’ultima ragione.

Tempo fa scherzavo con una di queste “storie” sul perché quasi tutte le canzoni raccontino proprio il momento più straziante: la fine. Qui ribadisco la mia teoria: tendiamo sempre a concentrarci su ciò che non va. Per lo stesso motivo ci rendiamo conto di amare, o meglio, pensiamo di amare di più, quando ci si allontana perché idealizziamo, e la quotidianità viene mitizzata.

Ad esser completamente sinceri, lo facciamo pure all’inizio, viviamo nel timore di investire in termini emotivi, e a volte pure economici, per la paura (o la consapevolezza) che ci si lascerà. Insomma, nessuno che si viva il viaggio, turbolenze comprese; tutto il focus è sul decollo e sull’atterraggio.

Sorprendo la me stessa bipolare nel dire che io credo sia normale pensare alle ragioni per cui vuoi stare con qualcuno, non giustificarti col mondo esterno del perché non lo molli. Altrimenti detto, viversi con consapevolezza la liason nel momento in cui accade. Non mi è mai capitato di scoprire dopo qualche mese di romanticismo di essermi follemente innamorata di un narcotrafficante con tre mogli in altrettanti stati diversi, anche se sarebbe un bell’aneddoto. Nonostante ciò, sono stata ingannata assai. Sovrastimo la mia percezione delle persone e sottostimo il mio grado di masochismo, finendo spesso per fare e perpetrare madornali errori di valutazione. Malgrado ciò – e lungi dall’esser divenuta cinica, a livello generale mi spaventa la mancanza del senso dell’altro e del compromesso di coppia.

Premessa: figlia di genitori – fortunatamente – divorziati, senza ormai particolari recriminazioni, ho visto il primo esempio di unione fallire, in un momento in cui, nell’ambiente in cui sono cresciuta, una separazione era ancora una rarità mal vista. Pace. Certo, questo forse ha contribuito a farmi diventare un piccolo miracolo di “concreta ingenuità”. Il mio approccio con l’amore e i rapporti in generale è permeato da una prudente curiosità, che non mi impedisce comunque di constatare quanto tempo sia passato da quando mi sentivo figlia di una famiglia strana e di come sia invece quasi naturale al giorno d’oggi lasciarsi letteralmente dal giorno alla notte, convinti che la risposta sia in un altro/a migliore.

In alcuni casi, gran bene innegabile. Il mondo è popolato da scroti – uomini e donne – dai quali è meglio liberarsi al più presto. In molti casi invece basterebbe fossimo noi a guardarci con occhi diversi e a smussarci insieme.

Io so sempre di più cosa voglio: una forma di relazione, quella interdipendente, che ad ora non ha trovato una piena realizzazione nelle storie passate, ma il cui solo concetto mi basta per immaginare concretamente la mia futura vita a due, che comporta più fatica, ma è tendenzialmente meglio di una lunga partita a solitario. Qual è una relazione interdipendente? Una cosa del tipo:

“Io sto bene, indipendentemente dal fatto che tu ci sia, ma se tu ci sei, sto meglio! Quindi io sono indipendente, sto bene, la mia vita funziona comunque anche se tu non ci sei, perché magari non ci siamo mai conosciuti, perché ho vissuto oltre trent’anni della mia vita senza te e quindi ho già le mie sicurezze, i miei divertimenti etc., ma da quando ho incontrato te sto meglio e quindi scelgo di vivere al meglio la mia vita insieme a te.”

Poi tremo, pensando a come si arriva ai trent’anni, un guazzabuglio di sicurezze erette a suon di paranoie – debellate o meno. Un insieme di credenze maturate sull’esperienza personale che è sì, una gran maestra (non me ne voglia la frase fatta), ma una maestra molto parziale. A volte, come in un loop, rischiamo di cadere preda dei nostri stessi demoni. Convinti che non potremo che ricalcare gli schemi – positivi o negativi – applicati in passato, non guardiamo l’altra persona per quello che è e di conseguenza non ci lasciamo trasportare e stupire.

Con queste premesse, l’amore non ti può – quasi mai – salvare. Signore e signori, sturatevi le orecchie, l’amore non è la risposta a tutti i mali del mondo. Può avvolgerti, migliorarti, spronarti, darti conforto, energia e vitalità, ma di certo non è la panacea per coloro che ricercano una risposta solo nell’amore stesso.

A meno che non viviate sul set di Serendipity (beati voi, cacchio). Più che sul set di Serendipity, io mi sento su quello di The Terminal.

Una domenica d’amare

Fall Food

Pistachios and Carrot Cake with White Chocolate Icing

E il settimo giorno Dio si riposò. L’impiegato arrivista invece lo passò a rivedere una presentazione, lo studente in pigiama cercando di non vomitare, le famiglie benedicendo l’IKEA per fare da surrogato parentale tra Lack e hot-dog a 1 Euro.

Da quando si è dovuto dare un ordine alla settimana, imponendo un’alternanza tra lavoro e riposo, la domenica è per molti di noi l’unico giorno da trascorrere gambe all’aria. Per la mia limitata esperienza, la domenica è uno di quei giorni su cui ognuno ha un’opinione. Un po’ come la cannella, o la si ama o la si odia. Bianco o nero. C’è chi come me si trova giusto in mezzo alle sopra menzionate categorie. C’è chi l’aspetta avidamente per annichilirsi con videogiochi, c’è chi deve riempirla a tutti i costi di attività pseudo-culturali. Parlo ovviamente delle domeniche che vanno da settembre ad aprile. Anche se d’estate, diciamocelo, il dualismo rimane. Ci si divide fra il partito dello slogan: “Tapparelle abbassate-Formula 1”; e gli irriducibili della gita fuoriporta: mare, montagna o piscina – è lo stesso.

La domenica è un po’ la metafora concentrata di come passeremmo la nostra vita se non dovessimo impegnare, nel migliore dei casi, circa 40 ore a settimana per guadagnare soldi da spendere – quando? – la domenica.

Tradizionalmente considerato il giorno degli affetti, è lo stesso in cui puoi per contrappasso avvertire maggiormente la solitudine.

Per me è sempre stato un giorno strambo e inquieto, in cui raramente avevo punti fermi, divisa tra parti diverse della mia famiglia e mai veramente a casa. Un giorno che passava in fretta, fatto di viaggi della speranza per trovare la nonna, di “Per un pugno di libri”, di aperitivi interrotti, di interminabili code e conseguenti riflessioni. Senza ripetersi in maniera uguale, bensì mischiandosi caoticamente.

Reduce da una domenica tutt’altro che da coma (non me ne voglia J.AX), ritengo di aver fatto pace con il settimo giorno della settimana. Da quando sono uscita dall’adolescenza, le mie domeniche sono contraddistinte solo dallo stesso atto pratico: fare un dolce. Ne ho bisogno, fisico. Non mi pesa. Nemmeno quando la sera prima ho flirtato un po’ troppo col nettare di Bacco, anche in tal caso, mi alzo e li faccio lo stesso. Non li faccio più per alcuni dei miei affetti, che ora non possono più aspettarli per osannarli o criticarli, li faccio a mero beneficio di alcuni intimi amici e del piacere demiurgico che ne traggo io dal veder nascere qualcosa dalla trasformazione di qualcos’altro.

Ogni giorno che passa sono sempre più grata alla mia “famiglia urbana”, quella che ti scegli giorno dopo giorno, sovrapponendo e via via scremando conoscenze nel corso degli anni. Perché, come bisogna imparare ad amare la malinconia della domenica, bisogna essere in grado di cogliere l’affetto nelle piccole cose, e poi provare a curarlo e rispettarlo. In alcuni casi bisogna essere in grado di smettere di cercarlo dove vorresti ci fosse. Ci saranno altri amici, conosceremo altre persone, persone che condivideranno i nostri valori, o anche solo le nostre passioni. E i dolci.

Oggi io dico: ciao, Domenica. Mi hai procurato nostalgia, senso di perdita, inadeguatezza rispetto alle famiglie tradizionali. Ora ti accetto per quello che sei. Un giorno che ci obbliga a mettere a nudo il fermo immagine della fase di vita in cui ci troviamo. E a dover dire: da lunedì inizio la dieta.