Dedurre e Sedurre

Ho appena finito di leggere un libro intrigante.

L’arte della Seduzione. Nah, non è niente in stile Kamasutra, più semplicemente tratta delle personalità seduttive nel corso della storia. Il tomo più corposo dopo Harry Potter e più impegnativo – sempre dopo Harry Potter – che affronto. Un saggio che delinea i nove prototipi di adulatore e ultimo ma non meno importante, traccia l’archetipo dell’antiseduttore, quel compendio di caratteristiche che i più trovano non attraenti.

Nonostante le quasi seicento pagine, l’ho bevuto come fosse acqua fresca. Durante tutta la lettura, una perplessità continuava a far capolino nel retro della mia mente: qual è il ruolo di chi subisce un tentativo di seduzione?

Lemon Curd

Lemon Cardinal, a tangy love-hate

Una persona che entra ed esce nella mia vita come se avesse una porta scorrevole mi ha ispirato una risposta. Come si può mettere in atto una strategia di seduzione senza che l’altro se ne renda conto? Anche in quel caso, quando l’obiettivo capisce di essere per così dire, sotto tiro, che fa? Dipende tutto dall’intelligenza, dal fascino ed è quindi già tutto scritto? No. Per me non basta mettere insieme un paio di ingredienti alchemici. La seduzione è un passo a due, un gioco che rasenta l’osservazione psicologica, centrata interamente su chi hai davanti.La bravura del seduttore sta nel capire, prima di carpire, l’oggetto del desiderio e saper toccare i tasti che attivano le melodie armoniose dell’animo del sedotto. Una volta mi è capitato di essere oggetto di una seduzione che molti col senno di poi definirebbero spietata. Io la definisco calcolata. A mente fredda e con qualche elemento di giudizio in più ne apprezzo la dedizione lungo il percorso e la fine chirurgica, rapida e indolore. Vieni avvolto da una miriade di soffuse attenzioni, accecato nel giudizio razionale da una serie infinita di dettagli e ti lasci irretire.

Si misura la bravura di chi si dedica a sedurre in modo semi-professionale, una specie di pesca sportiva, nel saper mollare al punto giusto. A prescindere da come finisce, l’importante è quello che è successo nel mentre.

Quanto rimarrà sarà il ricordo di un focus costante, inusuale ai giorni nostri, quelli per intenderci del faccio finta di niente e de “gli uomini e le donne sono uguali”, tiritera abusata dalle donne per recriminare a nastro e dagli uomini per non fare più ciò che sarebbe genetico, ossia badare ad una donna. Sì, avete letto bene.

Tralasciando spinose questioni di genere, torniamo su lidi più cauti. Una delle tematiche a me da sempre cara è quella della dinamica reciproca, dell’aggiustamento tra due o più persone. Per un egoista esiste qualcuno che mette se stesso in secondo piano, per un permaloso v’è chi se ne burla. Un carnefice non ha ragion d’essere se non trova una vittima (e ve lo dice una affetta da Sindrome di Stoccolma) così come una prima donna non sale sul palco se non in presenza di uno spettatore.

La seduzione e il tentativo di resistervi altro non sono che giochi di potere, espliciti o meno. Cacciare è divertente, si è attivi, avendo la sensazione di condurre il gioco. Molto è stato scritto, detto e idolatrato sulle figure dei grandi seduttori. La parte del sedotto invece è stata decisamente meno esplorata, rendendola di fatto più affascinante. Perché silenziosamente consapevole.

Gli altri resteranno feriti dalla vostra crudeltà meno di quanto immaginate. Nel mondo odierno, avvertiamo spesso la mancanza di esperienze significative. Aneliamo a esse, anche se hanno risvolti negativi. Il dolore che causerete all’obbiettivo, di conseguenza, servirà a farlo sentire più vivo. Avrà qualcosa per cui lamentarsi, la possibilità di giocare a fare la vittima. Come risultato, una volta che trasformerete il dolore in piacere, non esiterà a perdonarvi.

L’amore in festa

Potevo esimermi dallo scrivere sulla Festa dell’Amore? In fondo è quello che ha permeato i post finora e non potevo perdere una così ghiotta occasione.

Maple and Oat Cookie

Simply Plain: Oat and Maple Eye Cookie

Iniziamo da un fatto: io non odio San Valentino. Certo, anche a me piace fare la finta intellettuale/contro-il-sistema/hipster di tanto in tanto. Per certi versi lo sono, o perlomeno lo è quello che riflette la mia immagine all’esterno. Mi spiego: prendete un uovo. Mi rendo conto che si liquiderebbe come, stringi stringi, un cibo ovale. Io partirei per la tangente, iniziando con la scomposizione, il chiaro simbolismo, il riferimento femmineo e bla bla…quindi sì, sono semplicemente complessa. Eppure dalla complessità nasce una semplicità consapevole. In passato mi è stato dato della snob e della pretenziosa, eppure il mio nocciolo è molto meno arzigogolato di quello che appare dalla buccia. Per me San Valentino è esattamente quello che è, un’altra occasione per festeggiare. Per ringraziare, per donare e/o per ricevere, per sentirsi speciali. Nella scala di grigi della quotidianità non è davvero facile ricordarselo. A maggior ragione quando non sei in coppia. Fatico invece a individuare qualcosa di bello da festeggiare in San Faustino. Essere single non è una condizione nefasta o per la quale si rende necessario invocare rivalsa andando a lustrarsi gli occhi su corpi nudi oliati; è una condizione abbastanza naturale tra una storia e l’altra. O perlomeno tale dovrebbe essere. Proclamatela “Festa dell’Autostima” e ve la promuoverò.

Che si sia disillusi o con gli occhi a cuore, che c’è di male invece ad avere un giorno che celebra l’ammmmmore pur con gli ovvi e inevitabili risvolti consumistici? Nemmeno fosse una giornata che inneggia ai genocidi o alle catastrofi naturali. Trovo che coloro che affermano “Io faccio i regali quando me la sento, non in queste occasioni ridicole”, siano in molti casi quelli che si nascondono dietro ad un essere controcorrente che risulta forzato. Per di più molto comodo.

Ne conosco di persone che fanno regali random, rendendo speciali momenti ordinari. Eppure non sono le stesse che mi vengono in mente in questi momenti e di certo non sono le prime ad affrettarsi a bollare come commerciale il primo Bacio Perugina che vedono a fine gennaio.

Se vissuto come celebrazione di un sentimento, è esattamente come i corrispettivi religiosi: il Natale o anche la sorella bistrattata, la Pasqua. Tornando all’uovo, voi conoscete qualcuno che ne fa questioni di principio dicendo: “No, io aborro le forme ovali, sono mere costrizioni societarie. Propongo che tutte le uova d’ora innanzi divengano quadrati di cioccolato.”?

Fuor di gioco retorico, raramente si sente: “Oh, a Natale non farmi niente che io sono contro queste cose commerciali”. Ogni dicembre facciamo girare l’economia (e anche le basse sfere) per scovare regali da scambiarci in vista di un’occasione che, se volessimo applicare il medesimo filtro cinico, sarebbe il compleanno di un uomo nato duemila anni fa.

Siete controcorrente? Inventatevi un altro modo per dire Ti Amo! Appena lasciati? Bene, via dai social network e fuori a fare una passeggiata a rinnovare l’amore per se stessi. Arriveranno altri giorni, speciali o ordinari, in cui vi sentirete Valentini.

Al grido di “Vivi e lascia vivere”, vivetevi i sentimenti che provate e abbiate il coraggio di onorarli anche se una confezione di Baci Perugina la pagate dieci euro. In mancanza di idee migliori, vi assicuro che nessuno ve li rifiuterà perché troppo commerciali. Anche se non brilla di originalità, un dono apre il cuore. Che lo facciate a San Valentino, in qualsiasi altro giorno o, ancor meglio, in tutti e 365.

Troppo cibo rovina lo stomaco, troppa saggezza l’esistenza.

8:24 pm »

Ho sempre amato persone a cui interessava poco o niente di me e quando qualcuno mi ha amato, io ne ero imbarazzato… Per non ferire i loro sentimenti, spesso ho finto passioni che non provavo.

Citazione di non ricordo più nemmeno chi, fatta mia molto tempo addietro e ritrovata casualmente qualche giorno fa. Mi ritrovavo assai, perlomeno fino ai puntini di sospensione, e mi colpì. Come Karma insegna, la lezione è sempre in agguato. Se a lungo pensi di comportarti in una certa maniera, crogiolandoti nel tuo essere complessa, alla fine ti capita qualcosa che ti insegna cosa vuol dire quando le persone fingono o manipolano.

Ora la condivido non perché mi ci riveda, anzi, a mo’ di monito. A volte è utile ricordarci chi siamo stati a lungo, anche se in maniera distratta, inconsapevole. Ci sono dei momenti in cui aiuta non poco rivolgere lo sguardo alle idee che ci hanno contraddistinto per vedere i passi che abbiamo mosso in altre direzioni, allontanandoci dal percorso che pensavamo fosse stato tracciato per noi.

Scones and Butter

Times are a changin’, yet Scones, Butter and Honey remain.

Avvenimenti recenti mi han convinto che accompagnare le persone in determinate fasi di vita non è facile, affatto. Non tutti vivono bene il cambiamento, l’evoluzione (ma anche l’involuzione) altrui. C’è un trucco: bisogna avere occhi nuovi, sempre. Con gli altri certo, ma bisogna soprattutto rivolgere lo sguardo a noi stessi. Come ci conosciamo e come di conseguenza ci conoscono gli altri non definisce chi siamo, non è un concetto scolpito nella pietra. Uscire dalla propria persona pubblica non è facile. C’è chi investe anni a fare del self-branding (per dirla in maniera molto aziendalista) e poi si ritrova tutt’un tratto a dover rinegoziare, sia in positivo sia in negativo.

Se ognuno di noi è pronto per accogliere e riconoscere i mutamenti della propria persona (privata e pubblica), beh, allora credo che gli altri seguano di conseguenza. Non sempre è facile, ci sono rapporti per cui questo non accade mai.

A volte vengono date due, dieci, cento, mille opportunità, a volte ce le si crea.

Cambio di prospettiva. Urge. Nessuno a parole si augura la stagnazione, eppure cambiare impaurisce. Molte persone hanno paura. Io per prima. Paura di lasciarsi andare, paura di ripetere gli stessi schemi, paura di diventare ciò che potremmo essere e tutto per una sola ragione, la madre di tutti i timori. Quella di ammettere che si sta bene o che si starebbe meglio per la paura (e dajeee) di perdere quella sensazione privata, quasi che ad esternarla, rendendola reale, quella piccola coccola ci potesse sfuggire dalle mani.

Fatta eccezione per vere e proprie situazioni di emergenza, tutti quelli che vivono nella paura non vivono nel presente. Non è possibile vivere nel presente e aver paura. La paura è spesso causata da associazioni che provengono dal passato e che vengono sovrapposte alla situazione del presente. […] Ciò che abbiamo memorizzato, quando eravamo più giovani o più piccoli, è stato memorizzato attraverso percezioni per loro natura distorte poiché formatesi in assenza di consapevolezza. Ora, se prendiamo in considerazione quei ricordi per definire chi siamo oggi, facciamo pasticci e ci confondiamo.

Luci e ombre

Biscotti di frolla

Michael Jackson Cookies

Ho una visione in bianco e nero.

Il mondo si divide in due categorie di persone. Quelle naturalmente votate a scegliere, e quindi incontrare, la felicità. Queste persone non sono baciate dalla fortuna a caso, ciò che accade loro è figlio di un circolo virtuoso che dipende dall’atteggiamento che giorno dopo giorno rinnovano verso la vita e tutti gli alti e bassi di cui è corredata. Persone, in sostanza, che si rimboccano le maniche e che di fronte ad un quadro a scala di grigi decidono di vedere e seguire solo la luce. Esistono poi quelle che non la vedono, che si lamentano, che attraggono cose negative, che conseguentemente le provocano.

Le due categorie non sono statiche, è possibile percorrere la strada che porta dall’una all’altra attitudine vitale. Più volte. Sul perché una persona appartenga all’una o all’altra categoria ancora non ho sviluppato astruse teorie. C’è chi nasce nell’amore, nella libertà e nel rispetto. C’è anche chi nasce in un ambiente non frutto di amore, di persone che hanno un percorso da compiere che non comprende l’armonia. C’è chi subisce torti per tutta una vita. Eppure ho riscontrato che tutti possono far parte indifferentemente della categoria “Luce” o “Ombra”.

Nei postumi di una telefonata illuminante con la mia musa fiorentina, ho dato forma ad un’intuizione riguardo al rapporto tra le due. Complice – stranamente – la pratica Yoga, ho realizzato in stile San Paolo sulla via di Damasco che figure lamentose, piagnone o ciniche hanno tirato fuori il meglio di me. Finora è sempre stato così, fintanto da convincermi di essere affetta dalla sindrome della crocerossina.

Forse inconsciamente ero in grado di esprimere la me stessa migliore in contrapposizione, in presenza cioè di atteggiamenti negativi, che in passato hanno contribuito a delineare i tratti luminosi della mia personalità. Per il principio inverso di chi brilla di luce riflessa, io amavo brillare di luce mia. Alla lunga però non può essere così. Anzitutto perché non si può pensare di avere risorse inesauribili. Certo, è infinitamente bello dare. Poi è tutto un gioco di equilibri: se non ti torna mai indietro niente o sei Madre Teresa di Calcutta oppure rischi di venir sopraffatto dalla negatività. E io non sono Madre Teresa di Calcutta.

Immaginando l’essere umano come un bel Tao cicciotto, un po’ come i biscotti a tema che mi sono inventata (e pappata), mi piace pensare che possiamo scegliere se stare nello Yin o nello Yang, ma che non ci sia proprio verso di togliere quel piccolo neo del colore opposto perché è proprio la presenza di quest’ultimo a indicare la mezzaluna in cui ci troviamo. Luci e ombre nelle persone vengono definite solo dall’assenza-compresenza dell’opposto. Che emettiamo luce o ce ne nutriamo, stiamo comunque contribuendo al gioco globale dell’interruttore.

E luce fu.

Con spirito!

Whisky Sour Cupcake

Bisttersweet fascination: Whisky Sour Cupcakes with Chocolate Chips

L’anno è iniziato così: alla ricerca dello spirito. Se, come la sottoscritta, rientrate nelle folte schiere dei grandi fan di Crozza e delle sue imitazioni, lo spirito è da leggersi con quell’intonazione. Quella della voce stridula di Montezemolo.

Il 2013 sarà anzitutto un anno spiritoso. Ho deciso di tramutare anni di ammiccamenti con il nettare di Bacco in qualcosa di più strutturato iscrivendomi ad un corso di sommelier. Con qualche digressione al luppolo.

Poi c’è lo spirito propriamente detto, quello che invidio a certe persone che non si abbattono mai. Quando vedo qualcuno che non si abbatte di fronte a torti subiti o sfighe generalizzate, beh, ammetto che ci sono momenti in cui la megera che a volte abita la mia testa (alcuni hanno l’omino del cervello, la mia è una megera) per un momento vacilla e mi sussurra all’orecchio: “Ma ci sono o ci fanno?”. Con vago accento burino e palese perplessità.

Per mia fortuna conosco uno sparuto, quanto significativo, numero di persone che sono leggere non in quanto vuote, ma perché sanno riconoscere la pesantezza, ed esserne per questo immuni.

Ho sempre aspirato a diventare come loro, ben sapendo che una parte di me rimane troppo impaurita per esserlo fino in fondo. La compagnia di questo tipo di persone mi ha dato talmente tanto, ispirandomi, da rappresentare un modello anche in periodi in cui ero la brutta copia di me stessa.

Il mio spirito si riferisce all’alcol e alla forza d’animo, ma non solo. Spirito evoca il termine spiritualità. Come già detto in precedenza, non faccio riferimento ad una specifica fede, anche se l’immaginario, il linguaggio, la simbologia afferiscono alla mia religione acquisita: il mondo cattolico romano. Ora più che mai ho bisogno di spirito e di connettermi con quello degli altri. Quando non lo percepisco nell’altro, fatico ad entrarci in contatto. Eppure la ricerca continua.

Infatti quest’anno voglio imparare a mettere “sotto spirito” la mia mente. E qui congiungo la metafora dell’alcol con la spiritualità. Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di interrogarmi su quanto – esattamente – l’essere umano sia diventato prigioniero della propria mente. Mi piacerebbe sapere quando, da esseri più o meno concentrati verso il progredire, la sicurezza personale e dei cari e lo star bene, siamo diventati preda dei nostri stessi demoni, scollegati dalle nostre sensazioni e rivolti all’autosabotaggio. La mia personale risposta è da sempre, perlomeno da quando c’è troppo tempo e troppe professioni intellettuali. Anche se sposo la teoria di Jovanotti, i demoni interiori saltano fuori al momento giusto, sarebbe meglio che li riconoscessimo giorno per giorno senza che gli stessi finiscano per esplodere come in una pentola a pressione. Quindi nel 2013 io imparerò (basta verbi fraseologici, meglio un sano, indicativo, futuro) a mettere a riposo, in oblio consapevole, la mia mente.

Sì ecco, il tutto riassunto in sei parole: meno seghe mentali e più vino.

Stay hungry. Stray, foolish!

Space cleaning.

People evaluating.

Relationships weighing.

Self rethinking.

Life adapting.

Inside and out.

New Year did not start with typical resolutions. I was way too overwhelmed with end-of-December thoughts, or festive nostalgia as I like to call it, to have a clear, focused mind. So I want to share a few of the things that I found out about myself while I was unwillingly making a point of my life.

I have always thought I was able to forgive. At least that’s what I came to believe about myself. I realized that I always wanted to forgive because I tended to see the other person under a better, flattering, light. Even when I felt I had been treated badly, I gave second and third chances. I love harmony, as a concept. And I can’t stand people who stir up conflict on purpose, or who like to mull over negative thoughts or, last but not least, people who cannot get over other’s faults.

Yet I have to admit it. Sometimes there’s no actual forgiveness, sometimes you have to forgive yourself for not being able to forgive. In the end the only person you need to forgive is yourself. That’s right. You have to forgive yourself for allowing other people to treat you badly, to take advantage of you and so on. You have to do it in order to go on with your life because otherwise you’ll just keep making the same mistake again, because what you fear the most is that you’ll end up reliving history.

This is not an apology for people who seek revenge. I am just saying that sometimes, before being blindly good with other people who messed up with us, we have to evaluate if they were just that. Assholes. We all get cheated on, we get deceived. We trust and then we found out we were misled. Whatever. That’s why the minute we forgive ourselves for being fooled, which by all means is the hardest part, we’re good.

madeleines au citron vert

French Breakfast: madeleines au citron vert

Yesterday I realized the very same thing with madeleines. It was the first time I had tried to make those famous spongy French minicakes. Well, they developed a bump and I thought I had screwed the first attempt. Well’ I’m kind of new to this game so here it goes. That’s why I turned them on the “right side” to capture a picture. Only to find out that what I thought was a glitch, the bump, is actually one of the features that qualify a properly baked madeleine. Lesson learned.

Just like that, I am wearing my inability to wish the whole world well up my sleeve, proudly admitting it to anyone I want to listen. Off you go, foolish people. Like I read in a tweet a couple of weeks ago: we are not friends, not enemies, just strangers with a mountain of memories. This is what future relationships are going to be.

More breakfast, no more fast breaks

Mince Pies

Late Xmas Treat: Mince Pies

Having breakfast with something I created is one lovely treat that keeps telling me I’m doing the right thing. Following the correct path. I’m not just jumping on the foodie bloggers bandwagon. If I were, I would definitely force myself to post recipes way more often. I am doing what I take pleasure in. It is this certainty that makes me get my butt of the couch when I get home after work (and after working out!) to make cakes and cookies.

My family, generations of sweet-toothed individuals, almost stopped buying sweets and cookies. We live off the ones we bake. I couldn’t be prouder of myself.

These days my mind goes back to the frenzied, packed December and the end-of-the-world madness. I kept toying with the idea that I spent my life making the most out of my time, without rushing, and that, had the world actually ended, I was satisfied with the experiences I had lived so far. And then I thought: “Where would I want to be now?”. What would you have done? Who would you’ve run to? Cell phones out of the way and everything.

I answered, picturing myself. If the world had ended, I would have died having breakfast. That’s right. Breakfast is my happiness ritual.

Quite predictably, I did not actually spend December 21st having breakfast. I celebrated the event having some friends over gather over a bottle (read: a bit more) of their favorite drink and some awkward questions.

That night I did not relax until it was time to go to bed, no wonder it took me a while to cool off. And then something happened. As 2012 was quickly and confusedly coming to an end, I couldn’t help to feel relieved and yet, something was not quite right. I kept feeling like I spent the remainings of last year running against time and without being fully concentrated, rather just going by.

Usually, I want to make the most out of my time, even if it implies laying on the couch just reading a book or having a pleasant, flowing, conversation. I want to feel I am doing what I want to do. I know it’s unrealistic to have such an expectation. At times like these, time is gold. We get paid for the time we spend at the office. Well, in most companies. If we work freelance, we mostly get paid on an hourly basis. Hence, time is luxury.

That’s why I love breakfast and I have always thought that who doesn’t agree with me on that is not familiar with earthly pleasures. Of course, when I was in high school I had no time to spare in the early morning rush, when I woke up in the mornings it was always too late not to feel nautios at the mere idea of ingesting anything.

Now I simply have to get up in the morning and eat, it’s not just that it’s the first thing I need to do because my body tells me so. It is the remarkable sign of the fact that I have time and I want to spend it taking care of myself. I’ll have time to catch those last five minutes’ sleep. When I’ll be six feet under.

What is not coming along in my journey through 2013 is the sensation to be wasting time. Time flies even when you’re not having that much fun. Time flies, or should I say, passes you by, when you are not focused on where you want to get in life. This is the proper age to figure all this stuff out, society has taught us. As Muse would have it “Time is running out”. Whether it’s time left for enjoying the previously mentioned earthly pleasures, or just time left for accomplishing whatever we want to be.

This is the only lesson I am ever going to learn about the Maya-media-hype and collective mania and from two or three losses of the past year. “The problem is, we think we have time” goes the saying.

It sure is one thing I have not yet mastered, but hope to improve day by day. I am letting people I invested my time on go. And, finally, without feeling like I regret a single moment.

Acceptance, this is what they call it. Time to move on.

Rapporti A3

Cantucci coi Pistacchi

Almond-Pistachio-Nut Cantucci: three times down to earth.

Dopo il passaggio della Befana, si riaprono i battenti. La vecchia ha bruciato tutto ciò che c’era da bruciare. Oggi l’anziana signora passa anche per di qua, dando fuoco (simbolico) alle ultime vestigia del 2012.
Affido a lei tre piccole lettere, scritte per altrettante persone che hanno fortemente segnato l’anno appena trascorso e accomunate dal solo fatto che non faranno parte del mio 2013 e degli anni a venire. Età diverse, generi diversi, estrazioni sociali diverse; eppure ognuna mi ha aiutato a capire qualcosa in più di me stessa. Scrivo idealmente a loro perché sono sempre più convinta che il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi è quello di prenderci del tempo per dare un senso alle persone a cui noi abbiamo dato senso.
La vita è spesso cinica. Le persone che ci fanno muovere quasi mai sono quelle che se lo meritano e coloro che invece non consideriamo meriterebbero la nostra attenzione. Eppure entrambi i movimenti, di caccia e di fuga, ci fanno avanzare.

Per te: Ti capisco, in fondo io e te condividiamo qualcosa. L’abbiamo capito dal primo momento. Condividiamo la paura, l’onestà verso gli altri e la disonestà verso noi stessi. Ci siamo riconosciuti anime affini fin dal principio, parliamo lo stesso linguaggio. Non ci saremmo mai stancati di parlare, eppure è successo. Ti stanchi, ti arrabbi, tutto cambia e la vita riprende il sopravvento. Come per altri rapporti, a me compete accettare il risultato, lo status quo, quello che ti ho spesso esortato a fare. A lungo ho cercato di lottare, ma non sempre esiste un compromesso. Mi hai insegnato questo, ossia che la diplomazia arriva fino a un certo punto. Quindi meglio accettare che, per quanto sarebbe bello, le cose non sempre vanno come vorremmo e se non possiamo far niente per cambiarle, l’unica cosa su cui possiamo intervenire è la nostra reazione e guardare a quello che di buono è rimasto. Ti auguro tutto il meglio e che un giorno tu possa diventare una persona all’altezza delle proprie potenzialità. Perché se lo capisci tu, c’è una grande possibilità che possa farlo pure io.

Con te: Ti volevo coraggiosamente, ingenuamente, bene, come quando cercavo di darti un po’ di quello che credevo essere il mio coraggio. Ho riscoperto alcuni lati di me che ora tornano ad essere solo latenti e non ho mai perso la mia unicità. Relazionarmi con te ha messo a nudo e confermato alcuni timori, ma sono contenta che a prevalere sia sempre stato il mio spirito di sopravvivenza. L’insensatezza di tutto quel che è successo è stata così spiazzante che io non ho fatto niente, e ne sono tuttora felice. Un giorno, non so ancora quando, fare pace con gli errori altrui mi porterà a far pace coi miei e a guardarmi allo specchio senza autogiustificarmi, ma vedendo qualcuno che ha sbagliato, si è scusato e si è perdonato. Mi hai ricordato in cosa credo, ossia che chi crea delle aspettative deve assumersene le responsabilità. Mi hai fatto vedere che i timori mentali non sono appannaggio mio, anzi, li hai quasi ridimensionati. Ero lì, ma non mi hai mai sentito. Non ci siamo mai guardati negli occhi, lo sguardo era inconsapevolmente rivolto alla meta. Il più comune degli sbagli.

Senza di te: Sei per certi versi la mia nemesi, ma sei dentro di me. Come io non posso fare a meno di essere come sono, tu non puoi fare a meno di essere come sei. Per noi andare d’accordo è arduo, ma è grazie a persone come te che esistono persone come me. E viceversa. A mio modo ti porterò sempre dentro, sollevata solo della lontananza che permette il sereno distacco. So che quando si sente di stare male non si vuole ascoltare chi ti incita a capire come poter star meglio, perché il dolore è una coperta confortante; inoltre ti sembra che nessuno sia in grado di capire il tuo stato d’animo. E allora ti incazzi. Quello che capita anche quando senti di vivere un’ingiustizia. A tutti piace avere l’approvazione degli altri, essere coccolati e al centro dell’attenzione. Ma tale atteggiamento non può protrarsi a lungo, tanto meno andare a discapito di coloro che hai attorno. Il mondo cercherà spesso di fotterti, come reagirai starà solo a te. Vedere te mi ha ricordato che anch’io cado in questa trappola. Solo grazie a persone come te mi ricorderò di come ho scelto di reagire io. Grazie.

E ora, cali pure il sipario. Benvenuto 2013.

Non c’è due senza te

Ginger and Chocolate Cookies

Ginger and Chocolate Cookies: True Love

Due mesi fa iniziai a scrivere, durante una fase ricca di confusione e creatività. Vacilla la seconda, permane la prima. Ancora non è definito il mio futuro prossimo, anche se ha una forma sempre più concreta. Il post di oggi è liberamente ispirato al matrimonio, al romanticismo e quello che ci ho capito io finora dei suddetti concetti.

Ieri una persona che ha messo tutta se stessa nel vivere il suo ideale romantico, convolò a nozze. Ha coronato il proprio sooooogno. Io e le altre tre suocere che erano con me al lieto evento in qualità di vestali del passato che fu della neosposa, abbiamo alternato momenti di occhi a cuore (rari) a momenti di ilarità al vetriolo degni di The Wedding Party.

Battute, rivisitazioni delle imitazioni di Crozza e momenti epici a parte, io sono innamorata delle coppie e ieri ho avuto spesso la lacrimuccia che bussava sull’occhio avvedutamente non mascarato. No surprises, chi mi conosce davvero ben sa che sono fatta a Lindor: ho dei lati molto orso, che nascondono un cuore di scioglievolezza.

Esattamente come per i Lindor, se mi mordi invece di arrivare con delicatezza al cuore, ti esplode un liquido burroso in faccia.

Ieri percepivo amore tutt’intorno a me, sebbene io non abbia alcuna idea di cosa sia davvero l’amore. Come per molte altre “Grandi Sezioni e Affini” della vita, procedo a capirlo per esclusione. Mi sono ricavata qualche certezza su cosa l’amore non è, che ora condividerò con voi. Non so granché, ma grazie PowerPoint per avermi almeno insegnato a fare i listati.

  1. “Amore” non è un concetto astratto e indipendente dalle persone che lo interpretano. Ognuno di noi è un retaggio di imprinting familiari, tratti personali, cicatrici passate, convinzioni maturate, le quali necessariamente emergono nel rapporto. Se una persona è giusta per te lo capisci o perché fai del gran lavoro sulla coppia o incappando in quelle sbagliate. Mi spiace, Tiziano Ferro, per me sei fuori.
  2. L’amore non è eterno. Certo, ti trasporta e ti travolge. All’inizio. Ma questa è un’altra cosa; chiamata innamoramento. Gente che ne sa, ossia non io, dice che dura in media fino a un anno. L’amore invece assomiglia più ad una dedizione, ad un lavoro che non ti pesa (troppo) compiere in funzione del percorso comune che hai costruito se entrambi percepiscono il beneficio che l’altro apporta nella propria vita. All’inizio e a fasi alterne durante la storia non riesci nemmeno a toglierti le mani di dosso, ma anche questa è un’altra cosa, il cui nome è chimica. Mi spiace, Loretta Goggi, per me sei fuori.
  3. L’amore è il non volere, a nessun costo, il male dell’altro. Non credo a quelle stronzate di storie passionali condite da ogni tipo di efferatezza, amori che si pigliano e si lasciano con gesti degni di guerriglie urbane. Per altri funzionerà così, io credo che a) sia del gran dramma inutile b) se stai con qualcuno lo fai per star bene assieme, non per rovinarti la vita a vicenda. Vero, quello che consideriamo amore si trasforma velocissimamente in odio. A quel punto però, non è già più amore. Mi spiace, Eminem e Rihanna, per me siete fuori.

Un, due, tre, olè! E quindi? Quindi bisogna sapersi raccontare balle, darsi fiducia a fine giornata, perdonarsi, innamorarsi di noi tanto quanto a volte pensiamo di esserlo degli altri che altro non sono che un cumulo delle nostre aspettative. Se ci astraessimo da noi stessi per riconoscere questa cruda e liberatoria verità, posso affermare con innegabile presunzione che molte più storie funzionerebbero. Molte relazioni non sono genuine: entrambi cercano, più o meno esplicitamente, di imporre all’altro la propria visione della realtà, entrambi si “caricano” reciprocamente di aspettative e cercano di prevedere e controllare il comportamento dell’altra metà perché le rispecchi. Tanti auguri!

Lo so per prima, è difficile prescindere da quello che vorremmo, da quello che ci aspettiamo. Gli altri sono esattamente questo, “altro” rispetto a noi. Finché non impariamo questa lezione siamo destinati a quanto segue.

Chi vive in funzione del suo passato si crea presenti già in crisi, simili solo al peggio di ciò che ha vissuto in passato.