Never Let Go

E alla fine arriva lei.

Regina indiscussa delle opere incomplete, campionessa olimpica delle frasi lasciate a metà, leader nel settore del “Ti voglio ma non ci provo”, esperta riconosciuta a livello internazionale del lanciare il sasso e ritirare la mano.

Passo per paraculo, per chi mi conosce poco. In alcuni casi lo sono pure, verso chi mi conosce poco. In realtà la mia inconcludenza è frutto della paura di essere quella di cui un giorno al telegiornale i vicini intervistati diranno “Aveva tante potenzialità ma non le ha sfruttate”. Anche altre cose influiscono, ma non divaghiamo.

Mi accendo con facilità, in preda all’innamoramento verso un’idea. Poi qualcosa si perde. Così è successo con questo spazio, nato in un momento in cui avevo urgenza di dire mille cose senza dare loro forma. In questi mesi il cervello non mi si è anestetizzato, si è frammentato più del solito, e non ho più avuto la concentrazione o l’esigenza di scrivere. Mo’ si riparte.

Ed ecco di cosa scriverò, prima di riprendere in mano tutte le bozze, iniziate ed ogni tanto limate, in questo periodo di assenza. Scriverò delle ripartenze. Non voglio più bozze nella mia vita.

Ripartire da zero è più facile che ricostruire. Finché lasciavo incompiuti tre, cinque, dieci articoli compravo un dominio e mettevo in cantiere altri progetti. Ero nella situazione, comune a tutti, di quando l’entusiasmo iniziale scema e ti senti sul piano inclinato per cui sai che ritornare in cima ti risulta più difficile (e noioso) che lasciarti andare e rialzarti verso una nuova sfida.

Riprendere un progetto significa guardarlo con occhio critico ma clemente allo stesso tempo. Sono spesso sulla difensiva riguardo al mio lavoro, ascolto e accolgo le critiche ma non reagisco bene, per la paura sopra citata e affini. Le uniche critiche che arrivano davvero al punto, quelle efficaci, sono le mie. Sono dell’opinione che sia necessario lasciar fare degli errori per imparare a non farli. Questo perché i propri sbagli, perché vengano riconosciuti, è necessario che vengano identificati come tali. Quindi per capire che qualcosa non va devi prima farlo male e riconoscerlo. Certo, sai che ammazzare è sbagliato, non hai necessariamente bisogno di andare dietro le sbarre per non farlo. Ma non sai a priori come gestire un gruppo, affrontare una malattia, educare un figlio, avere una relazione o imparare a stare al tuo posto. Devi poter tentare, cadere e ripartire.

Con le persone è davvero difficile farlo. Quando arrivi al punto di non ritorno, anche se hai capito i tuoi errori, qualcosa s’è rotto o comunque non hai più possibilità/voglia/intenzione di riparare. Non credo nella minestra riscaldata e con gli amici richiede una gran dose di fatica e maturità portare avanti qualcosa che si è incrinato.

Coi progetti che sono solo tuoi hai più fortuna. Ai progetti non devi chiedere scusa, non ti tengono il broncio se hai bisogno di allontanarti da loro e se li tratti male. E tu non serbi loro rancore.

Ta-dan! Non si diventa mai qualcosa, si è sempre in divenire. Allora perché è tanto difficile accettare i fallimenti, che spesso appaiono più pesanti da dentro che da fuori, e non prenderli invece come incidenti di percorso, a volte perfino necessari? Tanto vale anche piantarla di incolpare gli altri di come ci sentiamo quando sbagliamo. La verità è che agli altri interessa il giusto dei nostri successi e persino dei nostri fallimenti. Triste, nell’egocentrico mondo in cui viviamo, ma vero.

Riguardando The Breadcrumble posso dire di aver visto dove si poteva migliorare. Per chi leggeva le pippe psico-socio-filocose, rimarranno eccome. Per chi si è sempre chiesto se fosse un blog di cucina, la risposta è no. Ma ho deciso che condividerò lo stesso la ricetta che accompagna il post, evidenziandola alla fine, così che si possa fare “Skip”.

Anni di Internet e disturbo dell’attenzione saran pure serviti a qualcosa. Buona rilettura/cottura!

Piña Nel Crumble

Pina Colada CrumbleQuesto era un pretenzioso crumble di banane e mango con latte di cocco. Quando ho letto la ricetta, l’unica associazione mentale che il mio lato alcolemico ha prodotto è stata la Piña Colada. Perciò (e assolutamente non per risparmiare, eh) ho sostituito il mango con l’ananas e il latte di cocco con il Rum Malibu, quello al cocco, che gli ha dato quello sprint in più e che era già in casa. Nasce il Piña Crumble, di una facilità imbarazzante e dal risultato garantito.

Riscaldare il forno a 180°, tagliare a rondelle 4 banane mature, metterle in una ciotola e irrorarle con un po’ di succo di un limone perché non anneriscano. Tagliare mezzo ananas a tocchetti (va bene anche già tagliato della Del Monte) e mescolarli alle banane. Aggiungere 100 ml di rum e un cucchiaio di latte. A parte via di crumble: mescolare con la punta delle dita 80 grammi di burro ammorbidito con 80 grammi di farina, 100 g di farina cocco, 30 grammi di zucchero di canna e 40 grammi di zucchero normale per ottenere il composto sbricioloso. Mettere la frutta su una pirofila, ricoprirla col crumble, infilarla nel forno caldo per 25 minuti o finché non diventa dorata.

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In Florentia Veritas

It’s the second time I literally feel the urge to start writing when out of town.

This is how it goes: the thoughts form faster than I can even acknowledge their presence and I feel a spark ignite inside me. Once again, I was tossing and turning around in my once-arranged-for-the-sleepover, now current-status-updated bed and the light struck me but I could not really grasp what it was. Sure enough, I was reading a harsh, thought-provoking book, but I could tell it wasn’t related.

Although I am growing stiff and unfamiliar with the language, the one thing I knew is that this post had to be written in English. The reason is easily explained. Florence was my first link to America and has played the part up till now. Whenever I go there, English words are all over the place and I cheerfully adapt to this trend.

I’ve come to think that if I lived in Florence, I would definitely keep my English fluent.

Italian Style Burger

Hamburger “di Ciccia”.

I had a undecided start with this town. The first time I visited Florence was the hottest, most humid day one could possibly imagine. Late July, 2008. I was interviewing for my student exchange visa to go to Boston. Tourists flooded the town as if it were their last day on Earth and all they felt like doing was come eye-level with David’s muscular body. I couldn’t help but feel relieved when the day was over.

Some years passed after this false start, I have made it a habit to visit two lovely people I met in Florence every two or three months. Florence is not just a city, nor is it one of the three spots people feel worth visiting in Italy: the Three-Cities-Area (Venice-Florence-Rome) which pretty much sums up Il Bel Paese for foreigners.

Florence is a State in itself. A Florentine has a natural birthright, which puts him or her beyond all the rest. Something you cannot describe until you actually see it in action, but clearly visible to anyone who would notice.

I’ve always thought that places have a way of speaking to you. If you allow them to permeate your whole body and soul you end up feeling almost mesmerized by the feeling a city conveys to you. You’re twice rich. There’s nothing that puts you more at your place than going places. You feel ridiculed in your once firmly ideas and you start questioning them, feeling like they’re somewhat diminished.

As it goes, after two years of intense relationship with F-town, we are at a turning point. Florence is speaking with a softer voice, as if we’ve mutually grown to expect the other’s presence, but without having adopted me.

It’s a more mature kind of love now. Whenever I go I crave the food, the colors, the air, the harmony and I know my way round. I’m not going to Florence to breathe through my green (or reddish, or cream or whichever Florentine-colored) lung anymore. I’m not going there to be amazed or to escape. I belong there, as an external observer.

Like every old couple, we enjoy the time we spend together, but we know we’re too different to merge. So what I do is worship her. Whenever I go I pay my respects to an old flame, because I think Florence is there to be admired and caressed. She expects you to do that, like you would in a courtship process in which she would never, no matter how hard you try, give in.

In ombra

Questo post ha avuto una gravidanza travagliata. Dopo che tutte le mie energie sono state assorbite da me stessa, un pensiero torna lì. A quel momento di un anno fa in cui salutavamo una donna dallo spirito coriaceo e anticonvenzionale. Accoglievamo la quiete che segue la tempesta e raccoglievamo le forze, ognuno a suo modo.

Fatico ad essere banale nei momenti sdolcinati (o sdolcinata nei momenti banali) e questo perché ho trovato una correlazione tra chi è sdolcinato e chi non riesce ad entrare in contatto davvero con le proprie emozioni. Le mie sono ben nascoste, quasi sempre negate a parole, eppure tradite in pieno dalla mia poco allenata Poker Face.

Ci si lavora ed è, come dire, un work in progress.

Wine

The Heirloom

L’ho già detto da qualche parte, io ringrazio sempre ed è un aspetto di me che entra nella revisione del work in progress di cui sopra. Con lei non l’ho mai fatto, ne cercavo inutilmente l’approvazione e litigavo come una vipera. Eppure facevo chilometri a piedi solo per sedermi sulle sedie di paglia colorata e ascoltare rapita i suoi racconti. Credo di aver sviluppato con lei la mia capacità di ascoltare e la silenziosa soddisfazione quando a parlare non c’era più nessuno.

In molti dettagli tutto è ancora vivido, nel verso delle tortore, nel profumo di bucato, nel vino che ho deciso di esplorare molto da vicino, negli strambi modi di dire stranieri o dialettali. Nel karkadé che mi scopro a comprare in una torrefazione, nell’Earl Grey con cui infarciamo i dolci. Nelle cartoline, che non ho più mandato a nessuno.

Quest’anno l’avrei di certo stupita, e con questo immodesto pensiero mi ci cullo. Per lei eravamo quelle particolari, quelle che dovevano sperimentare sempre. Quelle poco assennate. Vero, ed era questo essere così diverse tra noi che ci portava a rapportarci.

Un anno fa si chiudeva un momento intenso, che non ci ha permesso di assaporare a pieno ciò che stava accadendo. La malattia è stata un turbine di adrenalina a rilascio costante, notti insonni che rincorrevano giorni frenetici. Nella vita di ognuno di noi prima o poi capita: momenti, che a volte possono durare anni, in cui i ritmi non sono dettati da te e vivi in funzione di altri.

Quando ti lascia qualcuno con cui hai avuto un rapporto intenso e conflittuale non può che essere altrimenti. Ma la vita non si ferma, mai. Ci sono i primi giorni di fervore, seguiti da quelli di inquieto silenzio. Poi tutto si muove di nuovo e quando qualcuno bussa alla tua porta, ti devi ritornare ad aprire, per forza. Anche quando frigni, piagni e ti lagni. Anche là c’è qualcuno che ti vuole bene e che c’è oggi e domani potrebbe non esserci più. In quel caso puoi decidere che farne di quella persona. Quando meno te l’aspetti, arriva qualcosa che ti sconvolge in maniera pesante. E la giostra riparte.

Quest’anno la giostra si è fermata spesso, in alto come succede alle ruote panoramiche dei film, con quel senso di vertigine e impotenza del non poter far nulla se non aspettare che qualcosa si rimetta in moto da sè. A fianco a me non c’era nessuno con cui dovessi avere chiarimenti o sordide scappatelle. Questi momenti mi son serviti per fare pulizia mentale e rendermi ricettiva: in particolare se c’è qualcosa che ho “bevuto” quest’anno è la luce che si accende negli occhi di chi fa le cose con passione! La stessa luce ha illuminato me, spingendomi pian piano a muovere i primi, stentati, passi verso quella che so essere la mia direzione.
Iniziare ad accettare la banalità dei sentimenti che ci rende tutti uguali è uno di questi passi.
1 a 0 per me nonna.

In eXtasy

Ormai è un po’ che mi ronzano attorno segnali che sono riuscita a mettere assieme solo quand’è arrivato il lampo di genio spumeggiante. Nonostante l’arrivo (?) della primavera, da sempre sinonimo di passioni che sbocciano, oggi si parla degli amori passati. Le due lettere più temute in campo sentimentale: gli/le ex.

orange poppy muffins

Orange-me-Poppy: never know what’s behind the crust

XX: Donneeeee, è arrivato l’arrotino! L’ex del vostro lui è esattamente quello. Colei che vi aiuta ad affilare i coltelli.

In alcuni casi infatti c’è la EX, una figura mitologica che se la batte con la suocera, ma spesso più simpatica. E’ quella che ha preso una pianta e l’ha innaffiata, potando alcuni rami qua e là e che ora non ti presenta un conto salato. Mi rivolgo a tutte le donne che potrebbero leggere, siate quel giardiniere onesto. Fuori di metafora, combattete alcune battaglie fondamentali. Se non lo fate per la vostra relazione, beh, fatelo per quelle a venire. Male che vada vi ricorderanno come una che voleva essere trattata in un certo modo. Donne, siate una di quelle ex che, una volta sfortunatamente divenuta tale, sarà rispettata da chi verrà dopo di voi.

Poi ci sono Coloro-che-non-devono-essere-nominate. Quelle la cui manifestazione eterea è ovunque, pur non essendo mai esplicitata a parole, da essere alla stregua dell’anello de “Il Signore degli Anelli”. Nell’aria, nell’acqua, perfino nel nome dei biscotti che compra il vostro ragazzo. Quelle la cui assenza è talmente invadente da diventare ingombrante. In quei casi, sappiate che l’ex in realtà siete voi. Brutto scoprire che il vostro ragazzo ha una relazione, fantasma o meno, ma meglio saperlo prima.

Infine le ex-non ex: quelle che tornano alla carica ad ogni occasione pensando “o mio Dio mi sono pentita del fatto che ti ho lasciato, all’epoca ero così confusa, complice che il tipo con cui m’intendevo non mi capiva come te”. Non giudico nessuno, so che non è facile provare qualcosa per una sola persona. Ma se avete spezzato il cuore di qualcuno, pensateci molto, molto bene prima di tornare indietro.

XY: Uomini, drizzate le orecchie! Gli ex sono i modelli che dovrete capire. Gli archetipi, un po’ come i padri (fondatori) nella vita sentimentale della signora a cui vi approcciate. Come nel vostro caso, l’imprinting che han dato può aver lasciato un segno, anche se non lo ammettono, abbastanza indelebile.

Sono arrivata alla conclusione che lo schema che una donna con un passato sentimentale applica quando si ributta nella mischia è piuttosto semplice. Come per l’abbinamento cibo-vino si seguono due principi antitetici: concordanza o contrapposizione. Capite perché una donna si è avvicinata a voi, se sta inconsciamente cercando una replica o qualcuno di completamente diverso.

Tanto quanto ci sono signorine che si comportano in maniera ingannevole, così ci sono i corrispettivi maschili. Di qui esistono molte donne che demonizzano gli ex, pensando di essere cadute vittima di un serial lover. Dove stia la verità ve ne renderete conto col tempo. L’importante è che se vi interessa avere un futuro (o anche solo tre uscite) con loro tenete presente che dovrete scalfire una serie di timori.

Dall’altra parte ci sono donne che mantengono con l’ex un bellissimo rapporto. Di quelli che puoi avere solo con un vecchio amore, che non è pura amicizia, che si basa su una complicità messa a tacere solo nel post-rottura ma talmente profonda da essere inestinguibile. Se riuscite ad accettarlo – e io dò una gran pacca sulla spalla – siete a metà strada. Occhi aperti, ma abbiate fiducia. Ricostruire un rapporto è indice di grande maturità, non sempre di indecisione.

A metà sta chi riesce ad essere indifferente verso gli ex. Chi non augura loro una morte per autocombustione spontanea, ma nemmeno c’andrebbe a far shopping. Se siete il nuovo, meglio per voi! Se siete il vecchio, anche!

Non classificati si posizionano uomini e donne che non hanno amanti precedenti, che stanno con la stessa persona da quando mangiavano merendine. Quanta, tanta, sincera stima. Voi che anno dopo anno riuscite a non far diventare una persona un ricordo, voi avete un gran dono (e un gran culo).

Non importa il genere a cui appartenete. Quando state con qualcuno, tenete sempre a mente le buone regole di quando si entra in bagno. Lavatevi sempre le mani prima e dopo e lasciate pulito per chi arriva dopo di voi.

Happy-Go-Lucky

Happiness is real only when it is shared.

Ta-da-da. I am going to start off once again with a quote, taking a leaf out of the person I once was’ book.

Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

Pacman: Raisin and Pine Nuts Potato Sweet Cake

The quote comes from Into the Wild, a movie I saw once and never even attempted to rewatch again. A peculiarity that is indeed very unsual for me since I’m used to watch movies and read books over and over again. It’s not that I didn’t like it, on the contraty I digged it. I loved it so much and at the same time I was – how can I put it? – affected.

Into the Wild is a tale of the rejection for a normal life, recounted through a personal journey to find a truer meaning to his life. Possibly due to just how much I could relate to Emile Hirsch character, Christopher McCandless, soon to become Alexander Supertramp. Back at the time when the movie hit theaters, I was getting ready for one of my most intense experiences. Sure, I was not going to burn 25 grands and cut off all relations, but trying to live alone on the other side of the world felt like an adventure to me.

Attributed to Supertramp, the quote is the climax of the movie and self-discovery journey itself. Right before passing away, when he realizes there is quite literally no turning back and he feels more desperate than he would ever have imagined, he has an epiphany. He thought he would find a deeper meaning to it all, by refusing to take part in a society he judged corrupted and hypocritical, only to discover that real happiness comes from functional, heart-warming connections. Exactly what he had shunned.

I envisioned what would happen after my return. I could almost anticipate that I would come back after a similar discovery, except for the fact that I would be a) hopefully not dead due to a toxic wild potato poisoning b) going back to an ordinary life with obvious needs for readjustement.

What happened instead is that I went back home with a heart filled with memories I could never have imagined and a fridge magnet reading out:

True happiness lies within you.

The magnet is now hidden on the bottom of a metallic shelf, whereas the first quote still pops up triumphantly in any profile of my online being.

As it turns out, real life is all about compromising. Duh. I know, it’s not so much as a breakthrough piece of information. Still, I am pretty sure I am not the only one who finds it hard to balance relationships. So you have to work your way into adapting yourself.

I have been struggling all these years to find a resolution between the two opposite takes. Truth be told, I still have no clue. My deepest nature, my core, is much more inclined towards the first quote yet there are times when I really cannot include other people whom I love in my own picture of “looking for happiness”. Very often I am tempted to go Alexander Supertramp again and restart it all over. The real challenge behind all this is that you have to let them know you care about them, hoping they’ll understand your burn out, or just your needs.

One day I’ll find the winning streak and balance or I’ll die trying. Hopefully not after a wild potato intoxication. In the meantime I’ll use potatoes to find balance in a sweet recipe. Enjoy!

Dedurre e Sedurre

Ho appena finito di leggere un libro intrigante.

L’arte della Seduzione. Nah, non è niente in stile Kamasutra, più semplicemente tratta delle personalità seduttive nel corso della storia. Il tomo più corposo dopo Harry Potter e più impegnativo – sempre dopo Harry Potter – che affronto. Un saggio che delinea i nove prototipi di adulatore e ultimo ma non meno importante, traccia l’archetipo dell’antiseduttore, quel compendio di caratteristiche che i più trovano non attraenti.

Nonostante le quasi seicento pagine, l’ho bevuto come fosse acqua fresca. Durante tutta la lettura, una perplessità continuava a far capolino nel retro della mia mente: qual è il ruolo di chi subisce un tentativo di seduzione?

Lemon Curd

Lemon Cardinal, a tangy love-hate

Una persona che entra ed esce nella mia vita come se avesse una porta scorrevole mi ha ispirato una risposta. Come si può mettere in atto una strategia di seduzione senza che l’altro se ne renda conto? Anche in quel caso, quando l’obiettivo capisce di essere per così dire, sotto tiro, che fa? Dipende tutto dall’intelligenza, dal fascino ed è quindi già tutto scritto? No. Per me non basta mettere insieme un paio di ingredienti alchemici. La seduzione è un passo a due, un gioco che rasenta l’osservazione psicologica, centrata interamente su chi hai davanti.La bravura del seduttore sta nel capire, prima di carpire, l’oggetto del desiderio e saper toccare i tasti che attivano le melodie armoniose dell’animo del sedotto. Una volta mi è capitato di essere oggetto di una seduzione che molti col senno di poi definirebbero spietata. Io la definisco calcolata. A mente fredda e con qualche elemento di giudizio in più ne apprezzo la dedizione lungo il percorso e la fine chirurgica, rapida e indolore. Vieni avvolto da una miriade di soffuse attenzioni, accecato nel giudizio razionale da una serie infinita di dettagli e ti lasci irretire.

Si misura la bravura di chi si dedica a sedurre in modo semi-professionale, una specie di pesca sportiva, nel saper mollare al punto giusto. A prescindere da come finisce, l’importante è quello che è successo nel mentre.

Quanto rimarrà sarà il ricordo di un focus costante, inusuale ai giorni nostri, quelli per intenderci del faccio finta di niente e de “gli uomini e le donne sono uguali”, tiritera abusata dalle donne per recriminare a nastro e dagli uomini per non fare più ciò che sarebbe genetico, ossia badare ad una donna. Sì, avete letto bene.

Tralasciando spinose questioni di genere, torniamo su lidi più cauti. Una delle tematiche a me da sempre cara è quella della dinamica reciproca, dell’aggiustamento tra due o più persone. Per un egoista esiste qualcuno che mette se stesso in secondo piano, per un permaloso v’è chi se ne burla. Un carnefice non ha ragion d’essere se non trova una vittima (e ve lo dice una affetta da Sindrome di Stoccolma) così come una prima donna non sale sul palco se non in presenza di uno spettatore.

La seduzione e il tentativo di resistervi altro non sono che giochi di potere, espliciti o meno. Cacciare è divertente, si è attivi, avendo la sensazione di condurre il gioco. Molto è stato scritto, detto e idolatrato sulle figure dei grandi seduttori. La parte del sedotto invece è stata decisamente meno esplorata, rendendola di fatto più affascinante. Perché silenziosamente consapevole.

Gli altri resteranno feriti dalla vostra crudeltà meno di quanto immaginate. Nel mondo odierno, avvertiamo spesso la mancanza di esperienze significative. Aneliamo a esse, anche se hanno risvolti negativi. Il dolore che causerete all’obbiettivo, di conseguenza, servirà a farlo sentire più vivo. Avrà qualcosa per cui lamentarsi, la possibilità di giocare a fare la vittima. Come risultato, una volta che trasformerete il dolore in piacere, non esiterà a perdonarvi.

8:24 pm »

Ho sempre amato persone a cui interessava poco o niente di me e quando qualcuno mi ha amato, io ne ero imbarazzato… Per non ferire i loro sentimenti, spesso ho finto passioni che non provavo.

Citazione di non ricordo più nemmeno chi, fatta mia molto tempo addietro e ritrovata casualmente qualche giorno fa. Mi ritrovavo assai, perlomeno fino ai puntini di sospensione, e mi colpì. Come Karma insegna, la lezione è sempre in agguato. Se a lungo pensi di comportarti in una certa maniera, crogiolandoti nel tuo essere complessa, alla fine ti capita qualcosa che ti insegna cosa vuol dire quando le persone fingono o manipolano.

Ora la condivido non perché mi ci riveda, anzi, a mo’ di monito. A volte è utile ricordarci chi siamo stati a lungo, anche se in maniera distratta, inconsapevole. Ci sono dei momenti in cui aiuta non poco rivolgere lo sguardo alle idee che ci hanno contraddistinto per vedere i passi che abbiamo mosso in altre direzioni, allontanandoci dal percorso che pensavamo fosse stato tracciato per noi.

Scones and Butter

Times are a changin’, yet Scones, Butter and Honey remain.

Avvenimenti recenti mi han convinto che accompagnare le persone in determinate fasi di vita non è facile, affatto. Non tutti vivono bene il cambiamento, l’evoluzione (ma anche l’involuzione) altrui. C’è un trucco: bisogna avere occhi nuovi, sempre. Con gli altri certo, ma bisogna soprattutto rivolgere lo sguardo a noi stessi. Come ci conosciamo e come di conseguenza ci conoscono gli altri non definisce chi siamo, non è un concetto scolpito nella pietra. Uscire dalla propria persona pubblica non è facile. C’è chi investe anni a fare del self-branding (per dirla in maniera molto aziendalista) e poi si ritrova tutt’un tratto a dover rinegoziare, sia in positivo sia in negativo.

Se ognuno di noi è pronto per accogliere e riconoscere i mutamenti della propria persona (privata e pubblica), beh, allora credo che gli altri seguano di conseguenza. Non sempre è facile, ci sono rapporti per cui questo non accade mai.

A volte vengono date due, dieci, cento, mille opportunità, a volte ce le si crea.

Cambio di prospettiva. Urge. Nessuno a parole si augura la stagnazione, eppure cambiare impaurisce. Molte persone hanno paura. Io per prima. Paura di lasciarsi andare, paura di ripetere gli stessi schemi, paura di diventare ciò che potremmo essere e tutto per una sola ragione, la madre di tutti i timori. Quella di ammettere che si sta bene o che si starebbe meglio per la paura (e dajeee) di perdere quella sensazione privata, quasi che ad esternarla, rendendola reale, quella piccola coccola ci potesse sfuggire dalle mani.

Fatta eccezione per vere e proprie situazioni di emergenza, tutti quelli che vivono nella paura non vivono nel presente. Non è possibile vivere nel presente e aver paura. La paura è spesso causata da associazioni che provengono dal passato e che vengono sovrapposte alla situazione del presente. […] Ciò che abbiamo memorizzato, quando eravamo più giovani o più piccoli, è stato memorizzato attraverso percezioni per loro natura distorte poiché formatesi in assenza di consapevolezza. Ora, se prendiamo in considerazione quei ricordi per definire chi siamo oggi, facciamo pasticci e ci confondiamo.

Luci e ombre

Biscotti di frolla

Michael Jackson Cookies

Ho una visione in bianco e nero.

Il mondo si divide in due categorie di persone. Quelle naturalmente votate a scegliere, e quindi incontrare, la felicità. Queste persone non sono baciate dalla fortuna a caso, ciò che accade loro è figlio di un circolo virtuoso che dipende dall’atteggiamento che giorno dopo giorno rinnovano verso la vita e tutti gli alti e bassi di cui è corredata. Persone, in sostanza, che si rimboccano le maniche e che di fronte ad un quadro a scala di grigi decidono di vedere e seguire solo la luce. Esistono poi quelle che non la vedono, che si lamentano, che attraggono cose negative, che conseguentemente le provocano.

Le due categorie non sono statiche, è possibile percorrere la strada che porta dall’una all’altra attitudine vitale. Più volte. Sul perché una persona appartenga all’una o all’altra categoria ancora non ho sviluppato astruse teorie. C’è chi nasce nell’amore, nella libertà e nel rispetto. C’è anche chi nasce in un ambiente non frutto di amore, di persone che hanno un percorso da compiere che non comprende l’armonia. C’è chi subisce torti per tutta una vita. Eppure ho riscontrato che tutti possono far parte indifferentemente della categoria “Luce” o “Ombra”.

Nei postumi di una telefonata illuminante con la mia musa fiorentina, ho dato forma ad un’intuizione riguardo al rapporto tra le due. Complice – stranamente – la pratica Yoga, ho realizzato in stile San Paolo sulla via di Damasco che figure lamentose, piagnone o ciniche hanno tirato fuori il meglio di me. Finora è sempre stato così, fintanto da convincermi di essere affetta dalla sindrome della crocerossina.

Forse inconsciamente ero in grado di esprimere la me stessa migliore in contrapposizione, in presenza cioè di atteggiamenti negativi, che in passato hanno contribuito a delineare i tratti luminosi della mia personalità. Per il principio inverso di chi brilla di luce riflessa, io amavo brillare di luce mia. Alla lunga però non può essere così. Anzitutto perché non si può pensare di avere risorse inesauribili. Certo, è infinitamente bello dare. Poi è tutto un gioco di equilibri: se non ti torna mai indietro niente o sei Madre Teresa di Calcutta oppure rischi di venir sopraffatto dalla negatività. E io non sono Madre Teresa di Calcutta.

Immaginando l’essere umano come un bel Tao cicciotto, un po’ come i biscotti a tema che mi sono inventata (e pappata), mi piace pensare che possiamo scegliere se stare nello Yin o nello Yang, ma che non ci sia proprio verso di togliere quel piccolo neo del colore opposto perché è proprio la presenza di quest’ultimo a indicare la mezzaluna in cui ci troviamo. Luci e ombre nelle persone vengono definite solo dall’assenza-compresenza dell’opposto. Che emettiamo luce o ce ne nutriamo, stiamo comunque contribuendo al gioco globale dell’interruttore.

E luce fu.

Stay hungry. Stray, foolish!

Space cleaning.

People evaluating.

Relationships weighing.

Self rethinking.

Life adapting.

Inside and out.

New Year did not start with typical resolutions. I was way too overwhelmed with end-of-December thoughts, or festive nostalgia as I like to call it, to have a clear, focused mind. So I want to share a few of the things that I found out about myself while I was unwillingly making a point of my life.

I have always thought I was able to forgive. At least that’s what I came to believe about myself. I realized that I always wanted to forgive because I tended to see the other person under a better, flattering, light. Even when I felt I had been treated badly, I gave second and third chances. I love harmony, as a concept. And I can’t stand people who stir up conflict on purpose, or who like to mull over negative thoughts or, last but not least, people who cannot get over other’s faults.

Yet I have to admit it. Sometimes there’s no actual forgiveness, sometimes you have to forgive yourself for not being able to forgive. In the end the only person you need to forgive is yourself. That’s right. You have to forgive yourself for allowing other people to treat you badly, to take advantage of you and so on. You have to do it in order to go on with your life because otherwise you’ll just keep making the same mistake again, because what you fear the most is that you’ll end up reliving history.

This is not an apology for people who seek revenge. I am just saying that sometimes, before being blindly good with other people who messed up with us, we have to evaluate if they were just that. Assholes. We all get cheated on, we get deceived. We trust and then we found out we were misled. Whatever. That’s why the minute we forgive ourselves for being fooled, which by all means is the hardest part, we’re good.

madeleines au citron vert

French Breakfast: madeleines au citron vert

Yesterday I realized the very same thing with madeleines. It was the first time I had tried to make those famous spongy French minicakes. Well, they developed a bump and I thought I had screwed the first attempt. Well’ I’m kind of new to this game so here it goes. That’s why I turned them on the “right side” to capture a picture. Only to find out that what I thought was a glitch, the bump, is actually one of the features that qualify a properly baked madeleine. Lesson learned.

Just like that, I am wearing my inability to wish the whole world well up my sleeve, proudly admitting it to anyone I want to listen. Off you go, foolish people. Like I read in a tweet a couple of weeks ago: we are not friends, not enemies, just strangers with a mountain of memories. This is what future relationships are going to be.

E se trovo le radici?

Anzitutto devo assolutamente andare dal parrucchiere. Che devo rifarmi la tinta.

E se trovi le radici in un dato luogo fisico e non solo sui capelli? Tipo la tua città? Lo senti, dentro. Allora so’ cazzi. Particolarmente visto e considerato il momento storico.

Domenica mattina: mi giro e mi rigiro tra le sontuose lenzuola di questo bell’albergo di Milano, città che oggi appartiene solo ai turisti, ai consueti invisibili e ai milaneeeesi che han dovuto rinunciare al ponte di Sant’Ambrogio.

Milano è città d’elezione per molta, moltissima gente. Questo suo essere mamma adottiva un po’ restia, ostile ed accogliente al tempo stesso, il suo essere non luogo mi affascina e mi rende familiare un posto che altrimenti faticherei a digerire. Quest’anno la capitale della moda italiana ha giocato un ruolo chiave nella mia vita, fonte di piccole soddisfazioni, svolte professionali e non solo.

Chi ha studiato comunicazione prima o poi a Milano ci dovrebbe passare per emergere, per “farcela”. Banalmente, è il primo posto in Italia dove non c’è il paron che vuol far da sè perchè tanto scrivere xe bravi tutti, come pensano in tanti. La Madonnina invece io l’ho sempre rifuggita. Anzitutto, è troppo dorata e a me il luccichio eccessivo non garba. Quand’era il momento non mi ci sono buttata a capofitto ed evidentemente non è scritto al momento che io passi per di là. Ci respingiamo, a volte accarezzandoci sfuggevolmente, ma consapevoli che il nostro destino non è quello di stare insieme.

Sì, sto ancora parlando di una città.

L’ho girata spesso in solitario, Milano. Stavolta accompagnavo un’amica, che sta intraprendendo un percorso di cui sono orgogliosa e che si riflette in ciò che emana la sua personcina vulcanica. Sarà che ora come ora fatico a trovare la mia di lava da eruttare, ma, come prevedibile, il brulicare di gente sconosciuta, il freddo pungente, il sole d’inverno mi hanno galvanizzato.

Milano da Bere

Milano da Bere. Adagio.

Sono stata girovaga e inquieta a lungo. Ora come ha detto la mia compagna di viaggio tra lo spazientito e l’affettuoso: “La nuova Chicago è dentro di te.” Poteva dire Boston, o Valencia. Da quando sono tornata non mi è mai rispuntata la voglia di fuggire altrove. Adoro viaggiare, possibilmente per periodi lunghi per immergermi nella cultura locale. In ogni città mi sento a mio agio e dopo meno di un giorno è come se la conoscessi da subito. E qui ritorniamo al fatto che mi piace scoprire camminando. È un dono, o perlomeno io lo considero tale, quello di poterti calare ovunque con la voglia di “carpire” tutto ciò che c’è attorno a te e lasciare che sia il luogo a parlarti. A volte sembro strana, ma ne vado orgogliosa assai.

Eppure ho bisogno delle mie radici. Non escludo di potermene andare via, magari anche a breve. Non si può escludere nulla, perfino Berlusconi scende di nuovo in campo. Dev’essere il campo di Holly e Benji, quello che non finisce mai, lungo come l’emisfero terrestre. Spero che i gemelli Derrick gli entrino a gamba tesa.